Non conosce pace la Francia di Macron. Alla mobilitazione dei gilets jaunes, iniziata nel 2018, è seguita quella del personale sanitario contro i bassi salari, gli organici carenti, la soppressione di letti negli ospedali, la situazione disastrosa dei “pronto soccorso”, il taglio delle risorse. I sindacati hanno poi indetto scioperi per opporsi alla controriforma del sistema previdenziale.

Le banlieues popolari delle grandi città, nelle quali abitano francesi d’origine maghrebina e dell’Africa nera, hanno vissuto molteplici mobilitazioni nel nome di Adama Traoré, un giovane ucciso dalla polizia, contro la repressione da decenni rivolta verso chi non ha il giusto aspetto franco-francese. I giovani hanno dato nuova vita al movimento ecologista e contro i cambiamenti climatici: questo movimento ha conosciuto, almeno in parte, momenti di convergenza con i gilets jaunes all’insegna dello slogan fin du mois, fin du monde, même combat! (“fine del mese, fine del mondo, stessa lotta!”).

Nel frattempo è nato un movimento ben diverso, quello dei “no vax” che riprende alcune delle modalità d’azione dei gilets jaunes, occupando le rotatorie e manifestando da mesi, ogni sabato, in decine e decine di città. Ma come abbiamo già scritto (vedi qui) le loro manifestazioni, pur animate da uno spirito antigovernativo e di denuncia della politica sanitaria, si risolvono nella richiesta di un’astratta libertà individuale nei confronti di ogni responsabilità collettiva. Adesso il governo deve affrontare anche una vera e propria rivolta delle popolazioni nelle Antille francesi, dalla Guadalupa alla Martinica.

Le Antille francesi in rivolta

Le due isole dei Caraibi, con una popolazione complessiva di circa 800mila abitanti, sono da più di una settimana teatro di scioperi, manifestazioni, blocchi stradali e perfino tiri d’arma da fuoco contro la polizia. Le barricate di giorno sono presidiate da personale sanitario e vigili del fuoco all’appello dell’intersindacale “Liaynnaj Kont Pwofitasyon”, che in lingua creola significa “Collettivo contro lo sfruttamento”, e la notte da giovani disoccupati. Gioiellerie e negozi alimentari sono stati saccheggiati, e ci sono stati tentativi di assalto a banche; un commissariato è stato incendiato, le scuole sono state chiuse così come gli uffici postali; è stato istituito il coprifuoco dalle 18 alle 5 del mattino. La scintilla viene dalla sospensione di centinaia di sanitari e pompieri che si rifiutano di vaccinarsi, ma il retroterra delle proteste è ben più ampio, e affonda le radici nei conflitti degli anni scorsi e nel passato coloniale. I sindacati, il 2 settembre scorso, avevano presentato alle autorità una piattaforma con ben trentadue rivendicazioni che spaziavano dall’aumento generalizzato degli stipendi, all’assorbimento dei lavoratori precari e dei giovani disoccupati, dal diritto all’acqua pulita alla fine della repressione.

Dopo settimane di manifestazioni, alle quali avevano partecipato migliaia di persone senza ottenere risposte, la rivolta è esplosa con l’entrata in vigore della legge del 5 agosto 2021, che prevede l’obbligo vaccinale e del green pass, e con le sospensioni che ne sono seguite. Da qui la proclamazione dello sciopero generale e la comparsa delle barricate. Il potere parigino ha reagito inviando duecento poliziotti di rinforzo, tra i quali le squadre speciali antiterrorismo della Gendarmeria nazionale. Per giustificarsi, il procuratore della Repubblica di Pointe-à-Pitre, ha dichiarato che “lo Stato di diritto era in pericolo e la situazione quasi insurrezionale”. A sua volta, Sébastien Lecornu, il ministro per i Dipartimenti d’oltremare, ha affermato che “non si tratta di una questione sanitaria e sociale, ma di bande di delinquenti”. Con queste premesse diventa molto complicato aprire un dialogo con le popolazioni locali.

Nel fine settimana il potere macroniano ha fatto una parziale retromarcia, sia posticipando al 31 dicembre anche alla Guadalupa l’obbligo vaccinale che proponendo agli eletti locali di affrontare il tema di una maggiore autonomia del dipartimento sull’esempio della Nuova Caledonia. Infine, è stata anche ipotizzata la creazione di mille impieghi per i giovani per lavori di cura. Tutti questi buoni propositi non sembrano al momento avere convinto le popolazioni locali che proseguono le loro proteste.

