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“King Kong” Trump

Risveglio americano con il movimento No Kings

21 Ottobre 2025 Agostino Petrillo  569

Gli americani non vogliono un re. Non lo hanno voluto due secoli e mezzo fa, tantomeno lo vogliono ora. La risposta all’appello lanciato dai No Kings è stata oceanica. La cosa era cominciata un po’ in sordina, il 14 giugno scorso, quando si era tenuto il primo No Kings Day, per contrastare un evento organizzato dalla Casa Bianca. Era la ricorrenza del duecentocinquantesimo anniversario dell’esercito americano, celebrata con una parata militare, e quel giorno cadeva anche il compleanno di Trump. Il presidente aveva manovrato perché confluissero in una celebrazione unica, tanto che la sfilata è comunemente ricordata come la “parata militare di Trump”.

Sui cartelli di protesta esibiti nella mobilitazione popolare di giugno – organizzata dal movimento progressista Indivisible a cui ha aderito una coalizione di più di duecento gruppi politici – campeggiavano slogan molto significativi: vi si poteva leggere America was founded by immigrants, not billionaires (“l’America è stata fondata da immigrati, non da miliardari”). La protesta non toccava dunque unicamente le aspirazioni autocratiche di Trump, ma metteva l’accento sulla necessità di opporsi alle durissime politiche repressive contro l’immigrazione attivate mediante lo Ice, ossia lo U.S. Immigration and Custom Enforcement, servizio per l’immigrazione e le dogane degli Stati Uniti, forza speciale impiegata nella caccia al migrante illegale avviata negli ultimi mesi, i cui organici sono stati rimpolpati in fretta e furia con guardie carcerarie e personale di provenienza non chiara, pare anche con milizie paramilitari, una sorta di corpo separato cui è stata demandata la ricerca e la sbrigativa cattura di migranti non in regola.

D’altro canto, l’amministrazione trumpiana da tempo vagheggia l’attivazione di un ministero della Re-migrazione, inseguendo il sogno regressivo di un’America “depurata” e bianca; e Stephen Miller, membro dello staff di Trump, una sorta di ministro ombra di tutta l’operazione, l’ha cavalcata energicamente in cerca di protagonismo, parlando di “rispedire a casa almeno tremila migranti illegali al giorno”.

Ma non è solo la campagna anti-immigrati a essere nel mirino dei No Kings: di nuovo, nei giorni scorsi, sono echeggiati gli slogan no olygarchy no kings: in cui il termine oligarchia fa riferimento alla corte di miliardari – dai petrolieri agli armatori, dai banchieri alle big tech – che gravita intorno a Trump, e che dal comune padrino trae enormi benefici economici. Infine, make fascists afraid again, “facciamo di nuovo paura ai fascisti”, che riprende in caricatura l’acronimo Maga.

Pareva che l’America si fosse addormentata, si fosse quasi rassegnata all’idea che la democrazia potesse essere progressivamente svuotata dall’interno. Per fortuna, le piazze del No Kings Day hanno smentito questa impressione. Da New York a Madison County, dal cuore urbano a quello rurale, milioni di cittadini hanno detto “no” all’idea di un presidente-monarca, di un autocrate che pretende fedeltà incondizionata in luogo di consenso. Un momento catartico fondamentale – e speriamo fondativo – con la politica che torna corpo, rito, presenza, dopo mesi di rabbia virtuale e solitudine algoritmica. La protesta è contro la tentazione autoritaria che accompagna una democrazia logoratasi, contro la paura che diventa obbedienza. Il No Kings Day non è una giornata di rabbia ma sperabilmente di risveglio. Dopo mesi di apatia, l’America ha ricordato a se stessa che la libertà non è affatto una condizione acquisita ma un esercizio quotidiano, una “maratona”, come ha detto uno degli organizzatori. Mentre i No Kings riempiono piazze da costa a costa, l’amministrazione Trump agita gli spettri antifa e del ritorno del “marxismo culturale”, e il presidente fa dello spirito volgarissimo di bassa lega, mettendo in rete un video in cui da un aereo scarica letame sulle proteste. Ma le manifestazioni stanno rimobilitando fortemente la base democratica, e ne fanno emergere una composizione molto meno addomesticabile di quella immaginata dai vertici del partito.

