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Tra violenza e non violenza

L’ultimo film di Paul Thomas Anderson

21 Ottobre 2025 Katia Ippaso  1174

Con Una battaglia dopo l’altra, Paul Thomas Anderson ha sparato una delle sue più sofisticate cartucce. A cominciare dal titolo, che molti hanno interpretato come l’adeguato cappello di un film d’azione, e che invece cita una frase dell’attivista e filosofa afroamericana Angela Davis: “Non ci sarà mai una battaglia finale. Ci sarà sempre una battaglia dopo l’altra”. E se è vero che nei 162 minuti dell’ultima colossale opera di Anderson (autore di film di culto come Boogie Nights – L’altra Hollywood del 1997, Magnolia del 1999 e Il petroliere del 2007), gli inseguimenti non mancano, in nessun modo potremmo collocare Una battaglia dopo l’altra sotto la categoria “film d’azione”.

Anderson usa e capovolge diversi generi cinematografici: action movie, melodramma, satira, documentario (sì, proprio il documentario: alcune scene, tra le più belle, ci fanno visitare senza commento il sottosuolo in cui sono stati stipati gli ultimi della terra). Il punto di partenza è, ancora una volta, il romanzo di Thomas Pynchon Vizio di forma (a cui Anderson aveva dedicato il film omonimo del 2014), ma nella sceneggiatura molti passaggi saltano, oppure sono reinventati a favore di una narrazione filmica che si incolla ai personaggi obbligandoci a vivere, anche noi, le loro tempestose vite. Fin dalla prima sequenza, che vede la liberazione di un gruppo di immigrati dal centro di detenzione della California, a opera di Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor) e Pat Calhoun (Leonardo DiCaprio), rivoluzionari del nucleo armato French 75. Nei primi minuti del film facciamo subito conoscenza anche dell’antagonista, il capitano Steven J. Lockjaw, a cui Sean Penn ha donato una camminata rigida, un tic facciale e uno sguardo allucinato da manuale.

Non racconteremo la trama. Quello che qui interessa dire è che ci troviamo di fronte a un’opera-monstrum, di scrittura ferma e montaggio labirintico, che usa la cifra umoristica per raccontare, senza censure, il dilagare della violenza legalizzata. Il film è costato 130 milioni di dollari, venticinque dei quali sono andati a Leonardo DiCaprio: la sua presenza ha fatto da grimaldello per la Warner Bros, che solo così ha accettato di produrre quest’opera. Ma non lasciamoci scoraggiare dai numeri. Non è vero che solo le opere low budget possono essere dissacratorie, corrosive, indigeste e ferocemente critiche.  Benché, sulla carta, l’operazione potrebbe finire dritta nella categoria “americanata con grandi effetti speciali”, la sofisticatezza dei dialoghi e la complessità delle situazioni drammatiche terremotano, da dentro, la superficie delle cose.

Se, in Francia, l’autorevole quotidiano “Le Monde” ha dedicato al film pagine di acuta esegesi, in America One Battle after Another ha diviso la critica. I giornali conservatori l’hanno bollata come “opera che istiga il terrorismo”. E non c’è da stupirsi. Durante la visione del film, uno spettatore attento non fa che chiedersi: ma come diavolo gliel’hanno fatto fare, questo film, a Thomas Anderson? La Warner ha veramente capito il copione o si sono, anche loro, lasciati ingannare dalla patina del “film d’azione con star protagonista”? Perché ci sono dei momenti in cui il “reale”, e la morte, fanno irruzione senza grandi annunci, a passi felpati, come se non ci fosse separazione tra le strade in sommossa del mondo di fuori e le zone in rivolta “captate” da Anderson. C’è rabbia, e c’è violenza, e c’è un sentimento diffuso di giustizia sociale, che scorre sul letto carsico di questa crudelissima fiaba.

Anche i ruoli all’interno del sistema-famiglia vengono capovolti: la rivoluzionaria madre mostra scarso istinto materno, mentre il padre, per quanto squinternato (a causa delle droghe), è capace di crescere da solo una figlia (Chase Infiniti) e farà di tutto per proteggerla. Il vero psicopatico è l’ambiguo capitano Steven Lockjaw, dilaniato dai propri stessi impulsi, che ambisce solo a diventare un affiliato dei “Pionieri del Natale”, potente clan suprematista bianco di estrema destra che considera le altre razze “feccia dell’umanità”. Certe conversazioni tra gli igienizzati “Pionieri del Natale” sembrano la puntuale trascrizione dei discorsi e delle teatralizzazioni che hanno contraddistinto il funerale di Charlie Kirk, con tanto di gigantesca croce a rotelle portata sulle spalle dall’attivista fanatico Dan Beazley.

Anderson non risparmia neanche critiche ai “rivoluzionari”, spesso imbrigliati da questioni burocratiche, automatismi e slogan senza costrutto. Unica figura intoccabile quella del messicano Sergio Carlos, flemmatico e sapiente “maestro” di karate (e di vita), protettore degli immigrati clandestini (uno strepitoso Benicio del Toro): sarà lui a costruire quel ponte sotterraneo, non violento, che porterà DiCaprio a salvare la figlia minorenne dalla furia omicida di Lockjaw.

Ed ecco il punto: anche se non c’è una vera contrapposizione, e il tono di certo non è ideologico, tuttavia, alla fine del film, intuisci che l’unica via d’uscita sembra annidarsi proprio nella non violenza di Carlos “Sensei”, il maestro che tutti i giorni, segretamente, dà riparo a immigrati, poveri ed emarginati: tutti coloro che l’America suprematista di Trump considera reietti da imprigionare, espellere, cancellare dalla faccia della terra.

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