• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Accedi
Home » Analisi » Immigrazione, il tradimento europeo e americano dei diritti umani

Immigrazione, il tradimento europeo e americano dei diritti umani

Gli ultimi accadimenti al confine tra Polonia e Bielorussia ripropongono prepotentemente la domanda: cosa fa sì che gli occidentali non rispettino la convenzione delle Nazioni Unite sui migranti?

24 Novembre 2021 Stefano Rizzo  1573

Adesso che l’ultima, in ordine di tempo, crisi migratoria tra Polonia e Bielorussia è in via di esaurimento – con “solo” poche centinaia di migranti e richiedenti asilo accampati al freddo nelle foreste al confine con la Polonia, alcune centinaia di iracheni deportati nel loro Paese d’origine e altre migliaia internati in campi di concentramento in Bielorussia –, adesso è il caso di fare alcune considerazioni generali sul “fenomeno” migratorio.

La prima è che c’è una non sorprendente unità di comportamenti dei Paesi ricchi del mondo – dall’Australia al Giappone, all’Arabia saudita, agli Stati Uniti, all’Europa – nei confronti dell’immigrazione da quelli poveri. Tutti i Paesi ricchi, e molti dei poveri, hanno firmato la convenzione delle Nazioni Unite per la protezione dei migranti e richiedenti asilo e i loro leader politici (non tutti, naturalmente, ma i migliori sì), prima di essere eletti, fanno sull’argomento dichiarazioni di alto valore morale, cui spesso poi non corrispondono concrete scelte politiche.

Gli australiani, protetti dagli oceani che li circondano, internano i pochi filippini, vietnamiti e indonesiani che riescono ad arrivare sulle loro coste negli isolotti dove un tempo gli inglesi deportavano i criminali e le prostitute: e lì li tengono anche per anni in un limbo giuridico. I giapponesi non ammettono neppure un migrante, e così Taiwan (in Cina sembra che nessuno voglia andare). I Paesi della penisola arabica trattano di fatto come schiavi i migranti asiatici di cui hanno bisogno per costruire i loro grattaceli, li alloggiano in campi profughi lontani dalle città e, quando hanno finito, li rispediscono nel luogo d’origine. Gli Stati Uniti – Paese di immigrati, si diceva un tempo e si proclama tuttora – hanno invece una secolare tradizione di discriminazione nei confronti di irlandesi, italiani, greci, ebrei, est-europei, cinesi, giapponesi e, naturalmente, africani (ma quelli erano schiavi deportati, non migranti volontari). Oggi si limitano a respingerli al confine meridionale prendendoli a frustate e rispedendo nei Paesi d’origine i pochi che riescono a passare. Gli europei, che così spesso si vantano dei loro valori umanitari, si limitano per lo più a lasciarli affogare nel Mediterraneo (1300 morti nel 2021, fino a oggi) o, com’è avvenuto nelle scorse settimane, morire di freddo nelle foreste.

Non che le cose andassero meglio in passato: i gruppi umani hanno sempre osteggiato, spesso in maniera violenta, l’arrivo sul loro territorio di altri gruppi umani diversi da loro sotto qualche rispetto (lingua, religione, etnia, colore della pelle). Pogrom, stermini, deportazioni di massa, sono stati la regola nei confronti dei migranti, molto più spesso dell’assimilazione che, quando c’è stata, è avvenuta nel corso di generazioni. La differenza con l’oggi sta nello stridente contrasto tra i valori proclamati e sottoscritti dagli Stati nelle convenzioni internazionali e i loro concreti comportamenti.

La ragione è semplice: volta a volta, quando un leader politico ha cercato di seguire principi più umani, allargando le maglie delle recinzioni o praticando qualche breccia nei muri che materialmente o metaforicamente circondano il suo Paese, dopo poco si è trovato a fronteggiare la protesta popolare, più o meno spontanea, più o meno aizzata dai suoi oppositori. Così i leader europei hanno imparato la lezione e, nella speranza di conservare il potere, hanno fatto marcia indietro rispetto ai propositi conclamati.

Così Angela Merkel, dopo avere accolto nel 2015 un milione di profughi siriani, si è trovata di fronte a un’impennata di consensi a favore del partito di estrema destra, sovranista e xenofobo, e ha assunto una posizione più rigida nei confronti dei migranti. Così in Italia, dopo la sanatoria che nel 2002 regolarizzò oltre 600mila migranti, è cresciuto il consenso nei confronti del principale partito xenofobo (peraltro al governo allora come ora), il cui leader Bossi ebbe a dichiarare che bisognava sparare sui barconi dei migranti che disperatamente cercavano di attraversare il Mediterraneo. Ma non è solo la destra. Anche la sinistra (o centrosinistra) al potere, seppure adottando comportamenti meno disumani, ha dovuto (o ritenuto di) moderare l’affermazione dei principi con un “prudente” realismo: per esempio accantonando per anni (e tuttora) il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli dei migranti nati in Italia.