Specialmente a Chicago, tra gli obiettivi principali dei No Kings c’è l’Ice, i corpi anti-immigrazione che hanno proceduto a una caccia all’uomo indiscriminata negli ultimi mesi, e che hanno anche incontrato reazioni non trascurabili, scontri violenti tra Ice manifestanti, per esempio, sono avvenuti nel ghetto black e latinx di South Central, facendo parlare Miller di una “insurrezione” in corso che giustificherebbe ulteriormente le politiche espulsive.

Anche a Los Angeles, già dal mese di giugno, si succedono incidenti di dimensioni rilevanti, una vera e propria battaglia tra forze armate e manifestanti protrattasi nel tempo, che ha assunto forme di micro-rivolta, innescate in maniera deliberata dal governo, con una serie di arresti effettuati arbitrariamente dall’Ice, a danno di presunti migranti irregolari. Arresti avvenuti con modalità molto violente, ricorrendo a retate sui posti di lavoro e ad agguati davanti alle scuole, durante i quali, in alcune occasioni, i genitori sono stati catturati mentre accompagnavano i figli. Le autorità locali, appartenenti al Partito democratico, hanno peraltro cercato di proteggere i cittadini da arresti indiscriminati che assumono a volte i tratti di veri e propri rapimenti, schierando addirittura forze di polizia locale per presidiare determinati ambiti scolastici e lavorativi. Se si considera che i migranti illegali, negli Stati Uniti, sono stimati in circa dodici milioni, e che una città come Los Angeles ha basato il suo rilancio economico, negli ultimi decenni, proprio sulla capacità di attrarre forza lavoro migrante straniera, legale e illegale, è facile intuire le dimensioni della posta in gioco.

Impressiona, sotto questo profilo, la capacità di mobilitazione del movimento No Kings, che è stato molto presente nella critica all’Ice e nell’organizzare momenti di resistenza, anche considerando che è tutto sommato grassroots, un movimento di base, radicato nei territori e senza finanziamenti diretti da parte dei democratici. Detto questo, le reazioni ufficiali di parte democratica sembrano ancora troppo deboli rispetto alla gravità di quanto accade, soprattutto all’interno del Paese C’è la speranza che questi sussulti si consolidino in una concreta massiccia ondata di risveglio civile trasversale, che porti alla messa in crisi degli equilibri attuali, e producano un rinnovamento nel Partito democratico.

Due settimane fa, durante la presentazione al Bookpride genovese del libro del filosofo politico americano Michael Hardt, I Settanta sovversivi (Derive e Approdi 2025), la discussione è caduta sulla situazione politica statunitense; a una mia domanda Hardt ha risposto che, a suo avviso, il fascismo non c’è ancora in America, che sopravvivono spazi di democrazia ed esistono controtendenze che non aspettano che di attivarsi. Questo pare effettivamente il senso delle manifestazioni dei giorni scorsi, anche se le contromisure non tarderanno ad arrivare. Secondo alcuni esponenti repubblicani, chi sfila per protestare contro l’autoritarismo, contro le politiche persecutorie e prevaricatrici di Trump e il bavaglio anticostituzionale all’informazione, sarebbe antiamericano e un pericoloso terrorista. Il maccartismo non è finito negli anni Cinquanta. Dagli eventi degli ultimi mesi si ricava, in ogni caso, la sensazione di un Pase sempre più diviso, attraversato da una escalation di violenza non solo comunicativa, con una rapida degenerazione della situazione che potrebbe anche sfuggire di mano, portando gli Stati Uniti sull’orlo di una guerra civile.

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