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Come perpetuare il patriarcato e la sua violenza

Appare questo l’obiettivo di un emendamento alla Camera volto a sottoporre al controllo dei genitori l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole, quando è proprio alle mancanze delle famiglie che si dovrebbe sopperire

17 Ottobre 2025 Marianna Gatta  976

Ancora stiamo contando le donne uccise dal patriarcato, ancora ci si scontra con un governo cieco di fronte alle necessità di educare al consenso. La commissione Cultura della Camera ha infatti approvato un emendamento al disegno di legge sul consenso informato nelle scuole, il “ddl Valditara”, che vieta comunque l’introduzione di corsi di educazione sessuale e affettiva nelle scuole secondarie di primo grado, cioè le ex scuole medie. La norma, presentata dalla deputata leghista Giorgia Latini, e sostenuta da Fratelli d’Italia e Forza Italia, consente di trattare temi legati alla sessualità e alle relazioni affettive soltanto nelle scuole superiori, ma previa autorizzazione dei genitori, che dovranno essere informati su contenuti, materiali e formatori. Nel caso in cui non concedano il consenso, gli studenti seguiranno attività alternative. Ciò significa che se una ragazza o un ragazzo vive una situazione ultraconservatrice, o semplicemente difficile, all’interno della propria famiglia, per lui o per lei la scuola non diventerà un luogo di apertura e rifugio, non sarà uno spazio sicuro in cui apprendere il mondo sviluppando il proprio senso critico, ma unicamente uno specchio dell’opinione domestica.

Inoltre l’emendamento, vietando espressamente per le scuole medie il coinvolgimento di “attivisti ideologizzati” ed esperti esterni, rende di fatto impossibile qualsiasi percorso extracurricolare di educazione sessuoaffettiva, proprio nella fase più delicata e importante, quella tra gli 11 e i 14 anni. Già anni fa, l’associazione Selene, un gruppo di ostetriche ed educatrici sessuoaffettive attive a Roma, aveva riscontrato casi molto gravi all’interno delle scuole medie: ragazzine incinte a tredici anni, disturbi del comportamento alimentare, esperienze sessuali precoci disturbanti. Non solo, ma oggi, con l’utilizzo massivo degli smartphone, è quasi scontato lo scambio di materiale pedopornografico tra minori, lasciate e lasciati inconsapevoli davanti a schermi e algoritmi che diffondono continuamente contenuti sessuali. Siamo ormai lontane e lontani dal Valditara che, davanti al padre di Giulia Cecchettin, prometteva l’introduzione di programmi unificati di educazione sessuoaffettiva nelle scuole come misura preventiva alla violenza di genere. Siamo tornati e tornate all’Italietta che vuole questo governo, che rimane a rappresentare fiero, con i paraocchi, uno degli ultimi Paesi in Europa, con Bulgaria e Lituania, che impedisce i corsi di educazione sessuoaffettiva nelle scuole.

Come accadeva per l’aborto – il cui divieto non evita l’interruzione di gravidanza, ma favorisce solo l’illegalità –, anche per l’educazione le iniziative non si spengono, partono dal basso e diventano autorganizzate. Le attiviste e gli attivisti, le associazioni e i centri antiviolenza continuano a organizzare corsi e a proporre alternative: solo che in questo modo tutto resta delegato alle azioni indipendenti. Una cosa importante, come la salute fisica e mentale di ragazze e ragazzi – futuri adulti –, è lasciata alla buona volontà di un’insegnante “illuminata”, di una dirigente scolastica attenta al sociale.

“Mentre l’Europa va avanti, l’Italia torna al Medioevo” – ha commentato l’europarlamentare Alessandro Zan, e la deputata del Partito democratico Cecilia D’Elia ha definito il testo “oscurantista e lesivo dell’autonomia scolastica”. Chi invece, come Rossano Sasso della Lega, si è più volte espresso con opinioni quanto mai anacronistiche sul tema, ha respinto le accuse di censura, spiegando che l’emendamento “non vieta l’educazione alla sessualità, ma evita derive ideologiche”, sostenendo che i programmi scolastici già prevedono contenuti su relazioni, empatia e rispetto, definendo la misura “una proposta liberale e democratica che tutela la libertà educativa delle famiglie”.

