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Crisi tra Polonia e Bielorussia, una partita geopolitica

A consumarsi in queste ore nei boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia non è solo l’ennesima crisi umanitaria che vede protagonisti, da un lato, alcune migliaia di migranti (provenienti, in questo caso, soprattutto dal Kurdistan iracheno e dalla Siria) protesi a raggiungere l’eldorado europeo, e dall’altro le forze polacche di polizia e dell’esercito. Dentro questa crisi ce n’è un’altra, che ha le vesti di una complicata partita geopolitica e coinvolge gran parte delle aree roventi del pianeta. Vladimir Putin – zar di ciò che è rimasto della dissoluzione di un impero, protettore della satrapia post-sovietica bielorussa – ha potuto dichiararlo con beffarda chiarezza: l’Europa, sulla questione dei profughi, si gioca la credibilità rispetto ai propri strombazzati princìpi umanitari, ed è inoltre corresponsabile della devastazione di quelle terre da cui essi fuggono.

Che ciò sia vero o falso (vero per quanto riguarda l’Iraq, in cui gli europei intervennero nell’insensata guerra voluta dagli Stati Uniti, falso relativamente alla Siria, dov’è piuttosto la Russia responsabile dell’appoggio al dittatore locale e alle sue persecuzioni ai danni degli oppositori), non toglie nulla alla circostanza che voli charter da Damasco a Minsk, con tanto di visto turistico, siano stati organizzati di recente, alimentando così il miraggio di chi non ce la fa più a vivere dove vive. E non v’è dubbio che i profughi siano per il satrapo bielorusso, anziché dei rifugiati, un’arma impropria da spingere verso i confini occidentali, ben conoscendo l’allergia ai migranti manifestata dall’attuale regime polacco, tra l’altro a un passo dalla rottura con l’Unione europea.

Il cattolicesimo polacco e il dramma dei profughi

Il 7 ottobre 2017 un milione di polacchi pregò, stringendo il rosario in mano, formando una catena umana lungo i confini della Polonia. L’intenzione era trasformare quelle corone mariane in una difesa dei patri confini dai migranti musulmani, che minacciavano il Paese dalla Bielorussia. Qualcuno parlò di rosari idealmente trasformati in filo spinato. Immagine forte, che alcuni storici manifesti croati peraltro rievocano da tempo: lì si può vedere il rosario steso come un filo rosso lungo i confini della Croazia, Antemurale Christianitatis, cioè baluardo della cristianità contro i musulmani, gli ottomani. 

La visione dunque è diffusa in quelle regioni dell’Est Europa; e val la pena di ricordare che, a promuovere l’iniziativa polacca, fu “Radio Maria”, epicentro del cattolicesimo nazionalista che aveva, negli anni terminali del suo pontificato, contestato duramente Giovanni Paolo II per le sue iniziative favorevoli al dialogo interreligioso, così come per il suo favore alla scelta europea che a “Radio Maria” non piaceva, in quanto lesiva della “cattolicità polacca”. Si arrivò allora alla mobilitazione del 7 ottobre 2017, e non è difficile ricordare l’imbarazzo di alcuni, la contrarietà di altri, come pure l’appoggio di molti vescovi. Il presidente dei vescovi polacchi, però, minacciò di sospensione a divinis tutti i religiosi che si erano lasciati coinvolgere nell’iniziativa.