Suscitano risonanze cosmopolite e risorgimentali le immagini dei giovani cileni scelti per condurre il Paese più australe del mondo fuori dalla latente crisi sociale, politica e istituzionale che loro stessi hanno fatto precipitare due anni fa: un’impresa in ogni senso “di frontiera”. Più donne che uomini, tutti non ancora quarantenni (racchiuse nelle dita di una mano le pur notevoli eccezioni), sorrisi sulle bocche e sguardi verso un avvenire che promettono degno per tutti, difficile eppure non impossibile: “Siamo qui per cambiare”.

Sullo sfondo strade e piazze della loro lunga marcia di protesta. Li ho seguitiper la prima volta giusto dieci anni fa – tra Santiago, Valparaíso e Concepción – nel fumo dei lacrimogeni, al debuttodi quello che oggi qualcuno chiama un Sessantotto, con meno fantasia ma più potere.

È il popolo al governo? Piuttosto un governo di élite scelte dal popolo nelle urne elettorali, secondo quella democrazia pensata da Schumpeter, e che non dispiaceva neppure a Max Weber. C’è anche un’Allende, Maya Fernández: la sua nomina a ministra della Difesa, dunque alla testa delle Forze armate, è carica di simbolismi. “Sono più che orgogliosa di mio nonno Salvador, ma io sono io: un rispettoso funzionario dello Stato”, avverte lei con schiettezza.

La madre, Beatriz, rimase accanto al padre, il presidente, tra le fiamme della Moneda. Poi l’esilio con il marito cubano nell’isola caraibica. Maya, che aveva due anni, è cresciuta e ha studiato scienze biologiche all’Avana. In Cile è tornata solo dopo la scomparsa di Pinochet, scegliendo subito la politica nel Partito socialista e l’attività parlamentare.

Maya è una tra le quattordici donne e i dieci uomini scelti dal neopresidente, Gabriel Boric, per formare il suo governo che entrerà ufficialmente in carica il prossimo 11 marzo. Né il Cile, né l’America latina (e probabilmente nessun paese del mondo) avevano mai visto tante donne riunite alla guida di una politica nazionale. Né si tratta di un beau geste nel segno di una moda ormai diffusa internazionalmente (sebbene più a parole che nei fatti). È invece la coerente conseguenza di un criterio politico che seleziona sulla base di competenze ed esperienze.

Nel corso di anni vissuti come presidente della commissione Difesa, e poi anche come presidente della Camera dei deputati, Maya ha trattato con gli alti gradi militari i problemi tecnici ed economici delle diverse armi, ha partecipato a seminari riservati su strategie e tattiche, si è conquistata il rispetto e la considerazione di molti.

“A comandare sono le esigenze del programma: piena libertà di espressione per tutti e le riforme necessarie a garantire un accesso universale alla difesa della salute, a pensioni dignitose, a un’educazione adeguata ai tempi, alla conservazione dell’ambiente”, va ripetendo Boric. Oltre agli anni di gavetta parlamentare, seguiti alla rivolta studentesca, dicono a Santiago che i suoi studi di giurisprudenza siano stati arricchiti dalla lettura del politologo irlandese Philip Petitt, docente a Princeton, teorico della Repubblica come sommo regime di libertà ed eguaglianza dei cittadini, già apprezzato dal leader spagnolo José Luís Zapatero. La dialettica di Petitt tende a superare l’idea di sintesi come fattore dominante, e include anche una revisione del concetto gramsciano di egemonia.

Boric parla con tutti e ancora più li ascolta. Poi decide. Hanno colpito le sue aperture a cattolici e laici, socialisti delle varie sfumature, dal Partito socialista ai radicali. Ha lasciato insoddisfatti i comunisti, suoi primi e fedeli alleati. Sono rimasti senza nessun ministero di peso ma con almeno un appetitoso portafoglio: però l’importantissimo incarico di segretaria generale e portavoce del governo alla comunista Camila Vallejo è il frutto della sua antica militanza studentesca e del rapporto personale con il presidente.

Economia e finanza sono state affidate a “tecnici di area” (si direbbe in Italia), in qualche misura accettati da un establishment notoriamente riservatissimo: il più noto e autorevole – un Draghi della situazione –, Mario Marcel, 63 anni, oggi presiede il Banco centrale per nomina dell’uscente presidente ex pinochetista Piñera, dopo essere stato stretto collaboratore della presidente socialista Bachelet.

Ci sono ministri dichiaratamente gay, ma non lo è la ministra per la Equità di genere. La polemica più pettegola è quella suscitata dalla compagna del presidente, Irina Karamanov, studi di scienze politiche e militanza femminista che, ciò nonostante, e sia pure con la dichiarata intenzione di modificarne sostanzialmente il carattere, ha deciso di accettare il tradizionale e ovunque indefinito ruolo di prima dama della Repubblica. Almeno fino a prova contraria, un tradimento agli occhi delle sue ex compagne. A volte, sembra lasciar capire Irina d’intesa con il presidente, è più saggio dare uno sguardo anche al bicchiere mezzo vuoto, a quel Cile tradizionale, vasto e trasversale rispetto alla politica, non necessariamente animato da cattive intenzioni ma accomodato da sempre nel senso di conservazione dell’austera borghesia cilena.

In attesa di trasferirsi al palazzo della Moneda, in pieno centro storico, Boric invita e riceve in una casona di Providencia, sull’avenida Condell, uno stradone che sale verso i quartieri residenziali della pre-cordigliera andina, ora più trafficato che mai. Con lui, il suo stato maggiore, i compagni di sempre. Giorgio Jackson, ingegnere e ideologo fluido, al pari di Camila Vallejo, qualche avo italiano (lo hanno battezzato Giorgio, non Jorge, né George come un suo bisnonno inglese, e da parte materna c’è una Drago). È ancor oggi il più popolare dei leader studenteschi. E Izkia Siches, ministra degli Interni, in quanto tale premier e vicaria del capo dello Stato, medica, presidente del suo ordine professionale, e protagonista della battaglia anti-Covid-19, che in Cile ha fatto quarantamila morti su venti milioni di abitanti anche per inadempienze del governo Piñera.

No son 30 pesos, son 30 años: Boric e i suoi ricordano lo slogan dei manifestanti di plaza Italia per spiegare che l’aumento del prezzo dei trasporti è stata solo l’ultima goccia che, due anni fa, fece traboccare il vaso delle proteste. Lo ripetono adesso agli interlocutori per spiegare che non si torna indietro; ma molto potrebbe essere condizionato dagli esiti della Convención constitucional. Il governo agirà da subito, dal giorno stesso dell’insediamento; mentre i padri e le madri della nuova Carta – prevalentemente indipendenti, ma anche espressione di tutti i partiti – hanno tempo fino a luglio per ridisegnare i diritti dei cileni finalmente liberati dai condizionamenti della dittatura militare. Fino ad allora, costituiranno una fonte legislativa parallela a governo e Congresso in una duplicità che, per eccesso o per difetto, potrebbe creare qualche cortocircuito politico-istituzionale. Un’ulteriore ragione per comprendere l’inedito intreccio di radicalità e aperture del governo più a sinistra della storia cilena.