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Che cosa sono i clan a Gaza

In molti casi le milizie armate, spesso criminali, sono appoggiate da Israele in funzione anti-Hamas

21 Ottobre 2025 Eliana Riva  3118

L’esistenza e il ruolo dei gruppi e dei clan armati di Gaza sono tornati centrali nella cronaca del dopo 7 ottobre 2023. Il premier israeliano Netanyahu, nel giugno di quest’anno, ha ammesso ciò che da mesi diverse fonti stavano riportando: Israele ha cooptato e armato diversi gruppi palestinesi in funzione anti-Hamas. Quello diventato più celebre, per la sua natura criminale, è la milizia armata guidata da Yasser Abu Shabab, della tribù Tarabin, nota a Gaza per una lunga storia di collaborazionismo con le autorità israeliane. Alcuni membri della famiglia beduina Tarabin si erano rifugiati per anni in un campo di “protezione” costruito dai militari israeliani a Rafah. La piccola città, circondata da filo spinato, era nata proprio come rifugio per coloro che avevano ceduto alle promesse e ai compensi israeliani, accettando di operare per la destabilizzazione politica nella Striscia.

Le famiglie di Gaza abbastanza grandi da rappresentare dei clan tribali spesso non operano, tuttavia, come un corpo unico. Anche nel caso della tribù Tarabin, non tutti i membri hanno appoggiato e sostenuto le attività di Yasser Abu Shabab. Anzi, già anni prima del 7 ottobre, una parte consistente della famiglia aveva pubblicamente preso le distanze dalle attività criminali del loro parente. Abu Shabab si dedicava a furti e omicidi, ed è stato nelle prigioni di Hamas per diversi anni, accusato di traffico di stupefacenti. Sotto la sua guida, Israele ha armato un piccolo esercito di mercenari, per lo più criminali o disperati che avevano perso ogni cosa a causa della guerra, impegnati a saccheggiare i convogli delle Nazioni Unite per rivendere la merce al mercato nero. A queste milizie, autoproclamatesi “Forze popolari”, Israele ha consegnato un’area nei pressi di Rafah, da occupare e gestire militarmente, controllandone il territorio. Dopo la firma dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, alcune milizie sono state abbandonate da Tel Aviv, mentre ad altre è stata offerta protezione. Non si conoscono le sorti di Abu Shabab. Qualcuno pensa che si sia ritirato insieme all’esercito israeliano, e che viva protetto dai militari sotto la cosiddetta “linea gialla”. Qualcun altro dice che si trovi già al sicuro in Egitto.

Ma le “Forze popolari” non sono l’unico gruppo che Israele ha finanziato. Molti altri hanno collaborato con Tel Aviv, subendo l’ira di Hamas dopo il ritiro dei militari. Come il clan Doghmush, uno dei gruppi jihadisti-salafiti più antichi e potenti di Gaza. La famiglia Doghmush fondò, tra il 2005 e il 2006, il gruppo denominato Jaysh al-Islam (Esercito dell’Islam), guidato da Mumtaz Doghmush. Secondo diverse ricostruzioni, durante gli anni Novanta, Mumtaz faceva parte delle Preventive Security Organization – Pap (Organizzazione di sicurezza preventiva): un’agenzia di sicurezza interna dell’Autorità palestinese, nata con lo scopo di contrastare l’opposizione agli accordi di Oslo e, più in generale, il programma di pace tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e Israele. Il Pap lavorava a stretto contatto con la Cia e con Tel Aviv, per cui spesso eseguiva arresti, interrogatori e torture di palestinesi. Dopo le elezioni del 2006, le milizie Doghmush, guidate da Mumtaz, operavano autonomamente e, insieme alle Brigate al-Qassam (braccio armato di Hamas) e ai Comitati di resistenza popolare, presero parte al rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit. I militanti armati costruirono un tunnel che, nella zona di Rafah, collegava Gaza a Israele e lo percorsero per attaccare una postazione dell’esercito israeliano. Due militari vennero uccisi (e anche due combattenti palestinesi), e Shalit venne fatto prigioniero. Dopo cinque anni di lunghe trattative con Israele e la comunità internazionale, si raggiunse un accordo di scambio: per la liberazione del soldato, Tel Aviv rilasciò 1027 prigionieri palestinesi. Tra essi, Yahya Sinwar, che diventerà capo dell’ufficio politico di Hamas e uno degli ideatori dell’attacco del 7 ottobre 2023.

