Maurizio Franzini e Michele Raitano sono due economisti che lavorano da anni sul problema delle diseguaglianze, con studi e ricerche originali. Nel loro ultimo lavoro, La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi 2025), sono partiti da una domanda semplice ma fondamentale: come mai un problema sociale ed economico così grave non si affronta? Oppure viene rimosso e messo ai margini della cultura e della politica (fatte le dovute eccezioni)? Probabilmente, c’è una ragione di fondo. La diseguaglianza non viene capita nella sua sostanza: viene “raccontata” sulla base di luoghi comuni che le fanno da velo. Da qui il titolo (e lo scopo) del libro: fare chiarezza sui tanti luoghi comuni che diventano i veri ostacoli alla possibilità di mettere in campo scelte politiche conseguenti.
I due autori, avvezzi a un uso scientifico del linguaggio, prima di spiegare che cos’è la diseguaglianza, chiariscono il termine “luogo comune”, che si manifesta in tre modi diversi. Il luogo comune veicola un’idea estremamente semplificata di un fenomeno complesso, che tipicamente impatta in modo assai diverso su differenti segmenti della popolazione. L’idea semplificata dal luogo comune ha un’ampia circolazione, diventa presto “diffusa e ricorrente”. La terza caratteristica del luogo comune è “il suo elevato potenziale persuasivo, che ostacola la possibilità che si affermino idee alternative, più consone con la complessità dei fenomeni”.
Sulla diseguaglianza ci si fa un’idea sbagliata: la si considera come un effetto necessario e oggettivo della crescita economica. Nel corso del tempo, e per opera di precise scuole di pensiero, si sono stratificati vari luoghi comuni che oggi risultano consolidati. Il primo luogo comune discusso si basa sull’affermazione che “la diseguaglianza non cresce”, e quindi non occorre occuparsene. Il secondo luogo comune si potrebbe definire “attivo” non descrittivo, ovvero un’affermazione con un preciso taglio politico: “La diseguaglianza serve per la crescita”. E quindi è bene che ci sia perché, alla fine, “avvantaggia tutti”. Anche il terzo luogo comune ha un taglio politico: “La diseguaglianza è legata strettamente al merito e quindi svolge un’importante funzione sociale”. L’ultimo luogo comune che viene affrontato (e smontato) riguarda lo schema classico del “problema è un altro”. Come per tante altre questioni e tanti fenomeni sociali che non si vogliono riconoscere e risolvere, anche per la diseguaglianza scatta la molla dei “veri problemi sono altri”. Non la diseguaglianza economica dei redditi e le profonde ingiustizie sociali, ma la povertà, vista come entità astratta. Per chi rifiuta di vedere la diseguaglianza come un problema, si tratta di affrontare altre questioni più urgenti. Che poi non si sa mai quali siano, ma questo non conta perché l’importante è rimuovere la questione dall’agenda politica.
L’obiettivo del libro – smontare le false narrazioni, svuotare di senso le affermazioni che costruiscono un senso comune falsato – determina anche la forma dell’opera. A differenza di altri lavori scientifici, in questo libro non si trovano elenchi di cifre, tabelle e statistiche, ma ragionamenti. Anche se poi Franzini e Raitano, nel corso della loro analisi, fanno riferimento alle statistiche ufficiali internazionali e nazionali, e propongono un’appendice che risponde alla domanda di base: “Di cosa stiamo parlando quando parliamo di diseguaglianza economica”. In ogni caso, secondo i due autori, non si tratta di mettersi in gara sull’ultima percentuale. Il problema qui è come si costruiscono le percentuali, e come si mettono in relazione tra loro i dati.
