È sciocco discutere dei cento anni che ci dividono dalla fondazione del Partito comunista partendo dal quesito se la scissione dai socialisti fu una scelta giusta. Sia per il ruolo molto importante che hanno avuto i comunisti nella storia d’Italia, sia per il banale detto che la storia non si fa con i “se”.

A Livorno nel 1921 non era possibile evitare la nascita del Partito comunista d’Italia (Pcd’I), embrione del futuro Partito comunista italiano. Gli echi della rivoluzione russa del 1917 equivalevano a un ciclone. Quell’evento ebbe ripercussioni pure su movimento operaio e sinistra di casa nostra.

In Italia c’era stato inoltre il “biennio rosso” (1919-1920) con l’occupazione delle fabbriche nel centronord e aspri episodi di conflitto sociale anche al sud con la richiesta di sbocchi politici avanzati resi impossibili dalle conseguenze della Prima guerra mondiale, dalla crisi del giolittismo (i governi guidati da Giovanni Giolitti 1903-1914) e dalle divisioni che percorrevano la sinistra (“massimalisti”, fautori di un programma massimo, e “riformisti”, fautori di un programma minimo). Da quella fase convulsa trae origine il fascismo mussoliniano, che all’inizio sembrava una variante nazionalista del socialismo massimalista.

Altra data da ricordare è l’esordio a Torino del giornale fondato da Antonio Gramsci L’Ordine Nuovo nel maggio 1919 (prima settimanale e poi quotidiano), a cui collaborarono personaggi autorevoli come Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca che daranno vita – con Amadeo Bordiga – al nucleo dei fondatori nel 1921 del Pcd’I. Quello divenne il giornale dei consigli di fabbrica del “biennio rosso” che acutizzò il dibattito interno al Partito socialista.

L’influenza e il fascino che su questo gruppo ebbe quanto accadeva a Pietroburgo furono enormi. Il sogno di una rivoluzione proletaria divenne realtà con alla guida un gruppo dirigente di altissimo livello (da Lenin a Kamenev, da Zinoviev a Bucharin).  

La prima “svolta” nella vita dei comunisti italiani dopo l’avvio della loro storia è fornita dalle Tesi di Lione scritte da Gramsci, che divenne segretario, per il terzo Congresso del partito, nel 1926. Evento che segna la fine dell’egemonia di Bordiga sul partito. Le Tesi di Lione sono importanti soprattutto perché abbozzano un’analisi storico-sociale dell’Italia e del fascismo trionfante (poi seguiranno i compiuti Quaderni gramsciani dal carcere a fornire analisi e ipotesi originali sull’Italia).

I comunisti italiani da quel momento in poi non saranno più solo una frazione filobolscevica, bensì s’incardineranno nel tessuto sociale e culturale italiano. L’ulteriore svolta avviene con il ritorno di Togliatti in Italia nel 1944 (nel 1943 il Pcd’I aveva intanto cambiato il nome in Partito comunista italiano).

Nel suo primo discorso (Napoli, 11 aprile) del dopoguerra, Togliatti opta per la costruzione di un “partito nuovo e di massa”, oltre che per l’accettazione piena della democrazia che fa abbandonare ogni ipotesi rivoluzionaria (la “democrazia progressiva”). Da qui la sua partecipazione come ministro della Giustizia al governo che prepara la Costituente in cui i comunisti hanno un ruolo rilevante.

Togliatti getta così le basi per un partito essenzialmente “nazionale” che usa tutti gli spazi offerti dalla ricostruita democrazia. Può farlo per il ruolo attivo e unitario svolto dal Pci nella Resistenza. Fino alla sua morte nel 1964, pur dopo la sconfitta del Fronte popolare nel 1948, nelle condizioni geopolitiche della “guerra fredda” e nonostante lo stalinismo (le “purghe”, i fatti di Ungheria del 1956), il Pci si consolida come prima forza della sinistra italiana.

Un partito socialdemocratico?

Nelle interpretazioni storiografiche si è fatta di recente strada l’ipotesi che il Pci fin dai tempi togliattiani fosse essenzialmente una forza socialdemocratica che si chiamava “comunista” solo per ragioni storiche. In tempi ravvicinati (anni Ottanta) ci sono stati incontri tra Enrico Berlinguer, Willy Brandt e Olof Palme, ma la collocazione internazionale del Pci – soprattutto dopo lo “strappo” con Mosca a seguito degli avvenimenti in Polonia del 1981 – restò racchiusa in una sorta di comunismo nazionale.

L’anomalia del comunismo italiano, così segnata dal pensiero di Gramsci e dal “partito nuovo” di Togliatti, si era trasformata infatti, negli anni che precedono il cambio del nome e la trasformazione politica del Pci, in una “diversità” che rendeva difficile conservare l’antico rapporto con i partiti comunisti, seppure in una forma di autonomia sempre più crescente dall’Unione sovietica. L’ipotesi di “eurocomunismo” con comunisti spagnoli e francesi era del resto stata travolta rapidamente a metà degli anni Settanta.

Enrico Berlinguer precisò, a un certo punto, gli obiettivi della sua politica in una intervista a Eugenio Scalfari: “Noi vogliamo arrivare a realizzare qui, nell’Occidente europeo, un assetto economico, sociale, statale non più capitalistico, ma che non ricalchi alcun modello e non ripeta alcuna delle esperienze socialiste sinora realizzate, e che, al tempo stesso, non si riduca a esumare esperimenti di tipo socialdemocratico, i quali si sono limitati alla gestione del capitalismo” (la Repubblica, 28 luglio 1981). Il giudizio di Berlinguer sulla socialdemocrazia europea restava tradizionale per un comunista, seppure italiano.

