Solo cento chilometri, così poco distano le Canarie dalle coste del Marocco. Il 2020 si è chiuso con la riapertura della rotta atlantica: secondo quanto ha ricostruito l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), su un totale di trentaseimila persone partite dal Nord Africa e dirette in Spagna, oltre ventimila hanno compiuto la traversata partendo dalle coste marocchine, per lo più dalla città di Dakhla e approdando in una delle sette isole dell’arcipelago delle Canarie. Nel 2018 sulle Isole erano sbarcati 1.307 migranti, nel 2019 2.557, nel 2020 ne sono stati contati circa ventimila, di cui quasi ottomila solo nel mese di novembre: sette volte tanto quelli sbarcati nel mese precedente. Un aumento esponenziale dovuto ai controlli più stringenti messi in atto dai paesi europei, Italia e Spagna in testa, per via della pandemia da Coronavirus. I muri di Ceuta e Melilla hanno ormai raggiunto i dieci metri di altezza e scavalcarli è praticamente impossibile, lo stretto di Gibilterra è costantemente sorvegliato e le navi a presidio dei confini nazionali si sono moltiplicate. Ciò ha spinto i migranti a provare a raggiungere l’Europa attraversando il Sahara occidentale e partendo dalla sponda atlantica del Marocco, nonostante la traversata dell’Atlantico sia assai più rischiosa di quella del Mediterraneo: lo IOM ha registrato oltre cinquecento morti a causa di diversi naufragi, come quello verificatosi al largo del Senegal a fine ottobre, quando delle circa duecento persone, a bordo dell’imbarcazione che ha preso fuoco ribaltandosi, ne sono morte almeno centoquaranta e sono state rinvenute solo venti salme.

Buona parte delle imbarcazioni che attraversano l’oceano proviene dal porto di Dakhla, nel Sahara occidentale, il più grande territorio non autonomo del mondo, conteso dal Marocco e dal Fronte Polisario, un’organizzazione militare e politica che rappresenta il popolo locale dei Sahrawi. Formalmente nella regione vige il cessate il fuoco dal 1991, ma ultimamente ci sono state tensioni che hanno creato disordini e possibilità di business per le organizzazioni criminali grazie alla tratta degli esseri umani. La rotta atlantica apporta vantaggi anche al governo del Marocco, che negli ultimi tempi ha visto crescere il suo potere negoziale con l’Unione europea, come già successo con la Turchia di Erdoğan e ancor prima con la Libia di Gheddafi.

La rotta atlantica si compone in larga parte di migranti senegalesi, per lo più pescatori che hanno perso il lavoro dopo che il Senegal ha firmato accordi con l’Europa che permettono alle grandi navi europee dedite alla pesca industriale di entrare nelle acque senegalesi, ma anche mauritani e subsahariani.

Se da un lato la strategia dell’Unione europea in materia di immigrazione continua a essere quella dei respingimenti, con la redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri su base volontaria, quella dei governi nazionali nei confronti delle isole non è da meno: come l’Italia con Lampedusa e la Grecia con Lesbos, anche la Spagna sta di fatto confinando i migranti nell’arcipelago allestendo centri di identificazione e campi provvisori, che di provvisorio hanno poco e di dignitoso nulla, come il campo di Arguineguin, definito il “campo della vergogna”, recentemente chiuso in seguito alle denunce delle organizzazioni umanitarie. Lì, fino a novembre scorso, le persone venivano stipate nel porto e costrette a dormire al suolo per giorni, settimane, in condizioni che la sindaca del paese Onalia Bueno aveva descritto come “disumane”.

E c’è chi, come l’Ong Euro-Mediterranean Human Rights Network (EMHRN) mette in guardia da quello che pare un vero e proprio “laboratorio” il cui obiettivo è adibire le Canarie e le altre isole a presidi di pre-screening in difesa delle frontiere nazionali. Anziché intervenire su quei territori con politiche europee e non più solo nazionali, alienarli, renderli extra-territoriali. Terra di nessuno.