• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » L’Italia del Censis e quella voglia di pena di morte

L’Italia del Censis e quella voglia di pena di morte

Primi nel mondo ad abolire la pena capitale e a convincere le potenze mondiali a seguirne l’esempio, oggi il 43,7 per cento dei nostri concittadini la rivogliono

28 Dicembre 2020 Stela Xhunga  918

Primi nel mondo ad abolire la pena di morte e a convincere le potenze mondiali a seguirne l’esempio, oggi gli italiani vogliono la pena di morte. La vogliono davvero, non metaforicamente: quasi la metà degli italiani (il 43,7 per cento) si dice favorevole alla sua introduzione nel nostro ordinamento, nero su bianco, nel consueto rapporto annuale del Censis che parla “di un rimosso in cui pulsano risentimenti antichi e recentissimi di diversa origine, intensità, cause”. Il dato sale al 44,7 per cento tra i giovani compresi tra i 18 e i 34 anni.

Quando un ragazzo ventiseienne fece abolire la pena di morte

Quando nel 1764 fece pubblicare Dei delitti e delle pene Cesare Beccaria era un giovane marchese di 26 anni imbevuto dell’umanitarismo e della filosofia di Montesquieu, enciclopedisti, Hume, Bentham, Locke, ma soprattutto Rousseau. Quando nel 2018 Giorgia Meloni scriveva di volere “abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro” ne aveva 41. Alle volte l’età è proprio un dato anagrafico che non significa nulla. Il trattato di Beccaria, messo all’Indice tra i libri proibiti dalla Chiesa nel 1766, è una delle cose di cui gli italiani dovrebbero andare più fieri, più della pizza e del mare, per intenderci. L’abolizione della pena di morte, l’ispirazione egualitaria secondo cui alla radice del crimine c’è la disuguaglianza economica e sociale, la laicità che disciplina il diritto di punire, se tutto ciò oggi è possibile – sia pure talvolta faticosamente – in Italia e in Europa è grazie anche al libro di un italiano. Non è un’esagerazione.

All’indomani della pubblicazione a Livorno, per evitare ripercussioni immediate nel Milanese, il trattato fece il giro del mondo di biblioteca in biblioteca, di bocca in bocca tra coloro che “contavano”, da Voltaire a Caterina “la grande”, regina di Russia, tutti presi a discutere delle tesi di un ragazzo ventiseienne. Un ragazzo che amava mangiare e dormire, al punto che Pietro Verri andava puntualmente a svegliarlo a casa per spronarlo a scrivere. Non pochi filologi sostengono addirittura che molti dei passaggi fondamentali del trattato siano opera sua. Illuminista, economista, autore di un trattato sulla felicità, infaticabile agitatore di intellettuali che fecero chinare il capo alle teste coronate e ai philosophes di tutta Europa, Pietro Verri, smanioso com’era di migliorare non soltanto la società in cui viveva, ma pure quella che avrebbe lasciato ai posteri, tentò ogni strada, compresa quella avveniristica di trasformare le feci umane in concime.

Quale che sia la filologia del testo, senza dubbio nel libro confluirono pareri, spunti, discussioni avvenute al “Caffè” e all’Accademia dei Pugni, una società di persone che si davano appuntamento in via Monte Napoleone, a Milano, per fare “a pugni” con le arretratezze e le ripugnanze morali che ancora caratterizzavano la società loro contemporanea, una su tutte, la spettacolarizzazione delle pene inflitte dai tribunali sia ecclesiastici sia laici. Da quei pugni è nata “la Scuola di Milano”, un manipolo di nobili e intellettuali che fecero letteralmente scuola nel Settecento illuminista. Dunque, ricapitolando, l’Italia, che per prima ha teorizzato l’abolizione della pena di morte e per prima l’ha abolita nel Granducato di Toscana il 30 novembre 1786, oggi vuole la pena di morte. Una cosa che non nasce certo quest’anno, per via di una pandemia che, recita il Censis, ha reso l’Italia “spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza” al punto che “il 73,4 per cento degli italiani indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente in famiglia”.

L’Italia del rancore già prima del Covid-19

Quelle che il Censis restituisce alla fine di ogni anno sono fotografie, ma per capire i cambiamenti degli italiani, le fotografie vanno guardate in successione, come si usa fare con gli album di famiglia. Il 2019 era l’anno dell’incertezza e della sfiducia, gli italiani erano presi dal “furore di vivere” in una “solitaria difesa di se stessi” e all’insegna dell’incertezza per il futuro nel 69 per cento dei casi. Il 2018 era l’anno dell’odio per il migrante, “incattiviti e rancorosi” disse il Censis. E nel 2017, anno di ripresa industriale e boom del turismo e del rilancio dell’immagine del Paese? C’era già, testualmente:

“l’Italia dei rancori: Il rancore è di scena da tempo nella nostra società, con esibizioni di volta in volta indirizzate verso l’alto, attraverso i veementi toni dell’antipolitica, o verso il basso, a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati. È un sentimento che nasce da una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale, che nella crisi ha coinvolto pesantemente anche il ceto medio, oltre ai gruppi collocati nella parte più bassa della piramide sociale”.

Abbandonato l’ascensore sociale ormai bloccato da anni, oggi gli italiani faticano a risalire i gradini di una pandemia che ha messo a repentaglio non solo la loro economia e difesa del territorio, ma l’intera loro esistenza. E se da un lato, dice il Censis, accettano le restrizioni delle proprie libertà al grido di “meglio sudditi che morti”, da un altro, sono favorevoli alla morte altrui quando di mezzo c’è un reato particolarmente abbietto. Sembra un paradosso, ma non lo è, i due estremi si tengono ben saldi l’uno all’altro.

“Fu la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà […], ciascuno non ne vuole mettere nel pubblico deposito che la minima porzione possibile, quella sola che basti ad indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia”. Parole di Cesare Beccaria, un ragazzo.

939
Archiviato inArticoli
TagsCensis Cesare Beccaria pena di morte Stela Xhunga

Articolo precedente

Ecco perché al Sisi a Parigi sta più in alto di Ciampi

Articolo successivo

Alle Canarie una nuova Lesbo

Stela Xhunga

Articoli correlati

Ecco a voi Israele, baluardo della democrazia in Medio Oriente

In Israele pena di morte contro i palestinesi

Pena di morte nel 2024: meno Paesi, più esecuzioni

Una politica sonnambula esorcizza il rapporto del Censis

Dello stesso autore

L’ex banchiere alle prese con il capitalismo all’italiana

Europa: la bella addormentata si sveglia e “scopre” la rotta balcanica

Anche oggi la patrimoniale si fa domani

Alle Canarie una nuova Lesbo

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Meloni nel suo brodo
Rino Genovese    15 Luglio 2026
Fronte ucraino, il rischio è quello di un allargamento della guerra
Giorgio Graffi    13 Luglio 2026
Ordine pubblico e democrazia
Guido Ruotolo    9 Luglio 2026
Ultimi articoli
Legge elettorale, Vannacci scompiglia la destra
Stefania Limiti    20 Luglio 2026
Porto di Fiumicino, prima vittoria
Marianna Gatta    20 Luglio 2026
Una settimana nella vita di Nigel Farage
Agostino Petrillo    16 Luglio 2026
Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito
Marco Santopadre    15 Luglio 2026
Il vertice Nato, i capricci di Trump, la Turchia
Eliana Riva    14 Luglio 2026
Ultime opinioni
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Una casa per il circolo Gianni Bosio?
Paolo Andruccioli    3 Luglio 2026
Chiesa, i lefebvriani all’attacco
Rino Genovese    2 Luglio 2026
Elly Schlein e l’establishment
Rino Genovese    26 Giugno 2026
Ultime analisi
La pelle del serpente: tutte le metamorfosi di AfD
Agostino Petrillo    10 Luglio 2026
Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale
Massimo Florio*    8 Giugno 2026
Ultime recensioni
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”
Katia Ippaso    29 Giugno 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA