Non conosco i motivi che hanno suggerito agli organizzatori di questo seminario di intitolarlo al “disordine della natura”. È un titolo interessante, ma si può leggere in due modi alternativi. Ovvero la natura è ordinata e siamo noi (homo faber) che la stiamo “disordinando”, oppure che la natura è di per sé “disordinata”.

Partirei da questo secondo aspetto. Che vuol dire che la natura è disordinata? Nel Seicento e nel Settecento si diceva che essa è come un orologio (da qui la metafora del Grande Orologiaio, cioè Dio), oppure (il che è la stessa cosa) che essa funzionava come una macchina (la macchina banale di Heinz von Foerster, quella tipica del meccanicismo, del riduzionismo, di Bacone o Cartesio). Ora sappiamo che essa è disordinata (apparentemente) e che tale disordine è funzionale al suo equilibrio.

Saremmo infatti in difficoltà a spiegare perché esistano tante specie di vegetali e animali, perché tanti paesaggi così diversi, perché tante lingue, perché alcuni luoghi siano particolarmente freddi e altri molto caldi. Indubbiamente c’è del “disordine” in tutto questo. Ora, la biosfera – l’ambiente che abitiamo, di cui dirò fra poco – ha un suo particolarissimo e unico equilibrio che si basa proprio su questo apparente disordine.

Essa, al pari dei virus e di qualsiasi forma vivente, ha come unico scopo la propria sopravvivenza (anche a scapito degli umani qualora si estinguessero). Per mantenere questo equilibrio (ce lo ha insegnato Darwin) è necessario che essa produca quante più specie possibile perché, nel caso di eventi catastrofici (che pure si sono già verificati nel corso di milioni di anni), qualche specie sopravviva e così riparta il ciclo.

Se la natura non fosse ridondante (aggettivo che in genere sta a indicare un difetto), non riuscirebbe a sopravvivere. Quindi ogni specie, vegetale e animale, compreso l’uomo, assolve a una funzione necessaria, quella di preservare l’equilibrio del pianeta. La ridondanza, infatti, come ci insegna la teoria dei sistemi, non è in questo caso un difetto, anzi un valore (come nell’organismo vivente o come nel Dna dove ci sono parti ridondanti, o ancora come nel cervello umano e non). Ed ecco che siamo arrivati al concetto di biodiversità che possiamo anche definire una ridondanza necessaria.

Prima di avventurarci sul significato di questo disordine, è bene ricordare alcuni fondamentali che regolano la biosfera e con essa il vivente.

Primo: milioni (forse miliardi di anni fa) l’atmosfera del pianeta era formata da gas velenosi che impedivano lo sviluppo di specie viventi. Poi arrivò l’alga azzurra e le grandi foreste prodotte con il meccanismo della fotosintesi (che significa: fare cose con la luce). La fotosintesi funziona così: un po’ di energia del sole, qualche molecola d’acqua e minerali, ed ecco che nasce la pianta. A un certo punto sul pianeta le piante si sono sviluppate fino a formare le grandi foreste. Per milioni di anni queste foreste hanno sottratto carbonio dall’atmosfera fino a portare la composizione dell’aria a quella attuale (78% di ossigeno e 21% di azoto).

A questo punto è nata la biosfera che è un prodotto del sole (al pari delle forme viventi). È chiamata anche la buccia dell’arancia blu (buccia perché sottile, blu perché è il colore della terra vista dallo spazio). Si tratta di una corona sferica della profondità di circa trenta-quaranta chilometri, ovvero dieci chilometri sotto il mare (idrosfera), crosta terrestre (litosfera) e atmosfera (circa quindici km). La biosfera è il luogo in cui è nata la vita. È altamente improbabile che altri pianeti abbiano una biosfera.

Secondo: il carbonio sottratto dall’aria dov’è andato a finire? Usando un linguaggio metaforico, possiamo dire che le grandi foreste hanno virtuosamente (a beneficio del vivente) ripulito l’aria ed eliminati i gas venefici. Quindi il carbonio sottratto è un rifiuto della biosfera. Esso è stato sepolto sotto le viscere della terra trasformandosi nel tempo nei fossili (carbone, petrolio).