Nella Guadalupa il tasso d’incidenza del Covid-19 è pari a 43 ogni centomila abitanti contro i 180 della Francia; i ricoverati sono in tutto 151 di cui otto in terapia intensiva. Nell’isola sorella della Martinica il governo ha rinviato l’obbligo vaccinale al 31 dicembre, senza peraltro riuscire a evitare che anche i suoi abitanti partecipassero alle proteste. 

I precedenti che tutti nelle Antille ricordano sono quelli della rivolta contro il carovita del 2009, che bloccò interamente la Guadalupa per quarantaquattro giorni e dello scandalo del clordecone, pesticida altamente tossico e massicciamente utilizzato nelle Antille, fino al 1993, nelle piantagioni di banane, malgrado fosse proibito sul territorio della Francia. In Martinica e Guadalupa oggi tutto è contaminato. E lo sarà per settecento anni. È stato autorizzato per così tanto tempo grazie alla sua efficacia nel combattere un coleottero parassita, capace di distruggere interi bananeti, una delle principali risorse della Martinica e della Guadalupa. Come sottolineato da Andrea Barolini sulla rivista “Valori”, questo pesticida è anche un interferente endocrino, riconosciuto come neurotossico, in grado di alterare la fertilità e classificato come possibile cancerogeno dall’Organizzazione mondiale della sanità a partire dal 1979. La Francia impose un divieto soltanto nel 1990, e unicamente sul territorio metropolitano. Alle Antille occorse aspettare altri tre anni. E chi aveva a disposizione scorte poteva utilizzarle fino al loro esaurimento. Un rapporto dell’agenzia Santé Publique France, nel 2018, ha dimostrato che il sangue del 95% della popolazione della Guadalupa e del 92% di quella della Martinica è contaminato. Così come la quasi totalità dei suoli, delle acque dolci e perfino di parte del mare che bagna le isole.

Se a tutto ciò aggiungiamo che la maggior parte della popolazione (il 75% sono neri o mulatti) discende da schiavi africani e che, nei secoli, le loro famiglie hanno dovuto lavorare nelle piantagioni dei coloni francesi, si intuisce il retroterra delle rivendicazioni degli antillani. Sul territorio francese, tra le manifestazioni susseguitesi che abbiamo indicato, la più grossa grana per il presidente Macron sono stati invece i gilets jaunes.

Cosa rimane dei gilets jaunes?

Su un cartello inalberato in una delle manifestazioni erano scritte tre date: 1789, 1968 e 2018. Quest’ultimo è l’anno della loro prima mobilitazione, da quel sabato 17 novembre in cui si compì l’atto numero uno, che vide l’insorgere di un movimento destinato a scompigliare le carte non solo del potere, ma anche dei sindacati e dei partiti.

Il movimento ha agito come un rivelatore, a tutti i livelli. Innanzitutto, ha svelato l’esistenza di profonde disuguaglianze sociali, di un paese diviso tra i ceti urbani benestanti abitanti nei centri-città, colti ed ecologisti, e un mondo delle periferie e delle province, abbandonato, in sofferenza. Una popolazione di lavoratori poveri ignorati dai media e persino dalle organizzazioni sindacali e della sinistra. I gilets jaunes si sono riconosciuti e identificati come classe partecipando, per così dire, ai “corsi di formazione” di quelle università a cielo aperto che sono state le occupazioni delle rotatorie, scoprendo a poco a poco le regole di funzionamento della società capitalistica. Passando dal rifiuto di pagare di più per il carburante a interrogarsi sull’intero sistema sociale, il movimento ha rapidamente affrontato questioni più generali: la lotta alla frode fiscale, la necessità di ridistribuire la ricchezza, il ruolo antipopolare delle regole imposte dall’Unione europea, e discusso di come allargare il sistema democratico con la richiesta di referendum di iniziativa cittadina. Centinaia di migliaia di persone hanno così partecipato per la prima volta nella loro vita a un movimento politico con la riscoperta del valore dell’azione collettiva, del legame sociale, della solidarietà, di una comunità di lotta. Questa presa di coscienza è stata una prima vittoria dei vinti, dei perdenti della globalizzazione. Le rotatorie, i ronds-points, questo “non-luogo” delle zone periurbane del Paese, sono diventate un simbolo, l’utopia di una possibile società diversa.

Dove avevano fallito le tradizionali iniziative sindacali, i gilets jaunes hanno costretto il governo, già nel dicembre 2018, a rinunciare agli aumenti delle tasse sui carburanti, a defiscalizzare gli straordinari, a rivalutare il salario minimo, a cancellare i contributi sociali per alcune categorie di pensionati. A fine aprile 2019, l’esecutivo ha annunciato una diminuzione dell’imposta sul reddito per le fasce più basse e la re-indicizzazione all’inflazione delle pensioni più modeste. Secondo Bercy (la sede del ministero delle Finanze francese) le concessioni sono costate diciassette miliardi annui. 

