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Home » Editoriale » Riforma fiscale, alla ricerca del ceto medio perduto

Riforma fiscale, alla ricerca del ceto medio perduto

26 Novembre 2021 Alfonso Gianni  1468

C’erano varie proposte avanzate dal team nominato dal ministro dell’Economia e delle Finanze sul tavolo di confronto con i partiti politici della maggioranza per definire il disegno di legge delega di riforma fiscale, che il governo aveva dichiarato, nella Nota di aggiornamento al Def, essere uno dei ben ventuno collegati alla manovra di bilancio. Alla fine della discussione, è stata scelta la peggiore. Questa ora verrà sottoposta all’approvazione di Draghi e dei segretari dei partiti della maggioranza e confluirà poi in un emendamento governativo al testo della manovra di bilancio ora in discussione al Senato. Ma l’accordo politico c’è, lo hanno tutti assicurato nelle dichiarazioni di ieri.

Si tratta di un intervento sull’Irpef e sull’Irap che configura una manovra regressiva, peggiore di quanto ci si potesse aspettare, vista la discussione nelle commissioni parlamentari competenti di Camera e Senato che avrebbero dovuto fornire consigli per l’elaborazione della legge. Senza contare che anche da Bankitalia erano giunti moniti che sono stati tenuti in non cale. Degli otto miliardi previsti, sette verrebbero utilizzati sull’Irpef e uno sull’Irap. L’Irpef verrebbe ridisegnata lungo quattro aliquote rispetto alle cinque attuali. Il che comporta un’ulteriore riduzione del criterio della progressività contenuto in Costituzione.

Si ricorderà che la riforma fiscale, entrata in vigore nel 1974, prevedeva un sistema tributario di trentadue aliquote dal 10% al 72%. Da allora si è snodato un lungo ma implacabile percorso, punteggiato da innovazioni legislative regressive, che hanno sorretto la lotta di classe condotta dai ceti dominanti lungo l’ultimo quarantennio, e che ora troverebbe così la sua nuova epifania. Le quattro aliquote sarebbero del 23%, del 25%, del 35% e del 43%. Mentre per la “no-tax area” si parla di minime e per ora imprecisate modifiche, la fascia di reddito fino a 15mila euro resta al 23%; quella tra i 15 e i 28mila euro scende dal 27% al 25%; la successiva dai 28mila ai 50mila euro (non più 55mila) diminuisce di tre punti dal 38% al 35%; oltre quella cifra, avendo cancellato l’aliquota del 41%, si applicherebbe quella del 43%. Il famoso salto dalla seconda alla terza aliquota che prima era di undici punti verrebbe solo ritoccato portandolo a dieci.

L’effetto di questo ridisegno di scaglioni e aliquote favorisce i redditi medi e anche quelli con un alto imponibile. Basta guardare al terzo scaglione per rendersene conto. La riduzione di tre punti dell’aliquota favorisce proporzionalmente di più coloro che si trovano nella parte alta dello scaglione, ovvero vicino ai 50mila euro, che non quelli che stanno vicino ai 28mila, poiché per questi ultimi la riduzione agirebbe solo su una componente minimale del loro reddito che verrebbe per il restante investito da una riduzione inferiore dell’aliquota. Nel contempo, l’aliquota del 43% rimane il tetto del sistema tributario, molto lontano da quel 72% di quarant’anni fa, e lascerebbe indifferenti gli strati più ricchi della popolazione.

Altro che riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente e sui pensionati, soprattutto quelli con gli assegni più bassi! Come aveva avvertito la stessa Bankitalia, la scelta di agire in modo orizzontale sulle aliquote, per giunta riducendone il numero, finisce per favorire maggiormente redditi ben diversi da quelli del lavoro dipendente. Alla faccia della recente elaborazione di Openpolis sui dati Ocse, che mostra come i salari italiani siano gli unici, nel quadro europeo, a essere diminuiti (del 2,9%) dal 1990 a oggi. Ma la scelta e l’obiettivo erano altri, cioè quelli di venire incontro ai mitici ceti medi. Lo si vede anche dall’intervento sull’Irap, ove peraltro le cose appaiono più confuse. Non solo l’intervento complessivo rientra negli otto miliardi previsti, mentre ne servivano ben di più per una misura che avesse una qualche efficacia sullo scarso reddito dei lavoratori dipendenti. Ma un miliardo se ne va per la riduzione della tassa che svolge un ruolo fondamentale nel finanziamento del sistema sanitario nazionale, scegliendo irresponsabilmente il momento meno indicato per fare ciò che è pur sempre una cosa sbagliata. Un contentino alla Lega, dopo il braccio di ferro sulle misure anti-Covid? Sarà, sta di fatto che l’eliminazione dell’Irap per ditte individuali si aggiunge ai diversi tagli che hanno più che dimezzato il gettito fiscale di questa imposta: dal 2,7% del Pil, nel 2007, all’1,2% nel 2020. L’accordo politico è quindi pessimo, i suoi dettagli se confermati lo dimostrano.

C’è poco da sperare in questo parlamento la cui composizione è essenzialmente frutto delle scelte dei vertici dei partiti. Eppure sarebbe un errore considerare chiusa la vicenda. Chi l’ha condotta afferma trionfante che si tratta di misure strutturali, e non per il solo 2022. Non è solo la Cgil a mostrare contrarietà. Ma non è cosa che può essere lasciata a mobilitazioni locali. Se è compatibile il lavoro con lo stato di emergenza determinato dalla pandemia, lo è anche l’astensione dallo stesso per motivate ragioni. È proprio il caso in cui non è necessario essere tardivi seguaci di Sorel per chiedere uno sciopero generale. Capace di realizzare quella coesione sociale fra lavoratori dipendenti, precari, pensionati di cui c’è grande bisogno per riportare la questione sociale, oltre a quella sanitaria, in cima all’agenda del paese.

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TagsAlfonso Gianni manovra di bilancio riforma fiscale

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