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L’inflazione e le incognite intorno al Patto di stabilità europeo

L’Unione europea dovrà affrontare nei prossimi mesi, oltre alla recrudescenza della pandemia, l’incremento dell’inflazione che, per quanto sia ritenuta da molti transitoria, continua a crescere. Nello stesso tempo la discussione attorno alla sorte del Patto di stabilità, che dovrebbe rientrare in funzione dal primo gennaio 2023, diventa sempre più decisiva per il futuro dell’Unione. E su questo secondo aspetto molto dipende dalle scelte concrete che assumerà il nuovo governo tedesco basato sulla coalizione “semaforo”.

Intanto il 24 novembre la Commissione europea ha avviato il ciclo del semestre 2022 per il coordinamento delle politiche economiche nell’ambito dell’Unione. Scorrendo il comunicato emesso lo stesso giorno da parte della Commissione, si ha l’impressione di un tranquillo ottimismo appena increspato da qualche preoccupazione sull’andamento dell’economia nei prossimi mesi. Il pacchetto d’autunno del semestre – che comprende l’analisi annuale della crescita sostenibile, i pareri sui documenti programmatici di bilancio dei Paesi della zona euro per l’anno a venire, le raccomandazioni strategiche per la zona euro e la proposta di relazione comune sull’occupazione della Commissione – si fonda sulle previsioni economiche d’autunno del 2021, “secondo le quali l’economia europea sta passando dalla ripresa all’espansione, ma si trova ora ad affrontare alcune nuove turbolenze”.

Riforma fiscale, alla ricerca del ceto medio perduto

C’erano varie proposte avanzate dal team nominato dal ministro dell’Economia e delle Finanze sul tavolo di confronto con i partiti politici della maggioranza per definire il disegno di legge delega di riforma fiscale, che il governo aveva dichiarato, nella Nota di aggiornamento al Def, essere uno dei ben ventuno collegati alla manovra di bilancio. Alla fine della discussione, è stata scelta la peggiore. Questa ora verrà sottoposta all’approvazione di Draghi e dei segretari dei partiti della maggioranza e confluirà poi in un emendamento governativo al testo della manovra di bilancio ora in discussione al Senato. Ma l’accordo politico c’è, lo hanno tutti assicurato nelle dichiarazioni di ieri.

Si tratta di un intervento sull’Irpef e sull’Irap che configura una manovra regressiva, peggiore di quanto ci si potesse aspettare, vista la discussione nelle commissioni parlamentari competenti di Camera e Senato che avrebbero dovuto fornire consigli per l’elaborazione della legge. Senza contare che anche da Bankitalia erano giunti moniti che sono stati tenuti in non cale. Degli otto miliardi previsti, sette verrebbero utilizzati sull’Irpef e uno sull’Irap. L’Irpef verrebbe ridisegnata lungo quattro aliquote rispetto alle cinque attuali. Il che comporta un’ulteriore riduzione del criterio della progressività contenuto in Costituzione.

Politica economica al passo di gambero

Gli ultimi dati sull’andamento dell’economia – non solo nel nostro paese ma a livello internazionale – evidenziano l’accavallarsi di problematiche a fronte delle quali tanto la politica economica della Unione europea, quanto quella del nostro paese appaiono del tutto inadeguate. Per usare un eufemismo. Il clima di ottimismo sulle possibilità di una corposa ripresa dell’economia italiana aveva contrassegnato nelle ultime settimane i commenti degli esperti e le dichiarazioni di imprenditori ed esponenti politici. A onore del vero, già in una conferenza stampa nei primi giorni di ottobre, Draghi era parso più prudente, malgrado che la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef), presentata il 30 settembre, confermasse nella sostanza tale ottimismo, seppure con un linguaggio misurato.

Nel giro di pochissimi giorni, però, quel clima si è di molto raffreddato. Il 6 ottobre il ministro dell’Economia, Daniele Franco, avvertiva il rischio che la nostra “ripresa” potesse essere frenata dall’incremento veloce e continuo dei prezzi su scala mondiale dell’energia. In effetti quella impennata sottolinea, con più forza, una serie di elementi che in breve tempo sono andati accumulandosi, quali, per fare solo alcuni esempi, l’interruzione delle forniture di alcune materie prime e di semilavorati strategici per le industrie più innovative e più produttrici di valore, come i semiconduttori; l’acuirsi delle tensioni geopolitiche con ricadute in particolare sull’approvvigionamento energetico; la tentazione sempre più marcata di alcune banche centrali di ritornare nei vecchi alvei della gestione del debito dopo il suo enorme aumento; la crescente incertezza negli investimenti da parte delle imprese e nei consumi da parte delle famiglie.

La riforma fiscale mira all’efficienza economica e non alla giustizia sociale

Appena conteggiati i voti delle elezioni amministrative, la domanda ricorrente era se quell’esito poteva o no rafforzare il governo Draghi. Tralasciando i pareri dei...