Adesso immaginate che un diavoletto (l’uomo) disseppellisca questo carbonio e lo bruci. Non farebbe altro che invertire il processo che ha portato allo sviluppo della vita. È come se uno spazzino riversasse sulla strada tutti i rifiuti che nel corso dei secoli sono stati seppelliti sotto la crosta.

Ebbene, questo è ciò che stiamo facendo noi, homo faber. Per cui l’obiettivo delle emissioni zero si potrà raggiungere solo quando l’homo faber smetterà di usare i fossili come energia, ovvero smettendo di utilizzare i rifiuti.

Un tempo si diceva: allora utilizziamo l’energia nucleare. Ora questa si ottiene secondo due principi: uno è quella della fusione di atomi, due atomi si fondono ed emettono una quantità di energia, senza radiazioni nocive. Sarebbe un bel rimedio senza più scorie e radiazioni pericolose, ma per innescare tale processo bisogna raggiungere temperature proibitive (che scioglierebbero qualsiasi contenitore). Niente da fare, almeno per ora.

C’è la fusione a freddo, ma nonostante i vari annunci non si è mai riusciti a realizzarla. C’è un altro sistema per ottenere energia nucleare: la fissione, si spacca l’atomo e si produce una grande quantità di energia. Peccato che il sistema è alquanto pericoloso, e perciò da scartare (scorie, radiazioni, esplosioni, vedi Cernobyl, Fukushima, ecc.). Ma abbiamo già una grande centrale nucleare assolutamente innocua: è il sole. È da lì che possiamo prendere energia (la biosfera già lo fa).

Terzo: il principio di entropia. L’entropia è un misuratore dello stato di disordine, ovvero essa corrisponde allo stato più probabile (che è poi quello del disordine). L’entropia è un nemico irriducibile: essa infatti non può che aumentare (ovvero non può che aumentare il disordine), nel senso che misura l’irreversibilità dei processi. Più trasformi energia più l’entropia aumenta fino alla morte termica: quando ogni punto dell’universo ha la stessa temperatura, perché l’equilibrio statico è la morte per ogni sistema termodinamico.

Nel nostro pianeta, in passato (quando ancora non era comparsa la specie umana), è accaduto qualcosa di incredibile: l’entropia del pianeta è diminuita, passando dalla condizione di disordine a quella di ordine. Ma come – diranno alcuni – se essa non può che aumentare? Questa la spiegazione: dall’esterno del pianeta arriva energia solare ad alta temperatura (bassa entropia), essa in parte rimbalza sulle nuvole e in parte entra nel pianeta (filtrata dall’ozono). Nel pianeta si crea la vita ovvero ordine dal disordine (diminuzione di entropia), contemporaneamente una parte dell’energia solare, di rimbalzo, esce dal pianeta a bassa temperatura (aumento di entropia).

Dunque la diminuzione dell’entropia (passaggio dal disordine all’ordine) è solo apparente. Se ci riferiamo al sistema terra+sole+spazio, ecco che l’entropia totale aumenta. Come dire che, accanto ai rifiuti dei combustibili fossili, c’è un’altra specie di rifiuti che è l’energia solare emessa dalla terra nello spazio.

“Quando parliamo di sostenibilità non dobbiamo illuderci che la tecnologia possa permetterci di crescere per sempre poiché, per quanto possiamo essere tecnologicamente avanzati, non saremo mai perfetti e inquineremo il Pianeta. Se la termodinamica ci dice che non saremo mai in grado di non produrre scorie, le quali non potranno mai più rientrare nel ciclo produttivo, i processi di riciclo recupero, in quanto processi termodinamici, produrranno scorie non più utilizzabili. Per quanto ci impegneremo nel riciclare, ogni nostro sforzo non sarà mai in grado di violare la termodinamica. Dovremmo certo aspirare a processi produttivi meno inquinanti, ma senza illuderci che l’economia circolare – una crescita economica senza distruzione o spreco – sia possibile o che questa ‘promuoverà una crescita economica sostenibile’ […]; non c’è modo di lasciare in eredità alle prossime generazioni la Terra così come noi l’abbiamo trovata, poiché è impossibile realizzare un processo che sia efficiente al 100%, ovvero che non inquini e che non lasci impronta del nostro passaggio. La produzione comporta un consumo di energia che fa aumentare l’entropia del sistema rendendo impossibile alle generazioni future ripercorrere il nostro cammino. Il processo produttivo consuma materie prime non rinnovabili – e questo pone il problema, accanto a quello della pressione demografica, della finitezza delle risorse – e usa energia che inevitabilmente si deteriora”. (Mauro Gallegati, Una rivoluzione copernicana per l’ambiente (e noi stessi), 19.02.2021).