L’elenco di questi continui compromessi tra valori (e obblighi internazionali) e opportunità politica sarebbe lungo e riguarderebbe tutti i Paesi democratici ricchi e benestanti (degli altri non parliamo). Ma due esempi vanno ancora fatti, perché particolarmente stridenti: Stati Uniti e Unione europea.

Gli Stati Uniti – abbiamo detto – hanno una lunga storia di discriminazione nei confronti dei propri immigrati europei e asiatici. Oggi, e da almeno vent’anni, è aumentata la pressione migratoria al confine con il Messico: si tratta spesso di migranti economici che ricercano migliori condizioni di vita, ma vi sono anche persone che fuggono dalla violenza politica e criminale. Fin dall’amministrazione Bush (2001-2009), si annuncia la necessità di una riforma generale dell’immigrazione, che tuttavia non è mai stata realizzata per l’opposizione di uno o dell’altro dei due principali partiti. Con la presidenza Trump, c’era stato un ulteriore inasprimento nei confronti dei richiedenti asilo, con aspetti particolarmente crudeli (separazione dei bambini posti in orfanatrofi, mentre i genitori venivano deportati).

Anche Joe Biden, appena eletto, aveva annunciato una riforma generale del sistema e comportamenti più umani al confine. Dopo nove mesi la riforma non è neppure avviata e i comportamenti, con qualche modesto correttivo, sono rimasti quelli di prima. La ragione? Quella già detta: Biden ha altro da fare, deve realizzare il proprio programma economico, senza il quale la sconfitta alle prossime elezioni di midterm è assicurata. Quindi non è “opportuno” aprire ora un altro fronte nello scontro politico con i repubblicani. In futuro si vedrà. I migranti intanto aspettino.

Anche in Europa, da un ventennio, si proclama l’esigenza di una politica comune europea nei confronti dell’immigrazione. Ma, nonostante un numero infinito di vertici, la creazione di Frontex (per assistere i profughi in pericolo di vita, ma in realtà per arginarne l’afflusso) e qualche accordo bilaterale parziale, la situazione è rimasta immutata. Dublino, cioè l’accordo che prevede che i migranti restino nel Paese di primo arrivo (penalizzando sul fronte meridionale Italia, Malta, Grecia e Spagna), rimane in piedi, anche se di continuo si afferma che deve essere “superato”. La ragione è sempre la stessa: un gran numero di Stati dell’Unione non vuole saperne di accogliere i migranti perché o sono governati dalla destra più o meno xenofoba, o temono contraccolpi nell’opinione pubblica. Molto meglio che se ne occupino altri (leggi: la Turchia), pagandoli, senza stare a guardare come li trattano.

E arriviamo all’oggi. L’ultima crisi al confine orientale dell’Europa rappresenta un ulteriore passo nella politica europea sull’immigrazione, un passo indietro vergognoso. Nel merito, non c’è alcun dubbio che il presidente bielorusso Lukashenko abbia permesso l’arrivo di migliaia di profughi mediorientali nel suo paese con la promessa implicita di farli passare in Europa, e che l’abbia fatto come ritorsione nei confronti dell’Unione per le sanzioni economiche che gli erano state imposte per i suoi comportamenti autocratici.

Di fronte a questo afflusso di migranti al suo confine, la Polonia, governata da una coalizione di destra xenofoba, ha reagito con toni e comportamenti sopra le righe. Ha parlato di invasione, di atto di guerra da parte della Bielorussia, ha chiesto l’intervento della Nato e ha schierato al confine l’esercito invitando anche qualche centinaio di soldati dei Paesi baltici per contrastare l’“invasione” di qualche migliaio di disperati accampati in condizioni proibitive al suo confine (e si ricordi che la Polonia ha un bassissimo numero di immigrati accogliendo un numero risibile di richiedenti asilo). Nei confronti di questi poveracci, ha sparato con i cannoni ad acqua nel gelo delle notti, provocando la morte per assideramento di decine di loro, soprattutto bambini, li ha rincorsi e presi a manganellate, nel mentre che a Varsavia manifestanti di estrema destra chiedevano che l’esercito sparasse contro di loro.

