• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » Ex Ilva, di che morte morire?

Ex Ilva, di che morte morire?

Quella dell’acciaieria è una questione nazionale, come ha sostenuto anche il candidato alla presidenza della Regione Puglia, Antonio Decaro

20 Ottobre 2025 Guido Ruotolo  1424

Ancora una decina di giorni con il fiato sospeso. Aspettando che finalmente il governo riceva i sindacati a Palazzo Chigi (il 28 ottobre prossimo) per spiegare loro di che morte morirà l’ex Ilva, dopo il fallimento della gara pubblica. Se si andrà avanti con la decarbonizzazione e a quale prezzo. Insomma, se servirà bere l’amaro calice di una nuova cassa integrazione sapendo, i sindacati, che il sacrificio sarà ripagato con la prospettiva di nuovi impianti green, compatibili con l’ambiente e non nocivi per la popolazione e i lavoratori. E naturalmente mettendo in campo ammortizzatori sociali o nuove opportunità lavorative per gli esuberi. Oppure se il destino è segnato. Se l’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa chiuderà per sempre. E sarà messa in vendita al chilo, anzi a tonnellata, come materiale ferroso da fondere.

Alla vigilia dello sciopero di giovedì scorso, l’ex sindaco di Bari ed europarlamentare Pd, oggi candidato a presidente della Regione Puglia per il centrosinistra, Antonio Decaro, ha rotto il silenzio, postando un video sui social: “L’Ilva è una questione nazionale. Non deve essere strumentalizzata in campagna elettorale. Lo Stato deve assumersi fino in fondo la responsabilità della scelta. Se considera la siderurgia un settore strategico per il Paese, deve nazionalizzare l’Ilva facendosi carico della decarbonizzazione. Altrimenti l’Ilva sarà destinata a chiudere”. Finalmente, parole nette. Decaro ha ben chiara la strada da seguire: “In ogni caso, lo Stato deve intervenire per evitare che esplodano due bombe. Quella sociale e quella ecologica (la superficie dell’acciaieria è dieci volte più grande dell’Italsider di Bagnoli, Napoli)”.

Ma intanto Taranto fa finta di nulla. Come se il problema non la riguardasse. È silente. Lo sciopero del 16 ottobre è riuscito, ma la città non ha partecipato. E gli stessi sindacati hanno dovuto trovare un compromesso al loro interno per sottoscrivere una piattaforma comune. Alla Cisl non piaceva (come al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso) parlare di “nazionalizzazione” degli impianti, e allora si è tornati al tranquillizzante “intervento pubblico” a sostegno della decarbonizzazione.

Muta la città e inspiegabilmente indifferente il Paese. Taranto dovrebbe essere già da tempo una questione nazionale (come ha ricordato il candidato Antonio Decaro), per la politica, il governo e il sistema industriale italiano. Perché è in gioco il destino della siderurgia. In un Paese industrializzato va da sé che la siderurgia sia un settore strategico.

Venerdì scorso, a Taranto, in un convegno promosso da Legambiente sono stati ricordati alcuni dati essenziali: “Il 90% dell’intera produzione mondiale di metalli è acciaio. Nel 2024 sono stati prodotti nel mondo 1.88 miliardi di tonnellate di acciaio grezzo, e 3.7 miliardi di anidride carbonica. Dei quasi due miliardi di tonnellate, poco meno di un terzo proviene dalla rifusione dei rottami ferrosi in un forno elettrico”. Dunque il problema “non è se ma come si può produrre acciaio in modo sostenibile per l’ambiente”.

È vero che l’amministrazione comunale da pochi mesi eletta, guidata da Piero Bitetti, è sempre stata in trincea a sostegno di una ex Ilva “decarbonizzata” e senza rischiosissime bombe ambientali (come il rigassificatore nel porto di Taranto). Ma uno “zoccolo duro” di Taranto vuole la chiusura dell’acciaieria che inquina il territorio e compromette la salute dei cittadini e dei lavoratori. La magistratura aveva da poco fermato gli impianti, sequestrato gli altiforni, l’area a caldo, nominato amministratori straordinari, arrestato proprietari e dirigenti, quando gli ambientalisti promossero un referendum sottoponendo due quesiti ai tarantini: referendum che fu annullato perché andò a votare solo il 20% degli aventi diritto (33.838 su 173.061 elettori). Primo quesito: “Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’acciaieria Ilva?” Si espresse a favore l’81,29% dei votanti, contrari il 17,25%. Secondo quesito: “Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute e quella dei lavoratori, proporre la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva, maggiore fonte di inquinamento, con conseguente smantellamento dei parchi minerali?”. A favore, il 92,62% dei votanti, contrari il 5,30%.

Dodici anni dopo, siamo ancora lì: in gioco ci sono la sopravvivenza della fabbrica, dell’acciaieria, e la salute dei cittadini e dei lavoratori.

1.389
Archiviato inArticoli
TagsAntonio Decaro ex ilva Guido Ruotolo Taranto

Articolo precedente

Legge di Bilancio, un sorriso amaro

Articolo successivo

Bombe e silenzi

Guido Ruotolo

Articoli correlati

Ordine pubblico e democrazia

Ex Ilva, nuove iniziative di lotta

Tutto l’amianto dell’ex Ilva

La troppo lunga storia del 41-bis

Dello stesso autore

Ordine pubblico e democrazia

Ex Ilva, nuove iniziative di lotta

Tutto l’amianto dell’ex Ilva

La troppo lunga storia del 41-bis

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Meloni nel suo brodo
Rino Genovese    15 Luglio 2026
Fronte ucraino, il rischio è quello di un allargamento della guerra
Giorgio Graffi    13 Luglio 2026
Ordine pubblico e democrazia
Guido Ruotolo    9 Luglio 2026
Ultimi articoli
Cosa si sa delle università telematiche
Paolo Barbieri    21 Luglio 2026
Legge elettorale, Vannacci scompiglia la destra
Stefania Limiti    20 Luglio 2026
Porto di Fiumicino, prima vittoria
Marianna Gatta    20 Luglio 2026
Una settimana nella vita di Nigel Farage
Agostino Petrillo    16 Luglio 2026
Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito
Marco Santopadre    15 Luglio 2026
Ultime opinioni
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Una casa per il circolo Gianni Bosio?
Paolo Andruccioli    3 Luglio 2026
Chiesa, i lefebvriani all’attacco
Rino Genovese    2 Luglio 2026
Elly Schlein e l’establishment
Rino Genovese    26 Giugno 2026
Ultime analisi
La pelle del serpente: tutte le metamorfosi di AfD
Agostino Petrillo    10 Luglio 2026
Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale
Massimo Florio*    8 Giugno 2026
Ultime recensioni
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”
Katia Ippaso    29 Giugno 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA