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Meloni, Giorgetti e il ceffone franco-tedesco

Il destra-centro per il momento tiene, ma con il ritorno dell’austerità europea l’Italia sarà costretta a nuovi tagli della spesa pubblica. La partita sul Patto di stabilità però non è ancora conclusa

8 Gennaio 2024 Paolo Barbieri  1267

Se lo dice Giorgia Meloni che “chiaramente non è il Patto che avrei voluto io”, sarà il caso di crederle. La presidente del Consiglio, d’altro canto, non poteva certamente ammettere una sconfitta per il suo governo, e si è detta comunque “soddisfatta” dell’accordo in sede europea sul nuovo Patto di stabilità. Stesso spartito suonato da Giancarlo Giorgetti in una impegnativa intervista con il “Sole 24 Ore”, in cui ha rivendicato di avere ottenuto che le spese militari “siano considerate un fattore rilevante nella definizione dell’aggiustamento” fiscale, cioè nel nuovo assalto dell’ottusa austerità europea, conseguente all’intesa franco-tedesca. Assalto che costringerà l’Italia, negli anni a venire, a nuove operazioni di taglio della spesa pubblica a danno dei soliti noti: scuola, sanità, trasporti, casa, servizi sociali, ambiente e difesa del territorio. Il ministro draghiano-leghista dell’Economia ha raccontato di “call a tre con l’Italia”, e dei suoi incontri a Parigi e Berlino, nel tentativo – comprensibile visto il ruolo che ricopre ma non del tutto persuasivo – di rappresentare una realtà nella quale il nostro Paese non sarebbe stato messo ai margini dall’asse franco-tedesco (ipotesi che peraltro “terzogiornale”, ricordando lo storico rapporto privilegiato fra Germania e Francia, aveva anticipato qui).

Lo stesso Giorgetti, però, qualche giorno prima, in un momento più caldo del dibattito politico, durante la sua ultima audizione alla Camera nel corso dei lavori sulla legge di Bilancio, aveva offerto una narrazione meno rosea degli ultimi sviluppi in sede europea. Aveva dovuto ammettere il “passo indietro” rappresentato dalle nuove regole europee perfino rispetto alle proposte originarie della Commissione Ue (delle quali pure avevamo parlato con qualche preoccupazione mesi fa, qui e qui). Proposte di per sé fondate su “un sistema già complicato”, e perciò foriere a suo giudizio di un “caos totale”, cui sono state da ultimo aggiunte “tantissime clausole” su richiesta di vari partner continentali.

Ora il governo pare fare buon viso a cattivo gioco. Tensioni interne e competizione elettorale non hanno tuttavia destabilizzato più di tanto la coalizione che sostiene l’avventura di Giorgia Meloni. Neppure gli scandali e scandaletti – fra quadri rubati e pistoleri di paese – sembrano per adesso in grado di intaccare la determinazione degli alleati Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Intanto, il molto discusso voto col quale la Camera ha bocciato la ratifica della riforma del Mes (Meccanismo europeo di stabilità, l’ex fondo salva-Stati) è apparso come una prima, timida ritorsione di una parte della maggioranza, soprattutto spinta dalla Lega, rispetto al ceffone arrivato dall’Europa.

Adesso, archiviato il cupo catastrofismo dei grandi quotidiani e delle opposizioni “liberali” – visto che il cielo non ci è caduto sopra la testa come temevano i Galli dei fumetti di Asterix, ovvero lo spread sui titoli di Stato non ha subito conseguenze dal “no” al discusso strumento finanziario –, l’attenzione va agli strumenti che invece entrano realmente in vigore. Fa testo qui la proiezione diffusa dall’Istituto Bruegel (Brussels European and Global Economic Laboratory), secondo cui l’Italia per rientrare nei parametri europei va incontro a “correzioni” – che un tempo avremmo chiamato stangate – per circa dodici miliardi l’anno. Per attenuare le preoccupazioni, in questo caso comuni fra Roma e Parigi, relative agli impegni elettorali previsti nel medio termine, l’intesa prevede una “flessibilità” contrattata, che diluisce nel tempo gli impegni cui l’Italia dovrà fare fronte. C’è chi dice che di fatto il governo di destra-centro si è accontentato di scaricare l’onere delle stangate più pesanti sui prossimi governi, che si insedieranno dal 2027 in poi (o anche prima, in caso di elezioni anticipate).

Per citare ancora il forzato ottimismo di Giorgetti, ci sono “criteri più morbidi” su alcune voci di investimento e soprattutto il fatto che “il periodo di aggiustamento sia allungato da quattro a sette anni in modo automatico in cambio degli impegni sul Pnrr”. Il ministro per ora nega che il nuovo Patto comporti, già dal 2024, una manovra-bis. Meno tranchant però è stata Meloni, quando ne ha parlato nella conferenza stampa del 4 gennaio. In ogni caso, per motivi facili da intuire, difficilmente prima delle elezioni europee – e di una valutazione sul reale andamento del Pil a metà annata – un intervento del genere potrà concretizzarsi.

Tornando al nuovo Patto, a prescindere dalla tempistica degli interventi che il rispetto dei dogmi dell’austerità europea imporrà, è opportuno provare a immaginare l’impatto che i piani di rientro, più o meno diluiti nel tempo, comporteranno per l’economia non solo nazionale ma europea. Viene in nostro soccorso il giudizio espresso dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) all’indomani dell’annuncio franco-tedesco: “Le regole fiscali proposte ‘autosaboteranno’ le economie dell’Unione europea e farebbero soffrire i lavoratori inutilmente”.

La partita però non è conclusa: il nuovo Patto dovrà essere oggetto del confronto anche col parlamento europeo. Come ha dichiarato Esther Lynch, segretaria generale della Ces, “la battaglia contro l’austerità è lontana dalla sua conclusione”. Ma in una Europa che oscilla ormai, nel suo pluralismo sempre più asfittico, fra le diverse sfumature di destra reazionaria e centro liberista più che liberale, è difficile immaginare che le prossime elezioni europee possano rappresentare una decisa inversione di tendenza. Ecco perché il risultato vantato da Giorgetti, quello di avere “ottenuto” (come se i governi europei che contano davvero vi si fossero opposti…) lo scorporo delle spese militari dai calcoli sul deficit e il debito pubblico, rischia di essere tutt’altro che un dettaglio provvisorio legato alla particolare congiuntura storica che stiamo vivendo; rischia cioè di rappresentare, insieme alla rottura dei rapporti con la Russia e all’usura progressiva di quelli con la Cina, elemento fondante di una nuova costituzione materiale dell’Europa. Segnata dalla totale mancanza di autonomia strategica e di capacità di iniziativa diplomatica già dimostrata in questi ultimi due anni drammatici. Alla quale non rimane che alimentare la spesa per le armi sperando di raccogliere le briciole del nuovo equilibrio (si fa per dire) globale, in cui alla guerra fredda si è ormai sostituita quella che papa Francesco, profeticamente, dieci anni fa definì la “guerra mondiale a pezzetti”.

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