Ma la paura di questi parlamentari e di queste famiglie, qual è? Come gli altri fatti della vita che si apprendono durante la crescita, così anche la sessualità e l’affettività, vanno comprese prima di affacciarsi a un mondo, quello degli adulti, che può essere crudo e spietato. Perché vogliono che le loro figlie e i loro figli arrivino a essere donne e uomini privi di consapevolezza, che si approccino a se stessi e agli altri senza strumenti, inermi dinanzi alle loro emozioni, violente o meno che siano? Il legame tra mancanza di educazione sessuale e aumento della violenza di genere è stato da anni sottolineato da pedagogisti e associazioni: la difficoltà a riconoscere il consenso, la visione possessiva dei rapporti affettivi, e l’assenza di strumenti per gestire emozioni e conflitti, sono tra i fattori che alimentano le dinamiche di controllo e sopraffazione. Se impostata in modo serio e coerente, l’educazione sessuale e affettiva è un percorso di consapevolezza che insegna il rispetto dell’altro, l’autonomia delle scelte e la parità nelle relazioni. Vietarla significa rinunciare a una delle poche forme di prevenzione realmente efficaci contro la violenza di genere.

Anche Save the Children ha ricordato come soltanto il 47% degli adolescenti italiani abbia ricevuto una qualche forma di educazione sessuale a scuola, percentuale che scende al 37% al Sud e nelle isole, mentre il 91% dei genitori si dichiara favorevole a introdurre percorsi obbligatori. “Per fermare la violenza maschile contro le donne e le ragazze occorre agire sulla prevenzione, con azioni educative e formative fin dalle età più giovani” – ha spiegato Giorgia D’Errico, direttrice relazioni istituzionali dell’organizzazione. L’Ong auspica che il parlamento modifichi l’emendamento, e introduca percorsi scolastici strutturali, in linea con le linee guida dell’Unesco e dell’Organizzazione mondiale della sanità, sottolineando che “i programmi più efficaci sono quelli avviati precocemente, capaci di diffondere una cultura del rispetto e del consenso”.

Mentre si firmava l’emendamento, c’è stato il femminicidio di Pamela Genini, il 71esimo, secondo l’osservatorio nazionale di Non una di meno.  Senza una vera strategia di prevenzione, il numero delle donne e delle trans uccise continua a crescere, anche se non viene correttamente contato. Infatti non esiste un registro ufficiale né un sistema aggiornato di raccolta dati. Nonostante le promesse del governo Meloni, la legge approvata più di tre anni fa per istituire una “banca dati nazionale sulla violenza di genere” non è mai stata attuata. Ridotto a cadenza trimestrale, il monitoraggio del Viminale, che in passato pubblicava report settimanali sugli omicidi volontari, ha un ultimo aggiornamento risalente a luglio, e nessun dato disponibile per i mesi successivi. Il ministero sostiene che la nuova modalità garantisca “dati più affidabili e coerenti”, ma di fatto oggi non è possibile conoscere con precisione il numero dei femminicidi avvenuti nel 2025, né confrontare i dati con gli anni precedenti. Andrebbero infatti aggregati i dati dei ministeri, dell’Istat e dei vari centri antiviolenza, al fine di identificare precocemente i reati minori che portano agli omicidi. Senza dati aggiornati, non si possono stilare analisi del fenomeno, né valutare e, soprattutto, prevenire il rischio. La giornalista e divulgatrice Donata Columbro, nel suo libro Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli, 2025), spiega che non esiste una banca dati istituzionale e pubblica sui femminicidi, un archivio aggiornato e verificabile che permetta di monitorare il fenomeno in modo trasparente e coerente. Secondo Columbro, contare è un atto politico: significa rendere visibile ciò che viene sistematicamente reso invisibile, alimentare il dibattito pubblico e fornire strumenti concreti per la prevenzione. Perché, come sottolinea l’autrice, “il femminicidio non è un fatto privato, ma l’espressione di una violenza e di un abuso di potere sostenuto dalla struttura patriarcale delle istituzioni e di una cultura che vede l’egemonia maschile come normale, statisticamente e socialmente”.

Per il governo, quindi, le cittadine e i cittadini devono rimanere senza dati, e senza educazione. Così si crea un doppio vuoto: non si insegna a riconoscere la violenza e non la si misura quando accade. L’educazione affettiva e sessuale non è solo una questione di salute pubblica, prevenzione delle gravidanze precoci, delle malattie sessualmente trasmissibili, ma anche uno strumento di consapevolezza contro la cultura del possesso e del silenzio. Negare alle scuole la possibilità di affrontare questi temi significa rinunciare a uno degli strumenti più efficaci per contrastare la violenza di genere sul lungo periodo. L’educazione serve per immaginare un futuro diverso; impedirla significa rendere ancora più invisibile un sistema che già fatichiamo a vedere.

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Tagsddl Valditara educazione sessuoaffettiva emendamento Lega famiglia Marianna Gatta patriarcato scuola violenza di genere violenza maschile

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