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I buchi nell’acqua di Letta

Ma il Pd è riformabile? Il quesito è probabile che inizi a porselo lo stesso segretario Enrico Letta. Lui ci mette passione, cultura, visione europea e buona volontà che non bastano. Il “soggetto” è quello che è, sedimentato in quasi un quindicennio di correnti e correntine costrette a convivere in un amalgama mal riuscito (lo ammise D’Alema), dove – a parte episodi ai tempi dell’Ulivo vincente di Romano Prodi – la strada è stata sempre in salita (come dimostrano gli otto segretari prima di Letta). L’illusione iniziale, un vero peccato originale, fu far convivere con la bacchetta magica “sinistra” e “centro” in un unico partito, per giunta sul modello statunitense e senza nessun radicamento in questa versione nella storia della politica italiana.

Letta annaspa già in queste prime settimane. Come vicesegretari ha scelto Irene Tinagli e Giuseppe Provenzano, la prima neoliberale ed ex collaboratrice di Mario Monti, il secondo un po’ collocato a sinistra: il bilancino tra opzioni diverse. Intanto, ha orientato su ius soli e voto ai sedicenni la stella cometa di nuovi diritti (benissimo il primo, discutibile il secondo), che tuttavia non incrociano l’agenda politica fatta di pandemia e crisi economica potenzialmente catastrofica quando finirà il blocco dei licenziamenti. Poi ha provato a mettere le donne in pole position alla guida dei gruppi parlamentari scatenando la battaglia tra correnti. Debora Serracchiani (Camera) e Simona Malpezzi (Senato) sono frutto di fragili mediazioni. Le donne ora hanno un ruolo di rilievo al prezzo di condizionamenti reciproci e non di un reale rinnovamento di metodo e convivenza nello stesso partito. Dentro il Pd ci sono ancora tanti cavalli di Troia renziani pronti a intralciare Letta sulle scelte di fondo.

Un Letta di valori e di governo

Enrico Letta fa simpatia. Ha l’aria del bravo ragazzo studioso. Non è naturalmente antipatico come Matteo Renzi, con quell’aria da saputello. Non lascia indifferenti come Nicola Zingaretti, che ha i limiti e i pregi del pollo di batteria cresciuto nell’apparato di partito con bisogno di suggeritore (Goffredo Bettini). Letta è colto, e pure simpatico (le sue apparizioni a Propaganda Live su “la7”). Anche quando è stato ministro e premier non si ricordano episodi particolarmente sgradevoli (non si può tuttavia dimenticare che nel suo governo del 2013 c’erano anche i berlusconiani).

Pure il suo discorso di investitura la settimana scorsa era ben ritagliato sul personaggio. Il meglio della cultura cristiano-sociale in un’oretta, si potrebbe dire: valori (ius soli) e forse utopia (il voto ai sedicenni), democrazia economica, sguardo all’Europa, al mondo delle trasformazioni in digitale e in riconversione ecologica, lotta alla pandemia, rinnovamento delle categorie di riferimento, attenzione alla solidarietà contro le diseguaglianze e al dialogo con sindacati e parti sociali. Poco laburismo, certo: quello non appartiene alla sua cultura. Nella parte più politica del discorso, Letta ha citato l’Ulivo come unica esperienza in grado di far vincere nel passato due volte il centrosinistra (entrambe con Romano Prodi). Poi ha parlato di “nuovo Pd” e non di semplice “nuovo segretario”. Non ha fatto dei soli 5 Stelle l’interlocutore di una futura coalizione. Vuole confrontarsi con tutti gli alleati potenziali.

Dalla parte delle Sardine

Le Sardine, con le loro piazze affollate, sono state una delle non molte cose positive a cui abbiamo assistito in Italia negli ultimi anni. Purtroppo sono state ricacciate indietro dalla pandemia. Nel novembre 2019, quando il virus probabilmente già circolava in Lombardia, mi è capitato di ritrovarmici in mezzo nella metropolitana milanese (erano di ritorno da una manifestazione) e ho avuto un immediato moto di simpatia nei loro confronti, dicendomi: “Beh, per fortuna non tutta Milano si riduce al rito dell’apericena”. Ciò che mi piaceva, e mi piace ancora, è il loro deciso accento antisovranista: qualcosa in cui fino a un anno fa non era più facilissimo imbattersi neppure a sinistra, sebbene oggi, dopo l’assegnazione dei fondi europei, la situazione stia cambiando. Ma i movimenti, compresi quelli neppure troppo radicali ma della cittadinanza attiva, hanno bisogno degli assembramenti come dell’aria per respirare. Se togliete loro la piazza, che ne è del conflitto – ideale o politico, o tutt’e due le cose insieme – che sarebbero capaci di innescare? Si sarebbe mai potuto immaginare un movimento giovanile e studentesco, come quello che ci fu nel 1968 e dintorni, nel pieno di una pandemia? E i cortei interni degli operai di Mirafiori, per non parlare degli scioperi sia ordinari sia “a gatto selvaggio”? Ve le vedete le assemblee tra operai e studenti via Zoom?

