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E il Pd?

15 Novembre 2022 Rino Genovese  2727

Ci eravamo quasi dimenticati che esiste ancora un Partito democratico: si prepara a un congresso con tempi biblici (la fase conclusiva cadrà nel prossimo marzo), e nel frattempo non fa pressoché nulla, si guarda l’ombelico. Non che ce ne importi molto, dopo che questo partito è venuto meno perfino alla missione minimale, quella di essere un baluardo elettorale contro le destre, essendosi presentato alle elezioni in un modo che regalava la partita all’avversario già in partenza. E tuttavia è un fatto che il Pd è ancora il secondo partito italiano, come lo era nel 2018. A essere realisti, un’eventuale sua nuova scissione – stavolta, forse, più consistente delle precedenti – è destinata a mutare il quadro politico complessivo. Dunque parliamone.

La domanda è la seguente: dal Pd – così com’è, senza una battaglia politica interna, senza che nessuno abbia alzato la voce, quando sarebbe stato necessario farlo, per denunciare le scelte di una leadership priva di spessore – potrebbe staccarsi una forza che non sia ancora un Pd? In altre parole, se lamentiamo una mancanza di identità di questo partito, non è ragionevole pensare che un gruppo che se ne separasse sarebbe, a sua volta, privo di identità? C’è, del resto, già una piccola prova di ciò: ed è quell’Articolo uno, la frazione di Bersani e compagni, che molto tardivamente andò via dal Pd renziano per fare ritorno come stretto alleato del Pd lettiano, senza che si sia potuta osservare qualche rimarchevole differenza – la proposta di un “superamento del Pd” essendo una specie di bandierina agitata nel vuoto. Ed è anche lecito temere (come già scrivevamo qui) che dal Pd verrebbe fuori una diaspora somigliante a quella in cui è rimasta coinvolta Rifondazione comunista che fu, bene o male, una formazione politica dell’8%, ed è, da un bel po’, un coacervo di gruppi spesso in lotta tra loro.

Insomma, non sapremmo proprio cosa risolverci a pensare intorno alla sorte del Pd. Da socialisti, con una buona dose di anticapitalismo nelle vene, saremmo tentati di infischiarcene, e di dire: “Affari loro!”. Un nuovo partito della sinistra verrà fuori, se verrà, dalle lotte sociali. Sarà essenzialmente un partito del lavoro, o, per meglio dire, dei nuovi lavori – precari, cognitivi, della mano d’opera immigrata – e poi delle donne, di tutte e di tutti coloro che si battono per l’estensione dei diritti sociali e civili; e ancora, sarà il partito della transizione ecologica e di un modello di sviluppo non più incentrato sui consumi privati ma sui bisogni collettivi. Sarebbe il partito del socialismo ecologista. Ma se ne intravede se non altro il profilo in una qualsiasi delle componenti del Pd? Non si direbbe.

E allora che il Pd resti pure il Pd. Che cambi il suo segretario – questo almeno lo farà – per prepararsi poi a cambiare anche quello, senza che vi sia mai alcun vero redde rationem politico. Com’è accaduto nel passaggio da Zingaretti a Letta, che resta ancora oggi abbastanza misterioso. Nel frattempo, auguriamoci, tutt’al più, che si costituisca un gruppo dirigente meno imbelle di quello attuale.

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Tagslavoro lotte sociali partito democratico Pd Rino Genovese

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