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La guerra in Ucraina e l’anomalia della ragione

Trattare con Putin secondo una strategia al tempo stesso “scacchistica” e “pokeristica”

27 Aprile 2022 Lorenzo Cillario  1416

Con le spalle al muro o vincente, può, con attenta pianificazione o se gli viene il ghiribizzo, annientare il pianeta intero. È Putin. Ma complice è la follia di tutti. Che sia un presidente “democratico” o un “despota”, qualcuno che detiene la bomba atomica e la possibilità di usarla ha per forza, sempre, almeno un po’ di “ragione”. Una meta-ragione, chiamiamola così. Situata al di fuori e al di sopra delle ragioni (o dei torti) contingenti. L’Occidente, i suoi grandi statisti, fanno finta di non capirlo, e infiammano sciaguratamente l’opinione pubblica. La follia della nostra epoca è che un tale potere apocalittico, che può innescare in ogni momento l’autodistruzione dell’umanità, esista e sia concesso; prima ancora, che ne sia minacciato l’uso.

Questo, al di là di tutto, è il nucleo della “ragione” di Putin: delle mosse che ha messo in atto per raggiungere – quali che siano –, delirante o raziocinante, gli obiettivi che si è prefisso. Inutile girarci intorno. Il paradosso è di quelli da capogiro.

Anche se è un despota, anche se ha tutti i torti della terra, o così almeno ci piace pensare, deve avere per forza un po’ di “ragione”. E tutti gli altri, noialtri, con tutte le ragioni del mondo, possiamo prepararci a fare la sua stessa fine con lui. Poca differenza, nel possesso e minaccia dell’uso di armi nucleari, se queste sono “tattiche” o “strategiche”, di corto, di medio o di lungo raggio. Vuol dire allora dargliele tutte vinte? No, certo. Ma scoprire cosa l’ha fatto incazzare davvero, questo sì. E alla svelta. Cercando di ammorbidirne la rabbia e contenerne la pazzia, per arrivare a sedersi, insieme, al tavolo di una trattativa. Sennò sono guai per tutti.

Ma facciamo un po’ d’ordine. Si mescolano due modalità strategiche: una “scacchistica”, l’altra “pokeristica”. Fattori logici da una parte, l’azzardo e l’arte del bluff, dall’altra. Alternare una forma di “empatia logica”, da un lato, e di “muso duro”, dall’altro, sembra la via necessaria per riprendere il filo di un discorso costruttivo col grande avversario di questo momento storico.

Non dunque solo cercare di rabbonirli – Putin, la Russia e i russi –, ma anche necessariamente sferzarli richiamandone le gravi responsabilità. Il bastone e la carota. La carota e il bastone. Necessari entrambi. Gente come i cacasotto, quando il gioco si fa duro, meglio si tirino in disparte. Quando torna a esserci bisogno della carota si facciano in disparte i duri e puri.

La strada è assai stretta. Se usi troppo bastone, rischi di alimentare nell’interlocutore la frustrazione, metterlo con le spalle al muro e favorirne l’estrema follia, quella di pigiare i pulsanti atomici. Se usi troppa carota, rischi di farlo troppo ingolosire inducendolo a continuare a impadronirsi di nuove aree di potere sovranazionale e di non porre fine alla sua voracità.

D’altronde è ciò che il mondo, a casaccio, sta tentando di fare. In ciò ravviserei un po’ di ottimismo (come, alla fin fine, in occasione della pandemia: si è proceduto complessivamente in ordine sparso…). In definitiva, una concomitanza di comportamenti differenziati: perciò evolutivamente vincenti. Proprio il contrario del “pensiero unico”, quello tanto caro alle élite dei futuristi e ancestrali amanti dei sistemi di controllo. Ci sono, ora che la guerra è tornata in Europa, gli avventuristi e i pacifisti, i complottisti e i patriottisti, i cuori teneri e le facce di bronzo: insomma gli scacchisti e i pokeristi…

Per reggere allo stress, dobbiamo sapere che abbiamo tutto il tempo necessario, ma anche che non sarebbe male affrettarsi. Prendere le cose seriamente o riderci sopra. Piangere le povere vittime di questo spaventoso anacronistico conflitto, ma anche gioire che si sia rimesso in moto un cervello collettivo per riflettere sui rapporti e i conflitti latenti, soprattutto su quelli tra i Paesi ricchi e il Sud del mondo.

Ciò che sta accadendo porta con sé, però, il riaccendersi – a tutte le latitudini – di una ventata di militarismo nazisteggiante per davvero; nonché una vertiginosa ripresa e ascesa dei profitti legati alla produzione e al commercio di armi in tutto il mondo, del prosperare di quello che chiamavamo una volta il “complesso militare-industriale”, struttura ossea del capitalismo di sempre, sia delle economie autoritarie sia di quelle liberali, che oggi soffia sulla guerra e alimenta il crudele bellicismo delle parti in causa. Costituendo anche, di questa guerra, una delle più vere e profonde ragioni. Il tema meriterebbe riflessioni dolorose da parte di tutti: liberali, democratici, autocratici e pacifisti. Si renderebbero così più chiare, tra le altre, le cause strutturali dell’innescarsi di questa pericolosissima guerra.

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