A consumarsi in queste ore nei boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia non è solo l’ennesima crisi umanitaria che vede protagonisti, da un lato, alcune migliaia di migranti (provenienti, in questo caso, soprattutto dal Kurdistan iracheno e dalla Siria) protesi a raggiungere l’eldorado europeo, e dall’altro le forze polacche di polizia e dell’esercito. Dentro questa crisi ce n’è un’altra, che ha le vesti di una complicata partita geopolitica e coinvolge gran parte delle aree roventi del pianeta. Vladimir Putin – zar di ciò che è rimasto della dissoluzione di un impero, protettore della satrapia post-sovietica bielorussa – ha potuto dichiararlo con beffarda chiarezza: l’Europa, sulla questione dei profughi, si gioca la credibilità rispetto ai propri strombazzati princìpi umanitari, ed è inoltre corresponsabile della devastazione di quelle terre da cui essi fuggono.

Che ciò sia vero o falso (vero per quanto riguarda l’Iraq, in cui gli europei intervennero nell’insensata guerra voluta dagli Stati Uniti, falso relativamente alla Siria, dov’è piuttosto la Russia responsabile dell’appoggio al dittatore locale e alle sue persecuzioni ai danni degli oppositori), non toglie nulla alla circostanza che voli charter da Damasco a Minsk, con tanto di visto turistico, siano stati organizzati di recente, alimentando così il miraggio di chi non ce la fa più a vivere dove vive. E non v’è dubbio che i profughi siano per il satrapo bielorusso, anziché dei rifugiati, un’arma impropria da spingere verso i confini occidentali, ben conoscendo l’allergia ai migranti manifestata dall’attuale regime polacco, tra l’altro a un passo dalla rottura con l’Unione europea.

È dunque né più né meno che una provocazione quella orchestrata dalla Bielorussia: una ritorsione per le sanzioni poste nei suoi confronti dall’Unione europea dopo il dirottamento di un volo Ryanair, costretto ad atterrare nel maggio scorso a Minsk, al fine di catturare due oppositori politici. D’altra parte la Polonia si è guardata bene dal coinvolgere Frontex, che pure ha sede a Varsavia, e sarebbe l’agenzia europea deputata a operare alle frontiere esterne dell’Unione, fornendo un primo aiuto a chi ne ha bisogno, ma anche sovrintendendo agli eventuali rimpatri forzati dei migranti verso i Paesi d’origine (ammesso che questi siano disposti a riaccoglierli). “Chi fa da sé fa per tre” – si saranno detti in Polonia – preferendo mobilitare soltanto le proprie forze di sicurezza, e manifestando il proposito di costruire un muro lungo il confine bielorusso.

Muri in Europa? Si sperava di non vederne più. Ma da tempo, e proprio nella storicamente fatidica Europa centrale, si sono risvegliati i mostri ibernati dei nazionalismi, fomentatori di tensioni e di scontri reciproci. In quella parte del nostro continente nessun Paese – con la relativa eccezione, per fortuna, fin qui della Germania – è immune da questa “ripresa” che, come di prammatica, mostra due facce: il ritorno di un passato mai veramente passato e un aspetto di novità. I nazionalismi del primo Novecento, infatti, avevano caratteristiche “aristocratiche” e fortemente militariste: erano espressione anzitutto di una casta, che fu anche, alla fine, capace di coinvolgere le masse, ma nei confronti della quale ci fu un’opposizione soprattutto da parte dei movimenti socialisti. Erano, in una parola, pre-totalitari. I nazional-populismi di oggi sono invece post-totalitari: hanno appreso, in una sorta di evoluzione naturale, a presentarsi in foggia democratica, magari manipolando le elezioni a proprio piacimento, e – cosa questa più caratterizzante ancora – ergendosi a difensori di un’identità etnica minacciata da un’invasione non aperta ma sotto mentite spoglie.

Non è mutato tuttavia il fatto che, come da tradizione, questi nazionalismi, quando di piccoli Paesi, tendono ad appoggiarsi ad altri nazionalismi più grandi di loro. Il rapporto di protezione che da sempre la Russia intrattiene, per esempio, con il mondo slavo dei Balcani fa parte di questa prospettiva a scatole cinesi, secondo cui il nazionalismo più piccolo è compreso all’interno di uno più grande. Il panslavismo non era altro che questo: l’unità all’interno di una concezione imperiale, quella per cui lo zar era “zar di tutte le Russie”.

Ora, la Polonia si è storicamente sottratta a questa prospettiva, sviluppando un nazionalismo proprio (tra l’altro su base religiosa cattolica, anziché ortodossa), nell’Ottocento anche democratico, che ha assunto però, ai tempi d’oggi, una connotazione ultraconservatrice. La Polonia non è filoputiniana, laddove l’Ungheria di Orbán lo è. Per non parlare delle repubbliche baltiche, Lituania e Lettonia, attirate anch’esse nella partita geopolitica che si sta giocando sulla pelle dei migranti, le quali filorusse non sono mai state.

Tutto questo per dire che l’artefice principale di questo gioco tra Russia, Bielorussia, Polonia e Unione europea, è Putin, perfetto esempio di realismo politico privo di scrupoli in stile sovietico, spinto fino a una pratica criminale vera e propria, quando è il caso, ma che al tempo stesso può proporsi eventualmente come mediatore tra interessi contrapposti. Perfino le ulteriori sanzioni decise da Bruxelles, ieri 15 novembre, nei confronti di Minsk gli fanno comodo, perché legano il satrapo ancor più al suo carro, oltre a distogliere l’attenzione dalle manovre ai danni dell’Ucraina, di cui la Russia occupa parte del territorio. Unicamente la minaccia di “tagliare il gas” all’Europa può dare qualche pensiero al presidente, perché il gas significa introiti notevoli per la Russia; mentre, a maggior ragione dopo quanto sta accadendo, sarebbe essenziale per l’Europa svincolarsi, con la transizione energetica, da questa dipendenza.

Ciò che va compreso, comunque, è che non siamo più agli inizi del Novecento. Rispetto a quel periodo abbiamo movimenti antinazionalisti probabilmente meno forti, ma c’è un’Unione europea che – pur con i suoi difetti e i suoi limiti– è un baluardo per la difesa della pace nel continente. Il progetto di costituire un esercito europeo riceve un impulso dalla crisi attuale: ed è da considerare in primo luogo nella chiave di un’autonomia rispetto alla Nato, in secondo luogo nella prospettiva di una presa di distanza da quel “chi fa da sé fa per tre” che, come si è visto, è un po’ il motto cui si ispira la Polonia nel confronto in corso con la Bielorussia. Gli europei devono prendere atto che è suonata l’ora di una maggiore integrazione a tutti i livelli. È questo oggi l’antidoto principale ai nazional-populismi e alle rischiose tensioni da essi provocate.