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Le rovine della sanità pubblica

Pronto soccorsi al collasso. Pazienti in attesa anche per giorni in astanteria prima di essere ricoverati. Medici che si dimettono, al Cardarelli di Napoli,...

Il Pd e gli altri

È pressoché una non notizia quella del prossimo rientro del gruppo denominato Articolo uno nella casa madre del Partito democratico. Il distacco da un Pd “renzizzato” era infatti avvenuto, perfino tardivamente, nel 2017; ma da quando Renzi si è fatto il suo partitino, non c’è più alcuna ragione, per gli ex dissidenti, di collocarsi in un contenitore diverso dal Pd. E apparirebbe anche piuttosto pretenzioso mirare a una generale rifondazione programmatica di un partito molto più grosso da parte di una formazione attualmente accreditata al 2%. Dunque, un puro e semplice ritorno all’ovile è nelle cose. E a volerlo presentare come il progetto di una “sinistra grande”, Roberto Speranza, rieletto pochi giorni fa alla guida del gruppo, dovrebbe preliminarmente fare un esame di coscienza intorno ai limiti di un’esperienza.

Che cosa non ha funzionato nell’alleanza politico-elettorale che, sotto il nome di Liberi e uguali, nel 2018, raccolse poco più del 3% dei voti? Forse il fatto di essere soltanto un accordo tra apparati, tutti ex qualcosa. Oltre ad Articolo uno, c’erano Sinistra italiana (mai nome fu più inadeguato alla cosa) – cioè una derivazione di Sel (Sinistra, ecologia e libertà), orfana di Vendola, che ha fatto un’altra scelta di vita – e Possibile, a sua volta un frammento staccatosi dal Pd. È probabilmente questa logica dell’assemblaggio che ha dimostrato di essere perdente. (In verità, non da ora, ma fin dagli anni Settanta del Novecento, quando a lungo si cercò di comporre in un mosaico alcune delle piccole forze sparse a sinistra del Pci, senza mai riuscire a concludere granché).

Pd, dalla Campania una lettera contro De Luca

Caro Letta, qui in Campania abbiamo un problema. Da tempo non stiamo più in Italia ma in una sorta di repubblica autarchica dove vige...

5 Stelle, resa dei conti finale?

E adesso che succederà, dopo la decisione della settima sezione civile del tribunale di Napoli che azzera i vertici dei 5 Stelle? Cosa farà il fondatore del movimento, Beppe Grillo? I pentastellati sono sempre più a rischio di implosione e, dopo il pronunciamento dei giudici, lo scontro interno si sta rivelando sempre più come una lotta di potere. Ora, ai vertici dei 5 Stelle sono tornati il garante Beppe Grillo e il reggente Vito Crimi. È facile immaginare che l’esautorato Conte starà valutando le iniziative legali per tornare alla guida del partito. Di certo, il reggente Crimi dovrà garantire l’elezione di una guida collettiva (a cinque), cioè quanto decise la base del partito.

I giudici di Napoli hanno infatti dato ragione ai dissidenti dei pentastellati, rappresentati dall’avvocato Lorenzo Borrè, riconoscendo un deficit di democrazia interna nel momento in cui a capo dei 5 Stelle, nell’agosto scorso, fu eletto Giuseppe Conte. L’accusa è che non tutti gli iscritti poterono partecipare all’elezione. La decisione dei giudici napoletani arriva in un momento di forte tensione interna. Il presidente Conte aveva avvertito Luigi Di Maio: “Nei 5 Stelle nessuno è indispensabile”. E aveva precisato che, nel partito fondato da Beppe Grillo, “non sono ammesse le correnti”. Dopo la decisione del ministro degli Esteri di dimettersi dal Comitato di garanzia, proprio per avere le mani libere nel poter dire la sua sulle cose che non funzionano nel partito, Conte aveva voluto fissare dei paletti invalicabili, lasciando intuire che la battaglia interna si annunciava aspra (e che Di Maio potrebbe soccombere).

La crisi dei 5 Stelle e i destini del fronte progressista

E chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato così periglioso il viaggio dei 5 Stelle nel mondo delle istituzioni. Ora rischiano di naufragare ancora prima di essere arrivati alla fine del viaggio. Il comandante di questa che è sempre più una nave alla deriva, Giuseppe Conte, è consapevole di non controllare i suoi parlamentari, e dunque di non poter rassicurare i suoi alleati. Nonostante ciò, prova a costruire un protagonismo che si infrange contro la dura realtà della crisi di credibilità del movimento.

