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Conte apre al centro, per fare cosa?

I 5 Stelle impegnati nelle consultazioni di Nova 2026, in vista di un “programma progressista”

18 Maggio 2026 Paolo Barbieri  1059

I centristi? “Non siamo settari”: con queste parole Giuseppe Conte rivendica l’intenzione del Movimento 5 Stelle di giocare fino in fondo la partita della costruzione della coalizione “progressista”, senza delegare a nessuno la definizione del suo perimetro: nemmeno al Pd, che pure, stando ai sondaggi e ai risultati di tutte le consultazioni elettorali nazionali e regionali che si sono svolte nel corso di questa legislatura, rimane il primo partito della coalizione. Dato incontestabile per ora anche dai 5 Stelle, lontani nei numeri dagli exploit delle stagioni di Beppe Grillo e Luigi Di Maio; ma la strategia adottata dall’ex presidente del Consiglio appare politicamente più sottile rispetto al passato.

Con l’apertura alla palude centrista, sia pure condizionata (“c’è anche un problema di vedere che cosa si costruisce al centro, che consistenza avrà, di che affidabilità sono gli interlocutori”, mette le mani avanti il leader pentastellato), quello che contesta al Pd non è il primato ma la “centralità” nella coalizione. Il Movimento cerca di sfuggire alla trappola rappresentata da una sorta di riedizione della politica dei due forni, con Elly Schlein, che continua a rivendicare di essere “testardamente unitaria”, a dare le carte nel mezzo, approfittando delle distanze programmatiche e delle ruggini polemiche fra il partito di Conte e i vecchi ultrà renziani e draghiani. Uno scenario che, fra l’altro, toglierebbe alla segretaria democratica molte castagne dal fuoco relativamente alla identità programmatica del suo partito, attraversato da tensioni non troppo dissimili da quelle che fanno vibrare la potenziale coalizione di centrosinistra, progressista, o del “campo largo” che dir si voglia. 

L’obiettivo finale di Conte restano le primarie di coalizione, con la scommessa sul suo carisma personale di ex capo del governo come carta vincente nel confronto con Schlein. Ma il terreno di gioco scelto per preparare la contesa è quello programmatico: in questi giorni, si sono svolte le assemblee di Nova 2026, dalle quali il Movimento conta di tirare fuori i contenuti da sottoporre agli alleati, centristi compresi: “Per noi quel che conta – scandisce ai cronisti che lo interpellano in occasione dell’evento romano di Nova – sarà un programma chiaro, condiviso, che favorisca finalmente e tuteli la migliore qualità di vita degli italiani anziché dei poteri forti”. La linea dei 5 Stelle sulle questioni della guerra mondiale a pezzi, del genocidio in Palestina, del riarmo europeo e dei conseguenti rinnovati assalti a quel che resta dell’agonizzante welfare nazionale e continentale, rimane tutt’altro che facile da digerire per molti degli interlocutori che si autodefiniscono “riformisti” e “moderati”. Ma per il momento Conte sceglie un riferimento difficile da mettere in discussione nel centrosinistra: papa Leone XIV, che sul riarmo e sugli interessi di chi lucra sulle guerre ha assunto posizioni piuttosto chiare. 

Il percorso scelto per la definizione del programma, un centinaio di iniziative in tutta Italia a tema libero, coi partecipanti divisi in gruppi di lavoro tematici, per certi versi non troppo lontani dalla logica della Leopolda renziana, da un lato consente ai partecipanti di spingere liberamente per i contenuti che ritengono più significativi, dall’altro consente agli organizzatori locali e ai vertici del Movimento, coadiuvati da una società specializzata, di filtrare la congerie di proposte prodotta da Nova 2026. Prossime tappe: il 20 e 27 giugno un “confronto deliberativo online” con “trecento persone selezionate per rappresentare tutte le componenti della comunità del Movimento 5 Stelle (portavoce eletti, coordinatori, iscritti) ed esterni coinvolti”; i trecento, “a partire dai contributi raccolti nei cento eventi locali, elaboreranno le principali raccomandazioni da portare al tavolo della coalizione progressista per la costruzione del programma di governo”. Successivamente, fra settembre e ottobre, a Milano, i risultati di Nova saranno presentati in un evento pubblico e, contestualmente, “l’assemblea del Movimento 5 Stelle voterà per confermare i punti emersi dal processo partecipativo”. Ma qui c’è un punto interrogativo, perché Conte vorrebbe aprire la votazione agli esterni, cosa che richiederà una robusta dose di creatività, dato che lo statuto del movimento non prevede questa variante. 

L’apertura agli esterni, in ogni caso, fa parte della strategia attuale del Movimento: agli eventi Nova gli organizzatori locali avevano il preciso mandato dai vertici di coinvolgere singoli cittadini, sindacati, associazioni imprenditoriali e professionali, realtà civiche e del terzo settore. Impossibile verificare i dati diffusi dal Movimento 5 Stelle, secondo i quali, fra gli oltre sedicimila partecipanti alle assemblee, in alcune realtà gli esterni sarebbero stati addirittura in maggioranza. Di certo, guardando alla platea dell’evento romano, era impossibile non notare una qualche distanza antropologica dal Movimento delle origini, che era una sorta di crociata dei delusi e degli esclusi della politica, che avessero il cuore a destra, a sinistra o in nessun luogo.

Oggi l’atmosfera è più pacata, anche se Conte si dice convinto che il programma che verrà fuori da Nova sarà “progressista radicale”: nessuno pensa di rivoluzionare il sistema politico, e il clima emotivo è molto cambiato, meno rabbia, meno entusiasmo. Più che altro, si avverte quella brezza di leggera eccitazione di una comunità e di un ceto politico, che intravedono, dopo la clamorosa sconfitta delle destre di governo nel referendum costituzionale, la possibilità di una rivincita che, fino a pochi mesi fa, si poteva solo sognare. Resta da vedere se nel variegato mondo del “campo largo” non prevarranno le manovre di chi vorrebbe azzoppare la coalizione in vista di qualche nuovo pateracchio di unità nazionale (magari agganciando un pezzo della coalizione avversa che si immagina disposta a “tradire” Giorgia Meloni); e che, d’altro canto, non si brucino tutte le energie nella competizione interna alla coalizione, invece di dedicarsi alla priorità di una riconnessione con quella parte di elettorato che tende all’astensionismo ma è corsa alle urne in occasione del referendum sulla giustizia.

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