Ora l’entropia merita un discorso a parte (a cominciare da Freud) che qui non c’è tempo per trattare. Ma vediamo cosa stiamo facendo attualmente (e qui il riferimento alla transizione ecologica è necessario).

Gregory Bateson, usando un linguaggio metaforico preso a prestito dalla Bibbia (di cui era un profondo conoscitore), diceva: il dio ecologico non può essere beffato, ovvero in ecologia non esistono scorciatoie. Ritornerò su questa fondamentale affermazione. Prima, qualche precisazione.

Qualche anno fa, Edgar Morin sosteneva che l’ecologia – da lui considerata un sapere trasgressivo che attraversava tutti gli altri saperi – era diventata, nelle università, una disciplina al pari delle altre, perdendo così la sua iniziale carica critica nell’indistinto accademico. Anche nel campo della politica, essa resta appannaggio di un piccolo partito dei Verdi come se fosse, quello ecologico, un sapere distinto dagli altri.

Con il diffondersi dell’allarme per la devastazione del pianeta e a causa del surriscaldamento climatico, oltre che per i numerosi movimenti in difesa dell’ambiente, l’attenzione dei governi europei verso l’ecologia è aumentata di molto in questi ultimi anni, e lo stesso Biden ha firmato un ordine esecutivo per rientrare nell’Accordo di Parigi sul clima, revocando al tempo stesso il permesso federale all’oleodotto Keystone XI. Anche gli Stati Uniti, dunque, dopo la disastrosa parentesi di Trump, promettono di raggiungere un’economia al 100% di energia pulita ed emissioni zero nette non più tardi del 2050.

Ho scorso, di recente, i sei capitoli che il fisico Cingolani, preposto al nuovo ministero dedicato alla Transizione ecologica, ha dedicato a questo tema. Se da una parte il linguaggio di Cingolani è quello di un fisico certamente competente, dall’altra stupiscono le sue argomentazioni che trattano di tutto e del loro contrario. Le sei schede, ciascuna dedicata a un tema particolare, evidenziano come Cingolani sia piuttosto un conoscitore dell’innovazione tecnologica (del resto ha diretto il famigerato LIT di Genova per molti anni, drenando ingenti risorse destinate agli atenei pubblici) che non di ecologia. Approssimate sono le sue ricette che spaziano dal nuovo modello urbano (quale?) alle energie rinnovabili. L’impressione è che siamo di fronte a un programma propagandistico, anziché a una svolta nel rapporto ecologia/economia. Perché non può esserci transizione senza la scelta di trasformare l’economia, e questa scelta di fondo, come ben osserva Roberto Mancini, “non c’è, anzi c’è l’illusione mortale che si possa andare avanti con il capitalismo opportunamente revisionato”. Lo conferma la presenza di un ministero per lo Sviluppo economico, affidato addirittura a Giorgetti.

Se provate a confrontare i contenuti ecologici nel messaggio della Laudato si’ di Papa Francesco con i proclami del nuovo ministero della Transizione ecologica, sarete scossi da un brivido di incredulità. Nel documento papale l’ecologia integrale parte dal creato (biosfera) che abbraccia tutto il vivente in una catena di relazioni senza discontinuità. Non può esserci transizione ecologica lasciando fuori disuguaglianze, povertà e ingiustizie: questo, in sintesi, l’insegnamento.