Il nodo non risolto è stato quello della convergenza con altri settori sociali, con le altre lotte in corso, una convergenza in parte già sperimentata nei tre anni scorsi ma frammentaria e fragile. Una delle carenze maggiori dei gilets jaunes è stata la loro incapacità di individuare uno sbocco politico complessivo, ovviamente anche per le carenze dei sindacati tradizionali e dei partiti politici della sinistra.

Il presidente dei ricchi e della “ragione”

Come ha reagito in questi anni il potere macroniano di fronte a queste proteste? Con il disprezzo, la repressione, alcune concessioni, il rinvio di decisioni impopolari, come la controriforma delle pensioni, e con delle consultazioni di facciata sulle questioni sociali e ambientali. Hanno colpito l’immaginario dei francesi le dichiarazioni sprezzanti di Macron sulle “stazioni ferroviarie che sono dei luoghi dove si incrociano delle persone che hanno avuto successo e persone che non sono nessuno” e quella rivolta a un disoccupato: “attraverso la strada e ve lo trovo” (un lavoro).

La repressione poliziesca e giudiziaria contro i gilets jaunes è stata durissima. Un morto, venticinque persone che hanno perso un occhio, cinque mani strappate dai lanci di granate Lbd, migliaia di feriti, più di dodicimila arresti, tremila condanne, di cui mille a pene detentive definitive, e poi sgomberi delle “case del popolo” approntate sulle rotatorie, attacchi a freddo persino di pacifiche manifestazioni autorizzate. Non si era mai vista in Francia una repressione simile dai tempi della guerra d’Algeria. In compenso, sono stati elargiti premi agli agenti di polizia ai quali il governo ha garantito anche che il loro sistema previdenziale non verrà toccato dalla generale controriforma delle pensioni. Il bilancio del ministero dell’Interno è stato aumentato del 3,4% nel 2019 e del 4% nel 2020.

Le manifestazioni dei “no vax”, con l’eccezione di quelle delle Antille francesi, non subiscono la stessa violenza repressiva subita dai gilets jaunes, perché funzionali alla rappresentazione del campo presidenziale come campo della scienza e della “ragione” di fronte a proteste antiscientifiche, complottiste e irrazionali. I “no vax” hanno anche il pregio, per Macron, di distogliere l’attenzione da altre problematiche sociali molto più delicate per il potere.

Oltre alla repressione, Macron ha messo in campo forme di distrazione di massa quali il grand débat national, un finto dibattito con interlocutori ben selezionati, per la maggior parte pensionati ed esponenti della classe media benestante, cioè rappresentanti dell’elettorato di Macron. I risultati sono stati manipolati e il testo dei contributi non è stato reso disponibile. Il governo, i dirigenti pubblici e le lobby industriali hanno anche sabotato una a una le indicazioni della Convenzione cittadina per il clima,suscitando l’indignazione non solo delle organizzazioni ambientaliste, ma anche degli stessi centocinquanta membri della Convenzione.

In definitiva, il bilancio sociale del quinquennio di Macron risulta a favore del segmento più ricco della società francese. A testimoniarlo è il “Terzo rapporto di valutazione della riforma della fiscalità sul capitale”, pubblicato il 14 ottobre scorso da France Stratégie, un organismo indipendente, il quale certifica che la soppressione dell’imposta di solidarietà sulla ricchezza, e la creazione di un prelievo forfettario unico sui redditi da capitale, non hanno avuto nessun impatto sugli investimenti e i salari, ma hanno viceversa comportato un incremento considerevole dei dividendi, aumentati di nove miliardi nel 2018, di un miliardo aggiuntivo nel 2019, e di un altro ancora nel 2020. Tutte risorse che sono state impiegate per consumi di lusso, investimenti immobiliari e sui mercati finanziari. La teoria liberista dello “sgocciolamento” è stata dunque smentita dai fatti, e si è rivelata non operante in un contesto di capitalismo ultra-finanziarizzato in cui i capitali circolano liberamente.  

La sola vera bussola di questo quinquennio, la sua identità politica ed economica, è rappresentata dalla riforma del fisco sui patrimoni e sui redditi finanziari. Nessuna protesta sociale è riuscita a rimettere in discussione la convinzione del governo francese su questo punto. La rabbia sociale permane in Francia. Il Paese è in una situazione di collera fredda, di tensione sorda. Le diseguaglianze e la povertà continuano ad aumentare. Per il momento, questo stato d’animo dei giovani e dei ceti popolari si esprime prevalentemente nell’astensionismo che nelle ultime elezioni territoriali ha raggiunto i due terzi dell’elettorato.