Pd e 5 Stelle, le due crisi che si parlano

A volte la politica procede per salti. Dopo la crisi del governo Conte, sono implose due crisi: nel Pd e nei 5 Stelle. Sono parallele, incubate da tempo, e tuttavia s’intersecano perché i due poli poggiavano le proprie prospettive su un’alleanza politico-elettorale con cui guardare alla competizione con la destra.

Il terremoto avviato da Matteo Renzi nel facilitare la formazione del governo Draghi ha costretto Pd e grillini a collocazioni innaturali in un governo di “quasi tutti” con la costrizione imposta da pandemia, scadenze del recovery plan e secche parole del presidente Mattarella sulla situazione italiana, come al solito emergenziale. Sono precipitati – in entrambe le forze politiche – latenti problemi di identità, organizzazione, prospettiva. Il Pd si è trovato improvvisamente senza testa, cioè leader, a causa di giochetti e veti tra correnti che hanno portato alle dimissioni di Zingaretti. I 5 Stelle sono entrati a loro volta in un clima da prescissione (deputati e senatori che non hanno votato il governo, i dissensi sul ruolo della piattaforma Rousseau). Giuseppe Conte è stato così costretto (sponsor Beppe Grillo) ad accettare il ruolo di leader grillino, di cui tuttavia non si conoscono ancora i programmi politici improntati comunque agli ottimi rapporti con il Pd.

Pd, saltato il tappo Zingaretti

“Sono vere dimissioni, o servono per avere una reinvestitura a furore di popolo piddino?”. “Vuole fare il candidato a sindaco di Roma?”. I commenti immediati all’annuncio che Nicola Zingaretti ha gettato la spugna dal ruolo di segretario del Pd indicano quanto sia inquinato il dibattito politico e pubblico. Il merito non conta. Se un leader dice addirittura “mi vergogno” parlando del proprio partito, non si indaga su cosa abbia portato a quel grido di dolore. Si preferisce parlare di retroscena e tattiche possibili. Un bruttissimo segno della decadenza di partiti e politica.

Zingaretti, da parte sua, per ora si limita a dire che non tornerà indietro nonostante gli appelli di sostenitori e critici finalmente uniti. Bisogna, dunque, prenderlo sul serio, anche se il detto vuole “mai dire mai” quando è in gioco qualcosa di politico. Lo statuto del Pd prevede che ora ci sia un reggente provvisorio (si vocifera che possa essere la senatrice genovese ed ex ministro Roberta Pinotti) fino al Congresso, che poi dovrà eleggere il nuovo segretario. Intanto, il Pd è allo sbando. Caos, è la parola più usata. Ennesimo segretario che salta come un tappo da quando esiste questo partito nato nel 2007: Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi, Martina e ora Zingaretti. Per non parlare di Pds e Ds che hanno preceduto il Pd.

Pd e 5 Stelle, un destino comune

Che il Partito democratico e i grillini dovessero incontrarsi, fare governi insieme, perfino stringere un’alleanza strategica, era scritto nelle stelle fin da quel 2009 che vide la candidatura di Beppe Grillo – infine respinta – alla segreteria dello stesso Pd. Famosa la profetica sfida lanciata dal mago Piero Fassino: “Se Grillo vuole candidarsi, faccia il suo partito e vediamo quanto prende”. Fu accontentato e già nel 2013 il Movimento 5 Stelle – allora guidato dall’illuminato pensiero di Gianroberto Casaleggio, il guru della rete che aveva riadattato un originario olivettismo alla prospettiva di una democrazia diretta tramite Internet – raggiunse d’un colpo la stessa percentuale di voti faticosamente racimolata da Bersani con metodo tradizionale. Seguì un patetico confronto in streaming tra lui, in cerca di una maggioranza al Senato, e una delegazione di parlamentari grillini – ma non se ne fece nulla. Chiusura completa da parte di questi ultimi, che determinò lo scivolamento a destra dell’intero quadro politico, con la perdita della leadership da parte di Bersani a favore del rampantissimo Renzi, e il solito governo di unità nazionale con Forza Italia. E però stava “scritto lassù” che le due formazioni dovessero incontrarsi: cosa che la cronaca recente si sta incaricando di dimostrare.