Draghi: come espungere il conflitto sociale dalla storia d’Italia

Il discorso tenuto da Draghi agli imprenditori riuniti da Confindustria ha avuto un indubbio successo che ha un preciso significato politico, su cui conviene riflettere. Non disponendo di un applausometro è difficile stabilire se la standing ovation che i 1170 invitati all’assemblea nazionale della Confindustria hanno tributato a Mario Draghi, abbia superato o meno, per durata e intensità, gli applausi riservati ad altri presidenti del Consiglio in occasioni passate. Come, per esempio, quelli che hanno accompagnato l’affermazione di Berlusconi nel 2017 al convegno dei giovani industriali a Capri, quando definì gli imprenditori “eroi”. Non è la prima volta che i partecipanti alle assisi confindustriali applaudono Draghi. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Banca centrale europea.

Ma stavolta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio. L’associazione padronale aveva adottato una tattica più insidiosa, cercando di disarticolare la nuova maggioranza, ministero per ministero, quasi a costruirsi una propria interfaccia governativa. Risultò evidente quando gli strali confindustriali si concentrarono con successo sul timido tentativo del ministero del Lavoro di prorogare il blocco dei licenziamenti. Il gioco diventò scoperto quando Confindustria riuscì a modificare il testo dell’avviso comune fra governo e sindacati, al punto da toglierne qualsiasi efficacia.

Una riforma fiscale che ancora non c’è

Era atteso in parlamento entro il 31 luglio di quest’anno. Così resta scritto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Poi il disegno di...

Cosa potrebbe insegnare all’Europa la sconfitta americana in Afghanistan

La rovinosa fuga dall’Afghanistan è un avvenimento certamente destinato ad avere un peso rilevante in molti modi e su diversi fronti. Le analogie storiche si sprecano e l’enfasi non manca. Forse è prematuro, per non dire avventato, formulare un paragone così netto fra un’epoca storica e un’altra, come ha scritto Bernard Guetta, secondo cui come il Ventesimo secolo iniziò a Sarajevo, alla fine del giugno del 1914, così il Ventunesimo sarebbe nato a Kabul nel luglio di quest’anno. Ma certamente la fuga degli Usa e alleati dall’Afghanistan è destinata a cambiare gran parte degli assetti politico-economici mondiali.

In sostanza gli Stati Uniti sono ora fuori sia dall’Oceano indiano sia dall’Asia. Lo confermano, per contrasto, le aspre parole con cui la repubblicana Kelly Craft ha inaugurato l’Asia-Pacific Security Dialogue organizzato dal ministero degli Esteri di Taipei. La rappresentante statunitense ha ribadito la continuità tra Trump e Biden nella difesa di Taiwan dalle ambizioni cinesi, invitando però i taiwanesi a fare come Israele, cioè ad armarsi di tutto punto e a non affidare la loro salvezza solo all’aiuto altrui.

Gkn, una lotta operaia dal profumo antico

Erano in tanti sabato scorso a Campi Bisenzio. Davvero molti, ed era tempo che non si vedeva una manifestazione così. Davanti c’era un’unica parola secca e determinata, in campo rosso: “insorgiamo”. Senza la retorica dei punti esclamativi. Infatti non è un auspicio, è la comunicazione di un dato di fatto. Come a dire: sta a voi decidere ora cosa fare. Gli operai della Gkn, licenziati via mail (la modernizzazione del vecchio ad nutum), in 422 della fabbrica madre e in 80 delle ditte in appalto – dettaglio, questo, non secondario –, hanno deciso di insorgere contro la decisione della proprietà, il fondo britannico Melrose, che rincorre i fasti della globalizzazione in crisi: chiudere qui per aprire altrove. Non si sa dove. Si conosce invece l’intenzione di far gravare interamente sul costo del lavoro, azzerando gli occupati e cancellando uno stabilimento, le conseguenze della contrazione mondiale in atto nel settore automobilistico.

Previsioni economiche: un rimbalzo senza occupazione

Le dichiarazioni di qualche giorno fa del commissario europeo Paolo Gentiloni sono state assunte come un manifesto dell’ottimismo sulla ripresa economica del nostro paese....

L’accordo governo-sindacati non scongiura i licenziamenti

Non credo ai miracoli. Eppure sembrerebbe che Draghi ne abbia compiuto uno, a giudicare dalla pletora di lodi che gli cascano sul capo, provenienti da parti che dovrebbero essere opposte, almeno sul tema dei licenziamenti: se per gli uni, i padroni, sono l’implementazione più potente del loro potere di comando, per gli altri, i lavoratori, una questione di sopravvivenza. Specialmente dentro una crisi che li ha decimati e impoveriti. In realtà ci si dovrebbe porre seriamente la domanda su chi è uscito vincente da quelle sette righe e mezzo che costituiscono l’avviso comune firmato da governo e sindacati, con l’intervento determinante della Confindustria. Il più enfatico nel celebrare “l’abilità e la fermezza dimostrata dal presidente Draghi” è senz’altro Carlo Bonomi. Ma il capo di Confindustria non si ferma lì. Va ben oltre. Ascrive alla sua organizzazione il merito di tornare a quello che quest’ultima aveva chiesto a settembre, “un grande Patto per l’Italia”, tale da potersi configurare come “una visione sul futuro” e nell’immediato condizionare il contenuto del testo governativo più volte annunciato sulla riforma degli ammortizzatori sociali.