Alcune settimane fa l’agenzia Bloomberg aveva lanciato l’allarme – “secondo documenti dell’intelligence Usa, la Russia starebbe preparando l’invasione dell’Ucraina” –, pubblicando un report corredato con foto satellitari che mostrerebbero l’ammassamento di truppe, circa centomila uomini e mezzi corazzati russi lungo il confine ucraino. Pochi giorni dopo, ancora su Bloomberg, erano usciti particolari e dettagli sull’operazione di Mosca: l’invasione avverrà tra gennaio e febbraio 2022 e l’attacco militare sarà portato attraverso la Bielorussia, il Donbass e la Crimea. Vale a dire, con un’operazione concentrica che – da nord, est e ovest – non avrebbe lasciato scampo a Kiev. Salvo però inserire, a metà del report, che “America and others are not saying a war is certain, or even that they know for sure Putin is serious about one”. Insomma nessuna certezza, da parte dei servizi segreti americani, che ciò avverrà veramente.

Da Mosca, ovviamente, le smentite non si sono fatte attendere, definendo l’indiscrezione statunitense “vuota e senza senso, volta soltanto ad alimentare tensioni”. L’ipotesi dell’attacco – che darebbe luogo a una grave crisi bellica, pressoché irreversibile, date le questioni in ballo – non convince però parecchi analisti. “Quella della Russia è, come accade spesso, una reazione alle operazioni militari, che a volte sfiorano la provocazione vera e propria che la Nato compie periodicamente sotto il naso di Mosca”, spiega Mara Morini, docente di Scienze politiche all’università di Genova, autrice del volume La Russia di Putin: “Bisognerebbe anche raccontare che soltanto pochi giorni fa c’è stata un’esercitazione militare della Nato a venti chilometri dal confine russo, e il ministro della Difesa Šojgu voleva addirittura intervenire, è stato proprio Putin a fermarlo”.

Questo avveniva nel mar Nero dove la situazione dei confini e delle acque territoriali sembra vicina al parossismo (in una zona strategicamente così importante, peraltro): con l’annessione della Crimea, infatti, il braccio di mare dello stretto di Kerch, che immette nel mar Nero, si trova pericolosamente vicino al confine crimeano, ma allo stesso tempo è l’unico passaggio per l’approdo al porto di Mariupol’, territorio ucraino dove spesso arrivano le navi commerciali di Kiev. Nonostante il mar di Azov, su cui si affaccia proprio Mariupol’ (ma anche la russa Rostov), e lo stretto di Kerch siano sottoposti alla convenzione internazionale marittima che prevede il libero passaggio navale (articolo 44 delle Nazioni Unite sul diritto del mare), dopo l’annessione russa della Crimea, Mosca ha imposto alcune restrizioni sul transito, definite comunque arbitrarie dalla comunità internazionale. L’incerta situazione legislativa sull’area ha portato, nel giugno scorso, persino a uno scontro navale nel mar Nero tra la marina russa e un cacciatorpediniere inglese, fatto bersaglio di colpi di arma da fuoco per “aver violato le acque territoriali russe”.

“Putin, più di una volta, aveva avvertito la Nato di non violare le cosiddette ‘zone rosse’, le aree cioè troppo vicine al confine russo, per mezzo delle sue continue esercitazioni militari”, ha detto ancora Morini, che però ha aggiunto: “Potrebbe anche avere un senso, dal punto di vista di Putin, il fatto che la Russia voglia ridiscutere i propri confini con le vicine ex-repubbliche sovietiche. Un po’ per motivi demografici interni, dato il crollo della natalità. Un po’ per motivi elettorali, data la difficile situazione, sia in termini di consenso verso il Cremlino sia in termini di Pil, e a causa del fallimento del piano vaccinale (a oggi risulta completamente immunizzata, con entrambe le dosi, appena il 50% della popolazione, ndr). Ma risulta difficile credere all’ipotesi dell’invasione”.

Va anche sottolineato come Putin, che di strategia militare un po’ ne mastica, difficilmente avrebbe giocato così allo scoperto, trasferendo per mesi migliaia di militari, riservisti e carri armati fino al confine con l’Ucraina, pensando di passare inosservato. Il problema semmai in Russia è un altro, spiega ancora Morini: “A preoccupare è principalmente l’involuzione autoritaria e repressiva in politica interna che mostra una certa sopraggiunta debolezza di Putin. Non solo l’uso eccessivo della legge sui cosiddetti ‘inoaghenti’ (le associazioni, le Ong, alcune testate giornalistiche o anche privati cittadini, inseriti nella black list degli ‘agenti stranieri’, e quindi impossibilitati a svolgere la loro attività, ndr), ma anche la guerra di fazioni che da tempo si è scatenata all’interno del ‘cerchio magico’ interno al Cremlino”. In Occidente, secondo Morini, il potere di Putin viene visto, erroneamente, come se fosse un potere monocratico, ma non è così.

Da anni oligarchi e silovikì (“grand commis di Stato”, diremmo noi in Occidente), da una parte, cercano di influenzare il presidente per ottenerne benefici, dall’altra sono già in lotta per la successione. “Putin in fondo ha soltanto perfezionato e messo in pratica gli articoli della Costituzione congegnata da Eltsin – spiega ancora la docente – e in questi anni ha dovuto gestire le diverse fazioni come un manager”. E chi sono questi oligarchi e silovikì? “Ce ne sono diversi, che vanno dai nazionalisti xenofobi ai riformisti liberali. Una parte di loro sostiene il presidente per continuare a ottenere benefici, un’altra invece trama per il cambiamento, che però potrebbe non significare automaticamente che il prossimo capo del Cremlino sia più democratico dell’attuale”. Più esattamente? “Penso a Medvedev, presidente per un solo mandato dal 2008 al 2012, ritenuto non si sa bene quanto a ragione, liberale più vicino all’Occidente. O alcuni componenti legati al Partito comunista di Gennadij Zjuganov, un partito con un forte impianto politico nazionalista”.

Proprio il Partito comunista, in crescita dopo le ultime elezioni parlamentari dello scorso settembre, è considerato il vero vincitore del turno elettorale. Su questo Morini tiene a precisare: “Non condivisi all’epoca e non condivido tuttora la scelta dell’opposizione russa e di Naval’nij di ricorrere al cosiddetto ‘voto intelligente’. Vale a dire, la scelta del candidato opposto a quello putiniano, in molti casi proprio del Partito comunista, pur di far perdere Putin. Se qualcuno in Occidente si illude che questa scelta possa rappresentare un punto di svolta in favore della ‘democrazia’ si sbaglia di grosso”.

Chi potrebbe avere più chance, nel caso di un cambio di leadership? “Penso a Sobjanin, il sindaco di Mosca che è stato elogiato per la sua gestione della pandemia nella capitale, oltre ai miglioramenti infrastrutturali realizzati in questi anni in città. Ma anche la Matvijenko, governatrice in passato della regione di Leningrado e attualmente presidente del Consiglio delle federazioni (il nostro Senato, ndr). E in particolare l’attuale premier, Michail Mišustin, un tecnocrate messo da Putin a capo del governo, che sta godendo di un ottimo consenso, con frequenti apparizioni nella tv di Stato. Segnale, questo, di una certa popolarità acquisita”. Putin qualche tempo fa – conclude Morini – lo aveva detto: “Il mio sostituto non dovrà per forza avere condiviso tutte le mie scelte, potrà avere punti di vista differenti. L’importante è che sia disposto a dare la vita per la Russia”.