Populismo a parte, infatti, i 5 Stelle sono da sempre una forza politica “liberale moderata”: il che soltanto adesso, nel pieno di una crisi interna, hanno trovato il coraggio di dichiarare. E si può ricordare il caso di un lontano antenato del grillismo, quel Guglielmo Giannini fondatore dell’Uomo qualunque, che, dopo la dissoluzione del suo movimento, terminò la carriera politica da liberale. Certo, di mezzo c’è stato tanto livore contro l’Unione europea (anche giustificato, visto il Patto di stabilità con austerità relativa), e, agli inizi del grillismo, addirittura la “decrescita felice” (una soluzione ecologista radicale che vorrebbe tagliare i ponti con la tematica del “nuovo modello di sviluppo”); ma in fin dei conti – anche volendo prendere come autenticamente di sinistra la proposta, poi realizzata, di un “reddito di cittadinanza” – i 5 Stelle, nati dall’unione di un manager con un comico, non si sono mai sognati di muovere la minima critica al capitalismo in quanto tale.

Epinay all’italiana per rifare la sinistra?

Bersani e D’Alema hanno avuto ruoli di primo piano nelle forze venute a sinistra dopo il 1989. Il primo è stato segretario del Pd, il secondo segretario del Pds e dei Ds prima di lasciare l’incarico a Veltroni e scegliere l’avventura di diventare premier. Hanno fallito entrambi prima della loro rottura con la segreteria di Renzi: hanno dovuto separarsi dal Pd per formare Articolo uno, un piccolo movimento. Questa traiettoria da sconfitti li rende poco "spendibili" nell’attualità politica: hanno fatto il loro tempo e hanno avuto le loro chance. Si può ascoltare quello che dicono come "consigli", "memoria", analisi.

Eppure – bisogna ammetterlo – da un po' di tempo ripetono un ritornello che è difficile non condividere. Abbandonata l’illusione di formare un unico partito a sinistra del Pd (la triste parabola di Liberi e uguali), insistono nel chiedere una "novità", che sarebbe poi lo scioglimento del Pd ritenendo fallita l’operazione politico-culturale di unificazione Margherita-Ds. A questo dovrebbe seguire un processo di aggregazione di forze, movimenti, associazionismo per dare vita a una organizzazione nuova nelle sue "forme": non un classico partito, bensì una confederazione di forze che innovi il modo di stare insieme e produrre decisioni. Sarebbe il "fatto nuovo" che Bersani invoca con più forza di D’Alema grazie alla sua simpatica vocazione per le metafore (ricordate la mucca in corridoio per segnalare l’avanzata della destra?).

Il futuro del centrosinistra si gioca in Campidoglio

Elezioni comunali a Roma della prossima primavera. Sono un macigno di difficile rimozione sulla strada dei rapporti Pd, 5 Stelle e ciò che resta di Liberi e uguali. Dopo che Beppe Grillo ha dato il suo appoggio alla ricandidatura di Virginia Raggi (“Aridaje” è lo slogan), sindaco impopolare uscente, la vicenda si è molto complicata.

In corrispondenza con il varo del governo Draghi, Pd, grillini e sinistra si erano impegnati a rinsaldare – almeno a parole – i reciproci rapporti, avendo nell’ex premier Giuseppe Conte un possibile leader di coalizione. Hanno pure costituito di recente un intergruppo parlamentare unitario. Il problema però è che i 5 Stelle si stanno sfarinando (la probabile espulsione di decine di deputati e senatori dissenzienti, la formazione di nuovi gruppi in parlamento, eccetera). Inoltre, Nicola Zingaretti ha almeno metà del suo partito convinta che tale strada sia impraticabile mentre bisognerebbe intanto unificare il “centro” con cui allearsi (Italia viva, Forza Italia, Azione, Più Europa). Nel Pd, ci sono infatti ancora tanti renziani orientati in quella direzione e altri che sono nostalgici della “vocazione maggioritaria” tanto cara a Walter Veltroni. È un bel puzzle di posizioni in collisione. A cui si aggiungono le recenti divisioni tra Sinistra italiana e Articolo uno rispetto al nuovo governo (il “no” di Fratoianni, il “sì” di Bersani & company). Dire che questa coalizione in fieri (Pd, 5 Stelle e pezzi di sinistra) non goda di buona salute è un eufemismo, neppure troppo letterario.

