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Non in nostro nome

Quando la scuola scende in piazza per la Palestina, è l’educazione che si fa coscienza

24 Settembre 2025 Stefania Tirini  1216

Pochi sono rimasti insensibili davanti alle notizie e alle immagini che in questi anni sono arrivate dalla Striscia e tutti hanno ben chiaro un principio: siamo affacciati sull’inferno, qualcosa bisogna dire, qualcosa bisogna fare, e sarebbe meglio la seconda. Chi insegna non può tacere di fronte alla distruzione deliberata di vite umane e alla cancellazione di un intero popolo. Gesti e parole hanno attraversato le piazze, lunedì 22 settembre, con la forza di un dovere etico: quello di non restare neutrali davanti all’ingiustizia. Perché, come scriveva Primo Levi, ogni tempo ha il suo fascismo, e alcuni segnali sono sempre gli stessi: l’indifferenza, la propaganda, il disprezzo per la vita.

In un’Italia dove il dissenso viene spesso ridicolizzato, quando non apertamente criminalizzato, la manifestazione che ha attraversato Firenze – così come altre città – ha assunto un significato che va ben oltre il semplice atto di protesta. La critica la esercita chi non ha potere verso chi ne ha, dal basso verso l’alto. La censura la esercita chi ha potere verso chi non ne ha, dall’alto verso il basso.

Tanti cortei, migliaia di partecipanti, e in prima fila una categoria che raramente occupa le prime pagine: gli insegnanti. Insegnanti con i loro studenti. Una cosa bellissima. Un esempio di rottura dell’indifferenza. Docenti delle scuole superiori, universitari, educatori. Uomini e donne che ogni giorno entrano in aula per formare coscienze e che, per un giorno, hanno scelto la strada per difendere la propria.

Accanto agli insegnanti, gli studenti. Una generazione spesso descritta come apatica o svogliata ha dimostrato una consapevolezza sorprendente. Insieme, giovani e adulti, hanno dato vita a un’alleanza trasversale, che abbraccia anche genitori, fratelli, sorelle: una comunità che si risveglia, finalmente.

Le bandiere palestinesi non erano un ornamento simbolico, ma il segno concreto di una solidarietà che si fa responsabilità. Gli slogan chiedevano il cessate il fuoco, ma anche molto di più: lo stop immediato all’invio di armi a Israele, il rispetto del diritto internazionale, il riconoscimento dei diritti fondamentali del popolo palestinese. Non si tratta di prendere posizione in un “conflitto tra pari” – come talvolta viene raccontato –, ma di denunciare un’occupazione, un assedio, un massacro.

In piazza si respirava un’urgenza matura, lucida, che non nasce da slogan prefabbricati, ma da una riflessione profonda. Sempre più docenti si chiedono: ha senso educare al pensiero critico in un mondo che tollera l’apartheid? A cosa serve la scuola, se non a decifrare la realtà? Come ricordava Paulo Freire, educare è un atto politico. E oggi tacere è diventare complici. Tutti dovremmo rendere conto di quello che sta succedendo a Gaza. C’è chi ha citato Hannah Arendt: “La forma più radicale di potere nasce dal consenso informato”. Ecco il senso più profondo di quella presenza in piazza: negare il proprio consenso alla violenza, rifiutarsi di essere complici.

L’Italia ha risposto. Lo ha fatto con dignità, con coraggio, con determinazione. E lo ha fatto attraverso la voce della scuola, che oggi non può più essere neutrale. È stata una giornata di grandi manifestazioni, in tutta Italia, e non diremo che le ragioni di chi è andato in piazza per chiedere la fine dell’orrore a Gaza siano state offuscate dal teppismo di una minoranza. Non lo diremo, e non perché questi atti siano tollerabili o giustificabili, non lo sono neanche un po’, semplicemente perché non possono e non devono togliere valore alla scelta pacifica di decine di migliaia di italiani di mobilitarsi con il desiderio di smuovere qualcosa.

Ora chi ha manifestato pacificamente per Gaza merita risposte. Se non quelle possibili, almeno quelle oneste. Nel frattempo, la Spagna ha approvato l’embargo totale delle armi a Israele. È un atto politico, ma anche simbolico. Significa scegliere da che parte stare. Riprendendo una docente, amica e collega: c’è chi ha Pedro Sánchez. E chi no.

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