Un’occasione perduta

È probabile che il Pci fosse un partito nei fatti socialdemocratico come la Spd tedesca o il Labour britannico. La mia ipotesi è che però il Pci abbia perso l’occasione del suo ulteriore rinnovamento dopo la morte di Togliatti, quando si aprì un dibattito interno sulla natura peculiare del capitalismo italiano (il confronto tra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao sul boom economico), oltre che sulla riforma del partito.

Temi, quest’ultimi, che furono riproposti dalla rivista il manifesto nel 1969 insistendo su una critica radicale dell’esperienza del “socialismo reale” nei paesi dell’Est nonostante l’attivismo di Lugi Longo per scongiurare l’invasione sovietica di Praga nel 1968. Il ripensamento comunista avrebbe potuto coniugarsi con i movimenti di quegli anni in un rapporto virtuoso tra storia, memoria e attualità per cogliere la modernizzazione italiana in atto. Il Pci, alla fine di quel ciclo, fu premiato elettoralmente ma si trovò nel tunnel della conventio ad excludendum che il “compromesso storico” riuscì a scalfire solo in parte.

Mentre Amendola nel 1963, in concomitanza con i primi governi di centrosinistra, aveva posto il problema del “partito unico” della sinistra italiana e quindi del rapporto con i socialisti, Ingrao fu tra i primi a cambiare ottica parlando di “sinistra europea”. Quando concluse la sua esperienza di presidente della Camera (1976-1979), tornò a presiedere il Centro per la riforma dello Stato (Crs).

A motivare quella decisione c’era la consapevolezza che qualcosa di profondo si era spezzato nella politica italiana con l’assassinio di Aldo Moro e la crisi dei governi di unità nazionale: occorreva ripensare la politica del Pci all’interno di un riesame del ruolo dell’Europa e della sinistra europea nel suo complesso.

Come presidente del Crs, non userà più – neppure nel suo lessico – l’antica distinzione tra partiti comunisti e partiti socialisti, ritenendo che tutte le forze della sinistra europea fossero poste di fronte agli stessi problemi di internazionalizzazione dell’economia e della politica. Il Crs organizzerà di conseguenza importanti convegni su Svezia e Germania.

Anche Ingrao, come Berlinguer, era però convinto che la strada più percorribile fosse quella di un rinnovamento del Pci che ne preservasse comunque la diversità rispetto agli altri partiti comunisti e ai partiti socialisti della sinistra. Neppure Berlinguer superò quelle colonne d’Ercole. Il problema della riunificazione delle forze della sinistra europea e italiana rimaneva sullo sfondo.

L’illusione, che si riproporrà dopo il 1989 senza Berlinguer, è quella che i comunisti italiani potessero resistere nella loro “diversità nazionale”. Achille Occhetto gestirà poi la sua “svolta” all’insegna del “nuovismo” e del superamento dell’orizzonte socialista incrociando più il liberalismo che una riformulazione della critica al capitalismo. Cambiare nome e simbolo in quel modo non risolse i problemi del tornante d’epoca.

Facendo un passo indietro, quando, all’inizio in modo timido e poi sempre più convinto, il Pci diede il via ai primi confronti con la Spd di Willy Brandt, i partiti socialisti e socialdemocratici di Olof Palme, François Mitterrand e Bruno Kreisky, riaffiorò il problema della competizione irrisolta con Bettino Craxi che cercò di ostacolare in tutti i modi quei dialoghi, forte del fatto che il Psi facesse parte della famiglia dell’Internazionale socialista. Il veto cadde in conseguenza della forte pressione dei partiti socialisti europei e si trasformò in assenso dopo che Occhetto decretò l’agonia del Pci con un discorso alla Bolognina il 12 novembre 1989.

L’ostracismo da parte di Craxi, allora leader del Partito socialista, celava la neppure troppo segreta speranza di un assorbimento del nuovo partito occhettiano nel progetto di “unità socialista”, che il Pds non accettò sia per non annullare la propria storia, sia per gli accordi di governo che Craxi continuava a stringere con la Dc di Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani (il “Caf”).

Con la nascita del Pds viene tuttavia meno l’autonomia culturale e politica degli eredi del Pci. Con l’unificazione con la Margherita nasce infine il Pd (gennaio 2000). I neocomunisti di Rifondazione e dintorni, invece, oscilleranno tra la riproposizione della tradizione nostalgica del passato e il movimentismo che non si preoccupa degli sbocchi politici della propria azione.

C’è un finale a sorpresa di questa lunga storia. A convincere il Pd ad aderire al gruppo socialista al parlamento europeo sarà paradossalmente Matteo Renzi quando diventa segretario del partito. “Il mio Pd sarà nell’Internazionale socialista”, dichiarò inaspettatamente nel luglio 2013 ai microfoni de la 7spiegando la propria ammirazione per Tony Blair.

Ma il tema dell’identità di una nuova forza della sinistra italiana non fu affatto un problema risolto con tale approdo. Tagliate le radici storiche e recisi i riferimenti ideali, è restato un deserto culturale mentre le parole “socialismo” ed “ecologia” andrebbero coniugate tra loro in una nuova cultura della trasformazione sociale.

Il “progetto Pd” è intanto fallito, come sono falliti i progetti di rifondazione comunista o di costruire mini-partiti a sinistra. Varrebbe la pena prenderne atto, rimboccarsi le maniche e stimolare le riflessioni, rimescolando le carte con inventiva politica e organizzativa. Il problema di una forza di sinistra nuova per cultura e organizzazione resta lì di fronte a noi tutti. Potrebbe essere appassionante occuparsene.