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Capitale contro lavoro: piccola storia di un decreto-legge

31 Maggio 2021 Alfonso Gianni  903

Il Consiglio dei ministri ha varato il decreto-legge in sessantotto articoli che assembla la questione delle semplificazioni e il tema della governance del Piano di ripresa e resilienza. Lo ha fatto non senza qualche sofferenza all’interno della maggioranza e nel rapporto con le parti sociali. Il che merita più di una riflessione. Possiamo pure cominciare dall’esito finale, del quale tutti si dicono soddisfatti. Il che, vista la turbolenza in atto fino all’ultimo momento, ingenera qualche sospetto. Mario Draghi aveva convocato in fretta e furia i sindacati confederali giovedì 27 maggio per un confronto sui punti controversi. Si è discusso dei subappalti, ma non della scottante questione dei licenziamenti, che Draghi ha considerato formalmente chiusa.

Le modifiche hanno riguardato quindi il tema dei subappalti, visto che l’argomento del criterio del massimo ribasso nelle gare d’appalto è stato stralciato dal provvedimento legislativo. La soluzione trovata è stata quella di mantenere un tetto per i subappalti pari al 50% innalzandolo dall’attuale 40%. Dal 1° novembre il tetto dovrebbe sparire in ossequio alle sentenze della Corte di giustizia della Ue, come quella del 26 settembre 2019 che aveva considerato illegittima l’apposizione del limite indipendentemente dalla sua entità. Al suo posto, dovrebbe comparire un criterio alquanto indeterminato, basato sul fatto che l’affidamento dei lavori non potrà avvenire “in misura prevalente” e con il rafforzamento del “controllo delle condizioni di lavoro e di salute e di sicurezza dei lavoratori”. Una soluzione piuttosto scivolosa e rischiosa, poiché, come sappiamo, le capacità di controllo effettive sulle condizioni di lavoro nel nostro paese sono assai ridotte, anche per l’esiguità del numero degli ispettori del lavoro, come denunciato dall’ultimo Rapporto annuale dell’Ispettorato.

Gli altri aspetti del decreto governativo che riguardano il sistema di governance nella implementazione del Piano si sono risolti come era facilmente prevedibile, ovvero con un accentramento senza precedenti dei poteri in mano al presidente del Consiglio. Inutile stupirsene. Draghi è lì esattamente per questo. Rappresenta direttamente l’attuale dirigenza della Ue. Come ha scritto con grande efficacia Lucio Caracciolo su Limes “Il Draghi-sistema è il vincolo esterno cogestito dall’interno”.

Conviene ora fare un passo indietro ai giorni che precedono l’ultimo Consiglio dei ministri per un quadro più completo della vicenda. L’inconsueta asprezza del titolo del Sole24Ore di domenica 23 maggio – “L’inganno di Orlando” – avrebbe già dovuto far capire chi era che si apprestava a dare le carte nella partita sulla proroga dei licenziamenti. Il giornale confindustriale non è solito sparare a vuoto. Qualche affidamento da parte di chi conta nel governo era probabilmente già stato dato alla Confindustria. E il dubbio su chi fosse in realtà l’ingannatore e chi l’ingannato avrebbe dovuto già sorgere in più d’uno. Quanto è accaduto poi, con il correlato di dichiarazioni e commenti, lo dimostra.

Pare che il ministro Orlando abbia dovuto agitare la minaccia delle dimissioni. Non attuata non solo perché intrinsecamente debole, ma soprattutto perché non sarebbe stata sostenuta dal suo partito di cui è capodelegazione nel governo. Del resto il Pd era già pronto ad assorbire il colpo – a proposito di “resilienza” – e a dichiarare che la soluzione prevalsa, dopo lo scontro in Consiglio dei ministri, si configurava come un ragionevole compromesso. Basta stare al merito per capire che non è così.

Dal 1° luglio le imprese manifatturiere ed edilizie avranno la possibilità di scegliere tra due opzioni: utilizzare la cassa integrazione ordinaria in modo gratuito, in questo caso – e ci mancherebbe altro –, non potendo licenziare durante l’uso della medesima; oppure licenziare senza chiedere l’intervento della Cig. Gli anglosassoni la chiamano una soluzione win win, solo che in questo caso a vincere è uno solo, il “padrone” (desueto quanto appropriato termine), qualunque delle due alternative scelga. Nel primo caso risparmia sulla Cig, ovvero tra il 9% e il 15% della retribuzione, che palazzo Chigi chiama “un forte incentivo” a non interrompere il rapporto di lavoro. Nel secondo, potrebbe procedere subito ai licenziamenti. Dove stia il compromesso, prima ancora della sua ragionevolezza, resta davvero oscuro.

Già la proroga limitata al 28 agosto era indigesta ai lavoratori e al sindacato che su questa questione si gioca un bel pezzo di credibilità, già non fortissima dopo l’endorsement incautamente fornito al buio all’atto della nascita del governo Draghi. Ma così la situazione precipita verso un disastro sociale. Il binomio con il decreto semplificazioni, pur con le modifiche di cui sopra, non è casuale. Era già chiaro dal discorso di Draghi sulla fiducia che su quel versante non ci si poteva aspettare che il peggio. In un paese che l’anno scorso ha accumulato la tragica cifra di 1270 “morti bianche”, oltre tre al giorno se si lavorasse tutti i giorni dell’anno, solo una logica disumana condita da lacrime di coccodrillo può pensare a cuor leggero alla liberalizzazione di appalti e subappalti e di accelerazione del lavoro nei cantieri.

Insomma il padronato è all’offensiva sul fronte del lavoro, come su quello della proprietà, con particolare riguardo a quella intellettuale oggi sempre più chiave del sistema. Basti guardare alla questione brevetti sul vaccino e sui farmaci anti-Covid. Capitale contro lavoro. Si chiama lotta di classe. Senza pudore Carlo Bonomi dichiara che l’Italia è in piedi grazie alle aziende, tace sul fatto che il 74% dei flussi di denaro governativi sono andati alle imprese e che esse hanno operato grazie a lavoratori costretti a prestare la loro opera malgrado lo scoppio della pandemia. E se questo non è proseguito durante tutta la fase pandemica lo si deve alle azioni di sciopero, non certo alla benevolenza padronale.

La Confindustria non vuole “sprecare la crisi”; si prepara a una riorganizzazione della produzione che comporta una massa di licenziamenti e una riduzione stabile della forza lavoro occupata. E il Pnrr glielo consente. Industria 4.0 non è solo una sigla numerico-linguistica, ma una sfida e una minaccia alla già debole occupazione. Questo piano confindustriale che non si ferma all’emergenza non sopporta neppure i più timidi ostacoli. Il vice di Bonomi, Maurizio Stirpe, ha detto esplicitamente che questa vicenda “è destinata a segnare in modo profondo anche i rapporti tra Confindustria e il ministero (del Lavoro)”. Non sono più i tempi in cui “noi siamo governativi per definizione”, come diceva Gianni Agnelli. Quindi l’associazione padronale punta ad articolare la sua tattica, dosandola ministero per ministero, cercando così di disarticolare la maggioranza e costruendosi il proprio ideale interfaccia governativo.

Spetta soprattutto al sindacato impedirglielo. Ed è bene che Maurizio Landini abbia dichiarato che la vicenda della proroga dei licenziamenti non è da considerarsi chiusa.

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TagsAlfonso Gianni Andrea Orlando Carlo Bonomi Confindustria decreto semplificazioni governo draghi maurizio landini Pnrr sindacati subappalti

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