I 5 Stelle non sono più affidabili. Per nessuno. E Conte prova ad alzare la posta in gioco lanciando candidature impossibili per Palazzo Chigi o il Quirinale, come quella della coordinatrice dei servizi segreti, Elisabetta Belloni, che sicuramente è stata una affidabile servitrice dello Stato, ma che, per il ruolo che ricopre oggi, non è proponibile né come presidente della Repubblica né come premier. Conte fa di tutto per marcare una differenza con i suoi alleati, il Pd e Leu. Il venir meno, il non essere più affidabile, l’implosione dei 5 Stelle rappresenta comunque una catastrofe per chi contava su questo alleato, se volete scomodo – il Pd e Leu – per fare squadra, per costruire un’alternativa credibile al centrodestra. 

Draghi è la soluzione meno peggiore

Mario Draghi alla presidenza della Repubblica è la scelta da augurarsi per un insieme di ragioni. La prima – piuttosto ovvia – è che, intorno al nome di Draghi, può raccogliersi un voto trasversale, indispensabile, date le forze in campo, per eleggere il capo dello Stato. Staccare la Lega dall’abbraccio con gli yesmen e le yeswomen di Berlusconi non sarebbe secondario; e vorrebbe anche dire offrire una sponda ai leghisti meno salviniani, tra cui l’attuale ministro Giorgetti, amico stretto di Draghi. L’obiezione che si può muovere è che la candidatura di Draghi spaccherebbe i 5 Stelle. Ciò senz’altro è possibile, ma non impedirebbe, con tutta probabilità, il raggiungimento alla quarta votazione di una maggioranza comunque ampia (ricordiamo che, nelle prime tre, servirebbe una maggioranza qualificata che appare fuori portata per chiunque, al momento).

La seconda ragione è che Draghi, in quanto persona almeno apparentemente super partes, potrebbe ottenere quella fiducia da parte della gran parte dei cittadini che – spoliticizzati da anni di qualunquismo e di attacchi alle istituzioni democratiche – tendono a non fidarsi più di nessuno, se non di coloro che si presentano come “esterni” rispetto al mondo della politica. È un’illusione, d’accordo – ma tant’è. Poiché non si può non essere interessati a una tenuta della suprema carica dello Stato, collocata in una funzione di presidio della Costituzione repubblicana, Draghi può essere il nome giusto per assicurare all’istituzione un alto grado di consenso popolare.

I diritti, la sinistra e Roma. Le ragioni di una candidata

Domenica 16 gennaio si torna a votare per sostituire il neosindaco Roberto Gualtieri alla Camera dei deputati e io sono la candidata del centrosinistra. Il Collegio di Roma 1 rappresenta un territorio vasto e complesso, che raccoglie il centro storico del I Municipio, e allarga le sue maglie fino ai quartieri di Ponte Milvio, Balduina, Trionfale, Flaminio e Della Vittoria.

Essere candidata di coalizione è per me un valore aggiunto, che bene riflette la mia storia e la mia visione politica. Ho sempre cercato di mettere in pratica una concezione inclusiva della politica, che guarda alle forze organizzate del centrosinistra, così come alla militanza civica, fatta di singoli, di reti e di associazioni. Credo che si debbano riconoscere, valorizzare e costruire alleanze trasversali e multiformi, che si misurino sulle sfide e sulle idee piuttosto che sulle geometrie politiche. E soprattutto credo nel lavoro collettivo, quello che riesce a mettere insieme, con fatica e pazienza, istituzioni e società civile, partiti e associazioni. È questa la politica nella quale ho sempre avuto fiducia e che ho sempre praticato: la politica che si fa insieme e non da soli, la politica che sfida l’inerzia e le semplificazioni, e si misura con l’ambizioso obiettivo di mettere insieme persone diverse e si sforza di ascoltare e di decidere. Per questo ho aderito convintamente al percorso delle Agorà democratiche proposto dal segretario Enrico Letta, che costruisce l’alleanza a partire dalle persone, da visioni e aspirazioni comuni, costruendo insieme linee di lavoro e proposte concrete.

La fragilità della sinistra e le esternazioni di D’Alema

Il brindisi di fine anno è stata l’occasione per Massimo D’Alema per ritrovare un protagonismo nel dibattito politico, che peraltro non aveva mai abbandonato....

Il Pd è l’unico destino per la sinistra?

Antonio Floridia nel commentare (vedi qui) un incontro promosso da “Diritti a sinistra” e Crs Toscana (“C'è vita a sinistra del Pd?”) conclude sostenendo...

A sinistra del Pd un’accolta di morti viventi

Sarà pure seccante doverlo ammettere, ma ­non si vede ombra di vita – se non quella decerebrata degli zombi – a sinistra di quel...