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Qualche domanda sul caso Sala-Abedini

4 Agosto 2025 Luca Baiada  5171

(Articolo pubblicato il 13 gennaio 2025)

Dicono che felicitarsi per la liberazione della connazionale Cecilia Sala sia d’obbligo, senza commenti. Dicono che sia un successo della presidenza del Consiglio e che sia un lieto fine per tutti. Dicono che non ci sia un collegamento col caso di Mohamad Abedini. Se ne dicono tante. Qui proviamo a porre qualche domanda, ma non del genere ricostruzioni alternative, indiscrezioni bene informate, rivelazioni. Solo così, qualche domanda. Insieme a qualche libera associazione di idee, di quelle che vengono nei momenti di riposo, dopo lo scampato pericolo per una giovane donna che era nei guai.

I connazionali sono tutti uguali? O alcuni giornalisti sono un po’ più uguali degli altri, insomma più dei connazionali qualsiasi? E se sono giornalisti di una testata ben allineata? Chissà perché, ci viene in mente che “Il Foglio” l’ha fondato Giuliano Ferrara, che si vantò di avere lavorato per la Cia; quello che, in pieno berlusconismo, ebbe per vie tutte sue un articolo di Antonio Tabucchi, destinato a “Le Monde”, e lo pubblicò in anticipo in Italia, tanto per ribadire i rapporti di forza. I connazionali, insistiamo, sono tutti uguali? Giulio Regeni, che non lavorava per una testata importante, faceva ricerche in Egitto per il suo lavoro. L’Egitto: un luogo, com’è noto, dove i diritti umani sono al sicuro, mica come in Iran. Lo catturano, si sa subito, ma gli sbirri egiziani si prendono tutto il tempo – giorni e giorni – per ucciderlo con tortura. Provate a condannarli, adesso, e poi a eseguire la condanna, provate. E viene in mente Mario Paciolla, morto in Colombia, perché gli piaceva giocare con le lenzuola, mettersele al collo. Voleva divertirsi, Paciolla, in Colombia.

I connazionali: anche i poliziotti, sono connazionali? O solo quelli comodi? Già, perché ci viene in mente Giuliana Sgrena, che in Italia è tornata, ed è bene. Ma il poliziotto che andò a prenderla, Nicola Calipari, si prese le pallottole destinate a lei, o a tutti e due. La Cassazione chiuse il caso: niente giurisdizione, sono “atti eseguiti iure imperii dagli individui-organi di un altro Stato nell’esercizio dei compiti e delle funzioni pubbliche”. Già, anche le pallottole fanno i compiti.

I connazionali, ancora, sono tutti uguali? Ilaria Salis che è andata a Budapest – a casa sua: è una connazionale europea, una continentale – a fare antifascismo, ha pagato col carcere e, se non fosse stata eletta a Strasburgo, sarebbe ancora in gabbia. E non è connazionale anche Maja T.? Il cognome non lo sappiamo, perché le tutele formali contano più di quelle sostanziali. È persona dal genere doppio o indeterminato. La Germania, con le stesse accuse di Salis, l’ha consegnata all’Ungheria, dove il suo modo di essere è già colpa. Maja T. è antifascista, e l’Europa o è antifascista o non è.

Il giornalismo è tutto uguale? Da quando è cominciato il caso Sala-Abedini, prima non si è sentito altro che richieste di tirar fuori la giovane giornalista dalla galera, a qualunque costo, e dopo felicitazioni, rallegramenti. Tutto talmente unanime da far pensare – non ci vogliamo credere – che davvero il giornalismo, quando scattano certi riflessi condizionati, sia proprio tutto uguale.

Poi ci sono i mercanti d’armi. Quelli, sono tutti uguali? In un vecchio film, di serie B ma gustoso, Finché c’è guerra c’è speranza, il trafficante (Alberto Sordi) risponde alla famiglia che gli rinfaccia il mestiere: “Le guerre le fanno anche le persone come voi, che vogliono, vogliono e non si accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano!”. Un armaiolo iraniano e svizzero – ma sarebbe tempo di ridimensionare le cittadinanze, visto che poi contano denaro e affari – ha fornito droni qua e là, nelle macellerie in corso, e adesso smetterà per darsi alle opere di bene. Chi è morto fulminato da quelle macchine di morte, non torna.

I presidenti statunitensi sono diversi? Del fatto che Abedini sia in una lista di ricercati, la presidenza uscente se ne lava le mani, quella entrante porge l’asciugamano. La rule of law può svaporare in un possibilismo senza limiti, in un’immaginazione al potere degna dei situazionisti, anzi delle avanguardie del Novecento. Sarà un caso, ma i nuovi potenti della tecnodestra hanno un timbro casual, teppista, anarcoide e parolibero, che ricorda qualche “gran serata futurista” di cent’anni fa. E quel Musk, perché fa pensare a certe opere di Fortunato Depero?

Le menti stanno diventando tutte uguali? I discorsi bassi sulla giornalista, con allineamenti da caserma, non promettono nulla di buono sulla libertà di giudizio. Per non parlare dell’estetizzazione della vicenda, con fotografie in cui Cecilia Sala sembra una bimba buona che implora un gelato, una figlia del bucato alla lavanda. Le facciamo sincere felicitazioni, ma sperando di non vedere in libreria Le mie prigioni d’Oriente; Silvio Pellico lavorava per altri editori e non era fotogenico. E qui, domanda prematura. Vedremo questa giornalista – dopo, a buon diritto, un pieno di affetti familiari – lanciata nei cieli della comunicazione o del successo, sul tappeto volante della fama? Non lo sappiamo. Se sarà, si tratterà di un tappeto persiano.

Basta domande, qualche certezza. La ragion di Stato fa la parte del leone, in questa storia di armi, diplomazia e servizi segreti, che come certe meduse ha sott’acqua i fili velenosi e sopra, invece, una cresta che prende il vento e luccica al sole. Ragion di Stato unita alla propaganda. Ma è prevedibile che siano pronte accuse di maldicenza, per chi non si accontenta delle versioni di comodo e si pone qualche interrogativo, sul senso vero di cosa è successo fra Teheran e Washington, via Roma, nell’interregno fra due presidenti degli Stati Uniti.

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TagsCecilia Sala Luca Baiada Mohamad Abedini

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