Ma il punto non è la evidente disumanità di queste azioni e affermazioni. Il punto è il comportamento dell’Europa, che avrebbe dovuto richiamare con forza la Polonia all’obbligo –non solo morale ma giuridico, in base alla convenzione sui rifugiati e alla Carta europea sui diritti umani – di assistere e accogliere almeno temporaneamente i profughi, consentendo loro di presentare richiesta di asilo. E invece è stato spedito a Varsavia il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, per esprimere “solidarietà” e piena adesione alla linea oltranzista del governo polacco.

È possibile che Michel abbia anche esortato Varsavia a comportamenti più umani nei confronti dei profughi, ma certamente – ammesso che l’abbia fatto – non è stato ascoltato. Per essere chiari: se l’Unione europea vuole essere qualcosa di più di un soggetto economico – e se vuole che i valori di cui tanto si vanta abbiano cogenza, almeno al suo interno – deve (avrebbe dovuto) esercitare tutta la pressione di cui dispone per avvicinare almeno in parte valori e comportamenti di un suo membro. L’Unione ha un contenzioso aperto con la Polonia sul rispetto dello Stato di diritto, che vuol dire anche rispetto degli obblighi comunitari e internazionali; ma in questa occasione ha mostrato di tenere più agli equilibri e compromessi al suo interno che non al rispetto e all’avanzamento dell’ideale di Europa.

1.580
Archiviato inAnalisi
TagsBielorussia diritti umani Europa immigrazione Polonia Stati Uniti Stefano Rizzo

Articolo precedente

Sul “fine vita” e l’io sovrano

Articolo successivo

In Svezia prima donna premier: eletta, bocciata, ma ci riprova

Stefano Rizzo

Articoli correlati

Armatevi e pagate. Ecco come si finanzia la guerra (1)

Breve riflessione sul riformismo

Taiwan a un bivio

Indonesia, tra povertà e nostalgia del passato

Dello stesso autore

New York non è gli Stati Uniti

L’infantilizzazione degli europei

Trump alla conquista del potere autocratico

La crisi degli Stati Uniti e il tempo della diplomazia

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Il senso politico della controriforma costituzionale
Giuseppe Santalucia*    3 Febbraio 2026
La grande manifestazione di Torino per Askatasuna
Agostino Petrillo    2 Febbraio 2026
Referendum sulla giustizia, dal Tar del Lazio nessun rinvio
Luca Baiada    30 Gennaio 2026
Ultimi articoli
Decreto “sicurezza”, il governo vuole tappare la bocca al Paese
Stefania Limiti    6 Febbraio 2026
In Costa Rica vince al primo turno la candidata di destra
Claudio Madricardo    6 Febbraio 2026
Fine dell’autogoverno curdo in Siria
Eliana Riva    5 Febbraio 2026
In Bangladesh e in Nepal è finito il Novecento
Vittorio Bonanni    30 Gennaio 2026
I super-ricchi distruggono la democrazia
Paolo Barbieri    29 Gennaio 2026
Ultime opinioni
Schedatemi pure: elogio di chi ci mette la faccia
Stefania Tirini    4 Febbraio 2026
Breve riflessione sul riformismo
Rino Genovese    2 Febbraio 2026
Quali argomenti per il “no” al referendum?
Giorgio Graffi    23 Gennaio 2026
Ah, vecchie care espulsioni!
Vittorio Bonanni    22 Gennaio 2026
L’articolo 21 nella gabbia di Facebook
Paolo Barbieri    19 Gennaio 2026
Ultime analisi
Armatevi e pagate. Ecco come si finanzia la guerra (1)
Paolo Andruccioli    3 Febbraio 2026
Sulla libertà di parola e l’antisemitismo
Giorgio Graffi    9 Gennaio 2026
Ultime recensioni
Quel Chiapas che non ti aspetti
Agostino Petrillo    6 Febbraio 2026
Gino Strada rivive con la voce di Elio Germano
Katia Ippaso    27 Gennaio 2026
Ultime interviste
Arte e “creatività” nell’era dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    8 Gennaio 2026
“Il nostro Pd è un partito vincente”
Paolo Andruccioli    23 Dicembre 2025
Ultimi forum
È pensabile un programma per la sinistra?
Paolo Andruccioli    8 Ottobre 2025
Forum su movimenti e partiti
Paolo Andruccioli    8 Gennaio 2025
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Elly Schlein Europa Francia Gaza Genova Germania Giorgia Meloni governo draghi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA