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In Israele pena di morte contro i palestinesi

Prima votazione alla Knesset per reintrodurre una misura applicata una sola volta nella storia dello Stato ebraico, contro Eichmann. È la conferma di una giurisdizione basata su un “doppio standard”

13 Novembre 2025 Eliana Riva  1372

Lunedì 11 novembre, alla Knesset, i deputati dell’estrema destra hanno applaudito e il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha distribuito dolci ai colleghi. È il modo in cui ha celebrato il primo via libera alla legge che introduce in Israele la pena di morte per chi uccide cittadini israeliani “per motivi nazionalistici”. Un testo pensato per colpire i palestinesi. Con 39 voti favorevoli e 16 contrari, l’emendamento al codice penale ha superato la prima delle tre votazioni previste. Ben Gvir l’ha definita “una giornata storica”, annunciando che “i terroristi verranno liberati solo all’inferno”.

Dietro la teatralità della celebrazione, c’è una trasformazione giuridica profonda: l’introduzione della pena capitale, che Israele ha applicato una sola volta, nel 1962, contro Adolf Eichmann, uno degli architetti della deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio. Fu condannato a morte e impiccato nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno 1962. Già dal 2017, l’estrema destra tentava di imporne la reintroduzione; ma le pressioni internazionali, e il più recente timore di ritorsioni di Hamas sugli ostaggi israeliani a Gaza, avevano convinto Netanyahu a congelare il dibattito. Ora, con la guerra sospesa e uno dei governi più ideologizzati ed estremisti della storia del Paese, il progetto è tornato in aula.

Il testo approvato prevede l’esecuzione per gli omicidi compiuti con l’intento di “danneggiare la rinascita del popolo ebraico”. La definizione, volutamente ambigua, stabilisce un discrimine etnico e politico. A differenza di qualsiasi altra legge israeliana, l’applicazione sarà riservata ai tribunali militari, che potranno condannare con voto a maggioranza semplice. Nessuna attenuante, nessuna revisione. Si tratta di una codificazione del doppio standard, che già domina il sistema giudiziario israeliano: due leggi, due giurisdizioni, due giustizie. I coloni israeliani che vivono in Cisgiordania sono sottoposti al diritto civile, i palestinesi a quello militare. Gli stessi reati vengono giudicati in sedi diverse, con esiti opposti. Un israeliano condannato per omicidio può chiedere la libertà vigilata, dopo aver scontato metà della pena; un palestinese deve attendere i due terzi e non può far valere attenuanti. È in questo spazio asimmetrico che la pena di morte si innesta come logica conclusione di un sistema punitivo.

Dal 1967, oltre un milione di palestinesi sono stati arrestati nei territori occupati. Nelle carceri israeliane si trovano oggi più di diecimila prigionieri politici, tra cui duecento minorenni. Alcuni di loro hanno appena dodici anni: è l’età in cui la legge israeliana riconosce la responsabilità penale. Dal 2016, i minorenni palestinesi, tra i dodici e i quattordici anni, possono essere processati come adulti e condannati per reati “di sicurezza”, compresi l’omicidio e il tentato omicidio. Un precedente, quello del tredicenne Ahmed Manasra, sequestrato e condannato a dodici anni per un accoltellamento a Gerusalemme Est, ha aperto la strada a una prassi che non ha smesso di espandersi.

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano, da anni, le modalità degli arresti: incursioni notturne, interrogatori senza tutore, lunghe detenzioni preventive. Tre quarti dei minorenni palestinesi vengono tenuti in custodia fino alla sentenza, contro meno del 20% dei coetanei israeliani. I tribunali militari, composti da giudici-soldato, emettono sentenze senza le garanzie minime del giusto processo. Molti degli imputati vengono trattenuti in detenzione amministrativa, una formula che consente di incarcerare senza accusa e senza processo sulla base di dossier segreti.

Le carceri sono l’estensione della politica di occupazione. I prigionieri palestinesi vengono classificati come “di sicurezza” e trattati con misure speciali. Dopo il 7 ottobre 2023, Ben Gvir ha introdotto una politica di punizione collettiva che comprende riduzione del cibo, isolamento e sorveglianza costante. Le testimonianze raccolte, da avvocati e Ong, parlano di razioni ridotte al minimo, pane e margarina come pasto principale, decine di detenuti dimagriti di venti chili in pochi mesi. In settembre, la Corte suprema israeliana ha riconosciuto la fondatezza delle denunce, stabilendo che lo Stato ha violato i propri obblighi legali. La sentenza è stata accolta da Ben Gvir come un attacco politico: ha accusato i giudici di “difendere i terroristi” e ha ribadito che “i prigionieri devono marcire in cella”. La linea punitiva del ministro non è isolata, ma è parte integrante dell’ideologia che tiene insieme il governo. Smotrich annette, Katz bombarda, Ben Gvir punisce. Il carcere, dove finiscono i palestinesi sequestrati, diventa un laboratorio disciplinare, la giustizia un’estensione della guerra. L’inasprimento delle condizioni detentive risponde a un disegno più ampio: colpire i palestinesi non solo nella libertà di movimento ma nella possibilità stessa di resistere.

Nei villaggi della Cisgiordania, intanto, prosegue la violenza dei coloni e le demolizioni militari. La legge sulla pena di morte si inserisce in questa cornice, normalizzando l’idea di una distinzione tra vite degne e vite sacrificabili. Per i palestinesi, ogni sfera della vita è già sottoposta al controllo israeliano: dalla casa alla terra, dalla mobilità al corpo. Il nuovo provvedimento chiude il cerchio, istituzionalizzando ciò che l’occupazione pratica da decenni: la sovranità sul diritto di vivere o morire.

L’approvazione in prima lettura non è solo un gesto simbolico. È la traduzione giuridica di una visione che equipara la sicurezza alla vendetta, la giustizia alla punizione. Mentre alla Knesset si distribuiscono dolci, nei campi profughi i minorenni vengono prelevati di notte, interrogati senza avvocato, detenuti per mesi in silenzio. La pena di morte non inaugura una nuova epoca, sancisce soltanto, con il sigillo della legge, la continuità di un sistema fondato sulla disuguaglianza e sull’impunità.

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