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Germania, tutte le rogne della coalizione “semaforo”

Verdi, liberali e socialdemocratici sono al via per la formazione del nuovo governo, ma le questioni spinose non mancano: ambiente, lavoro e abitazione presentano già tutta la loro complessità, tra visioni politiche piuttosto diverse

19 Ottobre 2021 Agostino Petrillo  1365

Con la votazione favorevole dei delegati dei verdi, riunitisi in un mini-congresso per decidere se procedere ulteriormente con le trattative per la coalizione “semaforo” (rosso Spd, giallo liberali, verde Grünen), la via alla formazione del nuovo governo sembra definitivamente dischiusa. Nel partito non mancavano voci contrarie, tanto che la giornata di riunione, tenutasi nello scorso weekend, ha visto un 70% di voti di delegati disposti all’accordo, mentre quasi un terzo si è espresso negativamente. I dissensi principali all’interno dei verdi riguardano la questione della tassazione dei combustibili fossili, cui i liberali sono fieramente contrari, e il condizionamento che subirebbero le politiche europee da un rigido controllo del debito.

Il documento preliminare – che proclama di essere il frutto di una “alleanza innovatrice”, e in cui vengono tratteggiate le linee portanti dell’accordo – prevede infatti che venga evitato a qualunque costo un aumento delle tasse, e un rispetto ferreo delle regole sull’indebitamento. Nonostante un loro portavoce dichiari che “è stato gettato un ponte tra i partiti”, e Annalena Baerbock sostenga che si tratti di “un buon risultato”, l’impressione è che siano stati i liberali ad avere l’ultima parola nella stesura del testo e a dettare le condizioni. Ai verdi, come contentino, è stata data l’uscita anticipata dal carbone, originariamente prevista per il 2038, e che dovrebbe ora diventare realtà nel 2030, mediante una serie di interventi che cominceranno già nel 2022. Certo, nonostante il documento comune ribadisca la necessità di combattere il riscaldamento globale e di restare entro i limiti previsti dall’accordo di Parigi, siamo ben lontani dall’ambizioso programma di trasformazione che era stato il tema dominante della campagna elettorale del partito ecologista.

Dal canto loro i socialdemocratici, all’insegna del pragmatismo e della ragionevolezza che caratterizzano il loro leader Olaf Scholz, sono rimasti alla finestra e hanno aspettato che fossero i due partiti minori e in particolare i liberali – vero e proprio “ago della bilancia” in questa trattativa – a porre le loro condizioni. Non a caso il documento insiste sul fatto che l’alleanza, che ha lo scopo di “modernizzare la Germania”, vede tutti e tre i partiti collaborare allo stesso titolo, indipendentemente dal rispettivo peso elettorale.

Da quanto si può dedurre dall’andamento positivo della Elefantenrunde, cioè della consultazione tra pezzi grossi, la Cdu-Csu è sempre più fuori dai giochi, e pare ormai destinata a rimanere confinata sui banchi dell’opposizione. Questo sta scatenando una tempesta perfetta all’interno del partito. La testa del malcapitato candidato, Armin Laschet, lapidato come “fiacco dormiglione” già subito dopo i risultati del 26 settembre, si appresta a essere mozzata senza tanti salamelecchi, e la lotta per raccogliere le redini del partito è già in corso, nonostante Angela Merkel cerchi di calmare le acque finché è ancora in sella. L’Unione cristiano-democratica si trova di fronte alla sua più grande crisi interna, ed è facile prevedere che ne uscirà con le ossa rotte e con un rinnovamento della dirigenza.

Il documento sottoscritto dalla triplice alleanza, in ogni caso, contiene oltre ai passi dedicati all’ambiente anche altri motivi di interesse: si parla diffusamente di digitalizzazione del paese e di intelligenza artificiale, di elevare il salario minimo a dodici euro l’ora come prima tappa verso ulteriori aumenti, di rivedere i meccanismi di precarizzazione del lavoro, che hanno condotto alla formazione dei cosiddetti mini-jobs, lavoretti part-time sottopagati.

C’è, inoltre, un punto di estrema importanza nel testo, che pare essere una sorta di prima risposta   implicita all’esito affermativo (60% di sì) del referendum sull’esproprio della grande proprietà immobiliare a Berlino, di cui già si è parlato in un precedente articolo. Il referendum, tenutosi anch’esso il 26 settembre, ha avuto un’enorme eco nel paese, sollevando una questione delle abitazioni spesso sottaciuta. Nel documento si parla infatti di un grande programma di rilancio della edilizia pubblica, con lo scopo di rendere la casa un bene accessibile a tutti. Il programma prevede la costruzione di quattrocentomila nuovi alloggi per anno, di cui centomila finanziati direttamente dalla mano pubblica. Se i punti elencati nel documento dovessero tradursi in reale azione politica, si tratterà di una delle più grandi campagne di edilizia popolare in Europa dal secondo dopoguerra. Delle centomila nuove abitazioni previste per anno, ben ventimila dovrebbero essere realizzate a Berlino, a riprova della consapevolezza da parte del governo della insostenibilità della situazione abitativa nella capitale.

Nel frattempo la coalizione, pur “rispettando il risultato” del referendum, ha costituito un comitato di esperti che dovranno vagliare la possibilità dell’esproprio e le sue conseguenze tecniche. I lavori della commissione dovrebbero durare un anno e sfociare in una legge speciale in grado di dare forma all’operazione. Ma già il comitato organizzatore del referendum parla di un “trucco per temporeggiare” e di una volontà di procrastinare le decisioni, denunciando come rischi di venire calpestata la volontà dei cittadini. Anche la grande proprietà sta muovendo le sue pedine, mobilitando opinionisti, giuristi e avvocati, mentre i grandi fondi di investimento sembrano estremamente preoccupati, anche per le conseguenze su scala più ampia della vicenda berlinese. Il vero nodo, però, pare risiedere nella questione dell’indennizzo: sembra che, se l’esproprio e la socializzazione degli appartamenti avvenisse a costi anche poco sotto i prezzi di mercato, ci vorrebbero trentasei miliardi di euro, che l’amministrazione della città non possiede.

Tra ambiente, lavoro, abitazione, le questioni spinose dunque non mancano e si presentano già in tutta la loro complessità alla futura alleanza di governo. Non sarà facile affrontarle a partire da visioni politiche tra loro piuttosto diverse.

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Tagsabitazione Agostino Petrillo ambiente Annalena Baerbock Berlino coalizione di governo Germania lavoro liberali Spd Verdi

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