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Per una scissione nel Pd

Il gruppetto di renziani o calendiani usciti dal Pd in Liguria è la prova dell’esistenza di un “paradosso Schlein”, e l’anticipazione di una probabile rottura su più larga scala

12 Settembre 2023 Nicola Caprioni*  1447

I grandi giornali nazionali hanno fatto titoli e articoloni sull’uscita dal Partito democratico di trentadue iscritti a Genova, guidati dalla consigliera comunale Cristina Lodi e dal consigliere regionale Pippo Rossetti: tutti esponenti di Base riformista, la corrente dei renziani rimasti (o appositamente lasciati?) nel Pd, che comprende personaggi come il democristiano guerrafondaio Guerini, Lotti, ex braccio destro di Renzi, Del Rio e altri. Cristina Lodi era stata, in passato, al centro delle polemiche, perché, capogruppo del Pd al consiglio comunale di Genova, aveva votato a favore di un ordine del giorno che equiparava comunisti e nazisti: una scelta che la costrinse alle dimissioni da capogruppo. Pippo Rossetti, invece, è un democristiano storico, uno che siede in Regione da tempi antichissimi, essendo transitato per la Dc, il Partito popolare, la Margherita e infine il Pd.

La motivazione delle dimissioni è: “il partito si è spostato troppo a sinistra”. Quest’affermazione non è poi così vera. Purtroppo, perché milioni di lavoratori e cittadini, che non vanno più a votare o scelgono altre formazioni, vorrebbero proprio questo: un partito che difenda gli interessi dei ceti meno abbienti e contrasti la crescita delle diseguaglianze. L’elezione di Elly Schlein alla segreteria del partito, fortemente voluta dal popolo dei gazebo e mal digerita dalla stragrande maggioranza dei dirigenti del partito, è stata determinata proprio da questa rabbia popolare che richiede un partito di sinistra.

Schlein è oggi alle prese con un paradosso paragonabile a quello di Renzi. Questi, quando lanciò l’idea di rottamazione dei vecchi gruppi dirigenti, abbagliò come un abile prestigiatore molte persone che speravano in un partito ringiovanito e pronto a nuove battaglie. Ma la rottamazione produsse un effetto contrario. Accantonò i vecchi dirigenti con buona preparazione politica ed esperienza, per sostituirli con nuovi ambiziosi in carriera, che consideravano il partito più come uno strumento di successo personale che come una scelta ideologica e di appartenenza. La stessa Schlein ha più volte usato l’espressione di partito dei cacicchi, dominato da piccoli ras territoriali, diviso in feudi e baronie, il cui unico fine è quello di occupare posti di governo sia a livello nazionale sia nelle Regioni e nei Comuni.

Si tratta di una contraddizione di non facile soluzione. Schlein è stata infatti eletta per eliminare i cacicchi locali. Deve compiere una spietata operazione chirurgica, eliminando non solo i dirigenti di cultura renziana, ma rinnegando anche lo stesso documento fondativo del Pd, quella cosiddetta carta dei valori cui talora qualcuno si richiama, alludendo allo spirito del Lingotto. Quella carta è un inno al liberismo, abbandona ogni riferimento ai valori del socialismo, ignora la parola sfruttamento, e non fa cenno ai danni prodotti da un capitalismo sempre più feroce che non esita, in nome del profitto, a distruggere l’ambiente nel quale viviamo.

I due fuoriusciti dal Pd genovese e il loro piccolo drappello di seguaci parlano di una mancata fusione tra le varie “culture riformistiche”, e citano quella cattolica, quella liberale, quella socialista e quella comunista. Stante il fatto che la cultura comunista è rimasta schiacciata sotto il crollo del Muro di Berlino, nemmeno si è cercato di recuperare quanto di buono c’era nella originale presenza dei comunisti italiani, a cominciare da Gramsci, passando per la “democrazia progressiva”, la togliattiana via italiana al socialismo, e dalla buona prassi amministrativa dei Comuni di sinistra, dal forte radicamento del partito nella classe operaria, nei ceti popolari, nel mondo intellettuale. La cultura socialista e veramente riformista è stata schiacciata – anche a causa di un vecchio e inaccettabile settarismo (e su questo dovremmo tutti insieme riflettere autocriticamente). Delle quattro culture citate, nel Pd, sono rimaste solo due: quella liberale (ma non la liberalsocialista di Rosselli e del Partito d’azione, piuttosto quella conservatrice alla Malagodi) e quella cattolica (in realtà democristiana, con i suoi antichi clientelismi).

Ora i fuoriusciti dal Pd confluiscono nel gruppo di Calenda. Pubblicamente hanno dichiarato di voler rimanere all’opposizione sia in Comune sia in Regione. In realtà, i due consiglieri comunali di Azione sostengono la maggioranza di destra del sindaco Bucci. Anche Italia viva a Genova fa parte della maggioranza, e sono noti gli ammiccamenti tra la renziana Raffaella Paita e Toti per quanto riguarda la Regione.

È probabile dunque che i due maggiorenti usciti dal Pd, cresciuti nella logica di un partito che deve sempre essere in maggioranza, siano alla ricerca di un collocamento. D’altra parte, Toti si è mostrato molto generoso con chi tradisce, come la ex sindaca Pd di Vado Ligure, Monica Giuliano, ricompensata da Toti con un incarico che le frutta 140.000 euro l’anno. E quando i moderati del Pd parlano di “vocazione maggioritaria” – definizione un po’ ridicola per un partito che è oggi al 20% nei sondaggi – parlano in realtà di vocazione governativa, decisamente opposta alla necessità di un partito che, affondando le sue radici nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, sappia unire e rifondare la sinistra in un grande e unico organismo.

Al paradosso di Renzi si sostituisce ora quello di Schlein: lei dovrebbe portare il partito a sinistra, perché questo è il mandato conferitole da quanti l’hanno votata; ma il partito, nella sua stragrande maggioranza di sindaci, consiglieri regionali, parlamentari ecc., è decisamente contrario, e teme per le proprie poltrone. O Schlein riesce a piegarli, oppure questi riusciranno a metabolizzarla, a rovinarla, a farla fuori.

È un processo che non potrà essere indolore: evitando il noioso e bolso “politicamente corretto”, si può dire che se personaggi come Marcucci, Guerini, Lotti, Del Rio e altri se ne vanno, non è un male. Occorre prendere coscienza del fatto che il presunto melting pot delle diverse culture riformiste, come taluni lo definiscono, è stato un fallimento, e che, a un miscuglio eterogeneo che non riesce a esprimere un’identità, è preferibile un partito identitario della sinistra, di ispirazione socialista e democratica – e poi un’area progressista con cui costruire alleanze elettorali ma mai un partito unico. La storia della sinistra politica in Italia è nata proprio a Genova, il 15 agosto 1892, da una scissione tra gli anarchici, da un lato, e i socialisti dall’altro. Non sempre le scissioni sono un fatto negativo.

*Presidente del Circolo Pertini di Sarzana

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