Facciamo l’esempio del luogo comune della non crescita (o della sua stabilità nel tempo). Si tratta di un modo di vedere sbagliato, perché, prima di tutto, quando si parla di relativa stabilità dei numeri ci si riferisce solo alle statistiche sui redditi. “L’apparente costanza della diseguaglianza nei redditi disponibili è essenzialmente il risultato di una fortemente crescente disuguaglianza nei redditi di mercato, che ha molteplici e preoccupanti cause, temperata nei suoi effetti sui redditi disponibili essenzialmente dalle pensioni, che peraltro non potranno svolgere a lungo questo ruolo per l’esplicarsi degli effetti delle riforme pensionistiche”. Franzini e Raitano, come annunciano nel titolo del libro, vanno dunque “oltre i luoghi comuni”, e smascherando anche l’uso strumentale dei dati statistici ufficiali, cercano di rivelare la vera natura della diseguaglianza, che è fatta di elementi diversi e complessi. Ma se la vera natura, l’autentico aspetto della diseguaglianza si rivelano c’è da porsi immediatamente la domanda centrale: quanto è “sgradevole”, per noi, questo fenomeno? Fino a che punto possiamo accettare una spaccatura profonda della società? Qual è la soglia oltre la quale proprio non possiamo andare, per ragioni sia etiche sia economiche? Per i due autori la soglia è stata superata da tempo, e anche se apparentemente (rispetto a certe statistiche) la diseguaglianza non cresce, è necessario comunque preoccuparsene.
Uno dei passaggi fondamentali del libro, che ci offre una finestra per capire la proposta dei due autori, riguarda il rapporto tra aumento delle diseguaglianze e crescita economica. Smontato il luogo comune che la diseguaglianza favorirebbe la crescita (nella realtà succede esattamente il contrario), Franzini e Raitano propongono un approccio nuovo. Si tratta cioè di mettere in discussione anche le politiche contro la diseguaglianza. Finora, infatti, si è scelta la via redistributiva per correggere le distorsioni del mercato. Si tratta invece di fare ricorso a politiche predistributive, che possano incidere sulla flessibilità del lavoro, sui rendimenti finanziari, sulla concentrazione dei mercati. Non c’è, infatti, una sola causa dell’aumento della diseguaglianza, e quindi – se si vuole veramente affrontare il problema – è necessario agire su più cause e più fronti.
Ma non è solo la proposta di politiche predistributive la novità del libro. Un’altra riguarda la questione delle diseguaglianze interne ai gruppi. Secondo i due autori, si deve andare oltre il racconto di una diseguaglianza basata esclusivamente sulla distanza (oggi abissale) tra gruppi forti e gruppi deboli o emarginati. Sicuramente la diseguaglianza riguarda il gap sempre più stellare tra manager e operai, tra ceo e tecnici. Ma la questione va affrontata anche analizzando le diseguaglianze che si creano all’interno degli stessi gruppi. I nostri autori lo fanno ricorrendo alle teorie che studiano la diseguaglianza between groups e within groups, utilizzando un indice particolare, quello di Theil che, a differenza degli altri indici consolidati nello studio delle diseguaglianze (l’indice di Gini è il più famoso), ha la proprietà di essere scomponibile per sottogruppi. A Franzini e Raitano interessa quanto le differenze “interne” incidono sulla formazione della diseguaglianza generale. Si tratta di studiare quanto incidono il genere e le classi d’età, quanto contano i divari territoriali (un conto sono i dati per le regioni del Sud, altra cosa quelli per il Nord). Quanto pesano i premi salariali, e quanto la formazione e l’aggiornamento delle competenze.
A un problema complesso si risponde, insomma, con risposte complesse e politiche diversificate. Non essendo sufficienti gli interventi redistribuitivi (quelli fiscali per esempio), sarà necessario mettere in campo politiche “preventive”, come la limitazione delle rendite, il salario minimo, una più efficacie contrattazione collettiva, che contrasti la crescente povertà lavorativa e favorisca, magari, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. La diseguaglianza non è solo questione di redditi e di accesso all’istruzione. E anche la questione fiscale non si può continuare a vederla attraverso la lente del pregiudizio, come succede oggi con il muro alzato rispetto alla tassazione dei redditi dei ricchissimi, misura che viene distorta e “narrata” come se ci fosse un assalto dello Stato ai redditi del ceto medio, attraverso una fantomatica “patrimoniale” che colpirebbe tutti.
Le proposte di Franzini e Raitano sembrano a prima vista irrealizzabili e utopiche, perché gli avversari sono forti e rappresentano interessi sempre più robusti e concentrati. Non bisogna però trascurare un’opinione pubblica che, nonostante la propaganda dei luoghi comuni, continua a essere contraria alla diseguaglianza, e pensa che sarebbero necessarie politiche che possano cambiare gli equilibri. E non bisogna neppure trascurare la forza delle idee che – come diceva John Maynard Keynes nel 1936, concludendo la sua opera principale, la Teoria generale – alla fine sono più forti degli interessi.