Ma i rapporti tra Hamas e la famiglia Doghmush si incrinarono presto. Nel 2007, l’Esercito dell’Islam rapì Alan Johnston, un giornalista della Bbc. L’azione non era coordinata con Hamas, la quale, come l’Autorità nazionale palestinese, mediò per la liberazione del reporter. In quel momento l’Esercito dell’Islam era diviso al suo interno: mentre una parte rivendicò l’azione, un’altra smentì di esserne responsabile. Il giornalista venne rilasciato dopo 114 giorni di prigionia. Il capo della redazione mediorientale della Bbc, Simon Wilson, ringraziò sia il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, sia Abu Mazen per il loro impegno. In un momento di grande instabilità a Gaza, l’Esercito dell’Islam (vicino ad al-Qaida), entrò in uno scontro ideologico ma soprattutto politico e di potere con il movimento che controllava la Striscia. Nel 2008, prima ancora che Gilad Shalit venisse rilasciato, sanguinosi scontri a fuoco avvennero a Sabra, quartiere di Gaza City roccaforte dei Doghmush, e, in un solo giorno, il potere del clan familiare venne ridimensionato. Almeno dodici persone, tra cui una bambina, persero la vita. In un comunicato Hamas dichiarò che l’azione militare aveva lo scopo di combattere “individui responsabili di causare il caos”.

Nel 2015 l’Esercito dell’Islam ha giurato fedeltà formale a Daesh, il cosiddetto Isis (ovvero l’organizzazione denominata Stato islamico). Così scriveva il gruppo nel suo comunicato stampa: “Noi, i soldati di Jaish al-Islam nella Striscia di Gaza e il nostro leader Mumtaz Doghmush, che Allah lo protegga, ci consideriamo parte integrante di Wilayat Sinai [Isis nella penisola del Sinai, ndr] (…), promettiamo fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi al-Qurayshi, il califfo di tutti i musulmani nella Casa dell’Islam e in ogni luogo in cui risiedono i musulmani”. Mentre il gruppo, o parte di esso, accusava Hamas di imprigionare i suoi membri e di fare gli “interessi degli ebrei”, il Cairo faceva pressioni sulla stessa Hamas perché si liberasse dei salafiti legati all’Isis, organizzazione che stava compiendo diversi attacchi in Egitto. Le relazioni tra Hamas e i gruppi salafiti-jihadisti di Gaza si erano già complicati dopo le elezioni del 2006, quando Hamas, salita al potere, fu accusata di non imporre una interpretazione salafita della Sharia.

Nonostante le divergenze, Hamas è riuscita, in tutti questi anni, a mantenere sotto controllo i clan di Gaza. La maggior parte di essi si è dedicata a furti e contrabbando, e buona parte della famiglia Doghmush ne ha preso le distanze. Diversi membri sono stati arrestati passando lungo tempo nelle prigioni della Striscia. Ma dopo il 7 ottobre 2023 le cose sono cambiate. Con il conseguente attacco israeliano, l’uccisione dei leader del movimento islamista che amministrava Gaza e l’occupazione da parte delle truppe di terra, i clan potevano tornare ad avere un ruolo, approfittando del vuoto di potere.

Tel Aviv ne è stata ben consapevole: così ha provato a sfruttare la situazione, prendendo contatti con i clan avversi a Hamas, armandoli e, insieme, creando dal nulla nuove milizie formate per lo più da mercenari. Israele ha scavato nella galassia salafita, promettendo di favorire questo e altri gruppi una volta che Hamas fosse stata sconfitta. I leader dell’esercito sono convinti che, se non si creano gruppi armati capaci di prendere il posto di Hamas, non sarà mai possibile assicurare un’alternativa governativa. Ovviamente, la stabilità non è l’obiettivo del governo Netanyahu (né di quelli precedenti). Poco importa se le bande rivali dovessero scatenare una guerra civile.

In ogni caso, nonostante le previsioni israeliane, dopo due anni di stragi, la distruzione quasi totale della Striscia, l’assedio e il blocco di cibo e medicine, non sono bastati a distruggere Hamas. Anzi, appena il cessate il fuoco ha avuto in inizio, il 10 ottobre scorso, il gruppo palestinese ha ripreso a gestire la sicurezza. Cosa che, in questo frangente, comprende arresti ed esecuzioni dei leader dei clan alleati con Israele. È quello che è accaduto ai Doghmush. Secondo le ricostruzioni, la polizia di Hamas è andata a cercare, per arrestarli, alcuni membri del clan. Quando uno di loro ha risposto sparando e uccidendo un poliziotto, è scattata la vendetta, con esecuzioni sommarie sulla pubblica piazza. Nelle operazioni, è rimasto ucciso anche Saleh al Jafarawi, un giornalista molto noto a Gaza e nel mondo, che stava seguendo gli scontri a Sabra. Era scampato agli attacchi di Israele, che hanno ammazzato più di duecento reporter, ma ha perso la vita dopo l’inizio del cessate il fuoco, mentre raccontava gli scontri tra Hamas e il clan Doghmush. Intanto Israele, come in passato, ha creato delle zone sicure in cui far prosperare una galassia di gruppi armati da utilizzare in funzione anti-Hamas. Il clan Doghmush non è tra questi.

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