La campagna per le vaccinazioni – nonostante le polemiche su AstraZeneca – ha subito uno scatto con il governo Draghi e il generale Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid. Chi è riuscito a farsi vaccinare, almeno nel Lazio più che altrove, parla di organizzazione perfetta ed efficiente. Il problema è che di vaccini a disposizione non ce ne sono ancora in modo sufficiente. Quindi, bisogna procedere a scaglioni e con priorità, come si fa nel resto d’Europa. Ed è qui che si riacutizza una vecchia malattia italiana: il corporativismo delle caste, il familismo associato a quello che per i più è “paraculaggine” e non reato fuori dalle regole (esempio tipico è chi non paga le tasse considerato in Italia “furbo”).

Ecco così che le cronache pullulano di casi di chi non ha fatto attese, file o code per il vaccino perché “amico” o “famigliare” di politici locali o di medici compiacenti. Esistono anche le liste, in linguaggio militare, di “riservisti” – c’è pur sempre un generale a capo di tutto – che non si capisce come siano compilate (sono quelli che vengono sottoposti a vaccinazione qualora qualcuno non si presenti all’appello concordato). Inoltre, ci sono numerose categorie che richiedono priorità in nome di “esposizione al virus”. Dopo il personale sanitario e militare, è stata la volta di insegnati di ogni ordine e grado insieme ai “fragili” per età o complicanze di malattie pregresse, lavoratori e detenuti degli istituti di pena.

A rendere più complicato il quadro, è la maledetta autonomia regionale in materia sanitaria che lascia margini di discrezionalità, nonostante le priorità stabilite da governo e ministero della Salute. L’Italia delle storiche corporazioni si esalta perciò in questa emergenza sanitaria. Tutti vogliono passare avanti, non fare la fila: magistrati, avvocati, ristoratori, giornalisti, eccetera. Chiunque abbia a che fare con il “pubblico”. Pochi però si ricordano di operai e impiegati di aziende, quelli che fanno andare avanti il treno economico al tempo del Covid pure in periodi di lockdown e “zone rosse”. Nodo che si tende a non considerare è che ci sono regole da rispettare, e che ogni deroga o scelta deve essere motivata e trasparente. Il che non avviene spessissimo. I dati dicono che almeno 950mila, vale a dire un quinto di tutti gli italiani vaccinati finora, non sono ultraottantenni né medici, poliziotti o insegnanti: sono categorie professionali o casi privilegiati, o ancora di “paraculi” (dati del Fatto quotidiano non smentiti).

Ultimo caso, i tanto vituperati “politici”, quelli di Camera e Senato, quelli che compongono il governo, E che dire dei lavoratori e funzionari delle due Camere? Se tra loro ci fosse un focolaio di Covid, l’attività legislativa sarebbe paralizzata (votazioni via Zoom hanno valore?). Sono stati perciò trentaquattro senatori a chiedere al ministro Roberto Speranza, di vaccinare “con urgenza” tutti coloro che siedono sui banchi di palazzo Madama in quanto “considerando sia l’età media sia il ruolo che svolgiamo non siamo meno a rischio di docenti, membri delle forze armate e altre categorie considerate prioritarie dal nuovo piano urgente per le vaccinazioni” (interrogazione del 4 marzo scorso su iniziativa di Paola Binetti, Udc).

Tutto legittimo, ma innanzitutto regole e trasparenza da parte di governo e ministero della Salute. E al bando i paraculi.