Con l’istituzione del nuovo ministero c’è il (solito) tentativo tecnologico, da parte delle lobbies, di sostituire (invano) l’uso dei fossili con invenzioni fantasmagoriche che, comunque, a esso infine riconducono. Si tratta di inutili scorciatoie se non di vere e proprie toppe. Facciamo qualche esempio.

Che cos’è l’idrogeno e la “nuova civiltà” a idrogeno? Non esistono miniere di idrogeno (esso è solo un vettore capace di trasportare energia), dunque bisogna produrlo e per produrlo occorre energia. Ma quale energia? Quella dei fossili? Si dice che potrebbe essere prodotto con l’uso di energia alternativa. E siamo così tornati al punto di partenza, ovvero produrre energia alternativa, che poi è il vero problema mai risolto.

Altra invenzione: la tecnologia Ccs (Carbon Capture and Sequestration), ovvero ri-catturare la CO2 prodotta (perché l’era dei fossili non è mai finita) e pomparla sotto le viscere del pianeta. Questo è ciò che hanno fatto, in modo naturale, per milioni di anni le grandi foreste sottraendo carbonio dall’atmosfera e seppellendolo sotto la crosta terrestre (i rifiuti della terra, ovvero i fossili).

Noi lo abbiamo estratto e utilizzato per tutto il secolo passato e ancora continuiamo a farlo, cioè abbiamo utilizzato i rifiuti del pianeta disseppellendoli e modificando così il sottile strato di gas serra che serve a mantenere costante la temperatura (e l’equilibrio) del pianeta.

Ora ci siamo accorti che stavamo mettendo a repentaglio l’equilibrio della biosfera e vogliamo rimettere la CO2 al suo posto (cioè sottoterra). Ma occorre energia: per separare la CO2, per pomparla sotto la crosta. E con quale energia? Anche qui, si dirà, con l’energia rinnovabile. Già, se ce l’avessimo!

Ancora: le auto elettriche. Sappiamo da studi recenti che allo stato attuale sono più inquinanti di quelle tradizionali per via della batteria. Potremmo migliorare i processi, resta il fatto dei metalli utilizzati per le batterie (litio, cobalto): dove si prendono e dove si smaltiscono? Ci sono Stati e continenti pattumiere, come l’Asia o l’Africa? Scavare ancora, nel sottosuolo, per estrarre metalli per le batterie e poi versare quelle usate, altamente inquinanti, negli stessi territori?

La Laudato si’ presupponeva un cambiamento di stile nei comportamenti: più sobri, più solidali, più conviviali (ricordiamo Alex Langer: più lento, più profondo, più dolce). Ripensare la crescita a partire dalla condanna del consumismo, del consumo (inutile) di suolo, dell’uso dell’auto, del turismo di massa, della produzione di armi e del loro commercio, della produzione intensiva dell’agricoltura, del macello di migliaia di animali per la produzione di carne, dell’alta velocità che ha ancora più impoverito i territori che attraversa senza fermarsi.

Fare questo vuol dire rinunciare al progresso? Semmai significa arrestare la folle corsa verso l’instabilità del pianeta e scongiurare la (prossima) fine della specie umana. Quanto al progresso basta forse rileggere La Ginestra di Leopardi: questo secol superbo e sciocco…, le magnifiche sorti e progressive.

Progresso dovrebbe significare ritrovare l’alleanza con la terra, con le altre specie che, saccheggiate dei loro habitat, hanno trasmesso la grande pandemia che ci sta massacrando. Ma questo non sembra essere l’obiettivo della transizione ecologia del nuovo ministero. Anzi, accanto a esso, c’è quello del leghista Giorgetti che persegue gli obiettivi opposti. È chiaro che l’ecologia, per tornare alla frase di Bateson, non può essere beffata, e non esistono scorciatoie per aggirarla. Quello che noi invece pervicacemente tentiamo di fare inventando parole, espressioni, tecniche, e ministeri, per esorcizzare l’apocalisse ambientale.

(Testo della relazione presentata il 4 marzo al seminario online su “Il disordine della natura e la via verso un nuovo modello di sviluppo”, a cura della Fondazione per la critica sociale, di Legambiente e del Crs Toscana.)