Il M5S è spaccato, punto interrogativo sul Pd

"Cosa resterà di questi anni Ottanta", diceva una vecchia canzone. Cosa resterà del Movimento 5 stelle è domanda d'attualità sulla quale è d'obbligo astenersi da troppe certezze e limitarsi a fare ipotesi, più che previsioni. Nell'ultimo anno e mezzo, pagando pegno (dopo la crisi del Papeete scatenata da Matteo Salvini) alla formidabile macchina di propaganda del centrodestra e alle sue debolezze strutturali, la creatura politica tenuta a battesimo in un'altra era geologica da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è entrata a far parte di un abbozzo di coalizione politica. Coalizione che comprenderebbe il Partito democratico e le truppe sciolte di Liberi e Uguali. Ma il blitz di Matteo Renzi, che (alla vigilia di una importante tornata di nomine pubbliche ma soprattutto della stagione della gestione del Recovery Plan) ha disarcionato Giuseppe Conte anche per impedire il consolidamento di questo asse politico, ha mostrato tutta la fragilità dell'operazione politica. Sui due lati: il primo è quello del Pd, che per una parte significativa e forse maggioritaria dei suoi gruppi parlamentari e dei gruppi dirigenti diffusi preferisce altre compagnie; il secondo quello del M5S, che si è spaccato, stavolta non con la consueta uscita di poche unità di "dissidenti" e per la prima volta corre il rischio reale della nascita di un gruppo scissionistico alternativo con qualche figura nota al suo interno. Il corpaccione dei gruppi parlamentari e degli iscritti non è stato in grado di digerire la sconfitta sulla trincea scavata a difesa del Conte 2 e l'inversione a U dettata dai vertici con l'adesione al governo presieduto da Mario Draghi, uno dei bersagli storici della polemica di Grillo e soci.

Una netta sensazione di peggioramento

La maggioranza giallo-rossa era la soluzione più avanzata che il parlamento uscito dalle elezioni del 2018 potesse offrire. Avrebbe dovuto essere adottata fin da subito e durare l’intera legislatura. Soltanto l’inconsistenza di un partito come il Pd – basato sull’elezione a sfondo plebiscitario del proprio leader, un meccanismo che ha prodotto la particolare perversione renziana –, regalando il governo alla Lega, aveva reso possibile l’obbrobrio di una maggioranza, in quel momento dichiaratamente sovranista-populista, tra i 5 Stelle e la Lega. Ma che questi partiti non potessero intendersi, anche perché espressione di realtà territoriali diverse, tra loro profondamente diseguali (la Lega è impiantata al Nord, pur con la “correzione” nazionalista salviniana, mentre la rabbia meridionale si è espressa soprattutto nel voto grillino), era piuttosto evidente; l’errore di Salvini nell’estate del 2019 ha fatto il resto. La nascita del Conte 2 restava comunque appesa all’esigenza di visibilità e sopravvivenza politica di Renzi. Qualcuno aveva creduto che i pretesti messi in campo per colpire il governo giallo-rosso (la questione del Mes, la faccenda del Recovery Plan scritto male nella prima stesura, il nodo della “prescrizione”, e così via) si dissolvessero di fronte alla possibilità di ottenere un ministero in più. Così non è stato, perché Renzi ha ben chiaro che alle prossime elezioni dovrà giocarsi tutto, e che per non morire deve assolutamente fare in modo di ereditare i voti di un moribondo Berlusconi (anche poi presentandosi, se sarà il caso, in un’unica lista con Forza Italia). Il governo tecnico-politico è l’ombrello migliore sotto il quale tessere una tela neocentrista, mentre mettere fuori dalla luce dei riflettori un competitore come Conte, anche lui orientato a prendere voti nello stesso bacino elettorale, neppure era da considerare un obiettivo trascurabile.