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Home » Articoli » Guerra a Elly Schlein, ora c’è anche Salis

Guerra a Elly Schlein, ora c’è anche Salis

Contro la segretaria ancora i “riformisti”. Se Bonaccini rientra nei ranghi, la sindaca di Genova già coltiva ambizioni per il futuro

25 Settembre 2025 Vittorio Bonanni  1432

Non se ne può proprio più di questo Partito democratico sempre in fibrillazione, con la segretaria Elly Schlein continuamente sotto tiro, incapace di mettere la parola fine a uno snervante free speech magari anche con delle espulsioni, essendo stato superato ogni limite. Lo abbiamo scritto tante volte: Walter Veltroni, con la sciagurata fondazione del partito nel 2007, aveva posto le basi perché in questa organizzazione ci fosse tutto e il contrario di tutto, un peccato originale nient’affatto superato.

Per il momento, dopo avere riaperto le ostilità da tempo (vedi qui), i cosiddetti “riformisti”, vera piaga della sinistra italiana, e perfino spina nel fianco della stessa democrazia del Belpaese, si sono presi una pausa in vista delle prossime elezioni regionali in Valle d’Aosta, Marche, Calabria, Toscana, Campania, Veneto e Puglia. Ciò non ha impedito a Paolo Gentiloni di rompere il “cessate il fuoco”.  Per l’ex premier “le opposizioni hanno da fare moltissimi passi in avanti per guadagnare la credibilità e poter essere un’alternativa”: questo dice l’ex ambientalista, il quale, a onor del vero, ha già avuto occasione di mostrarsi all’opera come presidente del Consiglio, gestendo l’esistente senza cambiare nulla (e lo stesso si può dire dei suoi predecessori targati Nazareno).

A esprimersi anche Stefano Bonaccini (vedi qui), presidente del Pd e leader della componente “Energia popolare”, che però di correnti, malgrado tutto, non vuole sentir parlare, come ha avuto modo di affermare sia all’Eur, in occasione della festa dei giovani di Fratelli d’Italia – per intenderci, coloro colti in flagrante da “Fanpage” mentre pronunciavano frasi antisemite e razziste –, sia alla più civile kermesse dell’“Unità” di Bologna, ponendosi a netta distanza dai citati “riformisti”. Ora, però, come se non bastasse, di fronte a Schlein si è messa anche Silvia Salis, sindaca di Genova solo dal 26 maggio scorso, il che, a quanto sembra, non le impedisce di vedersi già a palazzo Chigi.

Ma puntualizziamo meglio gli eventi. In occasione della recente direzione nazionale, i “riformisti” hanno appunto deciso, come abbiamo detto, di deporre le armi per riprenderle, eventualmente, dopo i risultati delle amministrative. Il gruppetto è composto – tra gli altri – dall’europarlamentare Pina Picierno (amica, a proposito di espulsioni, dei coloni israeliani estremisti (vedi qui), da Lia Quartapelle, da Filippo Sensi, da Giorgio Gori, da Lorenzo Guerini, da Marianna Madia. Tutto questo piccolo mondo si è incontrato a Milano, presenti anche Gentiloni e l’ex presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Non è mancata un’altra delle quinte colonne di Israele nel Pd, Piero Fassino, che non si alzò in parlamento per rendere omaggio alle vittime di Gaza, e che chiede ora di esporre bandiere dello Stato ebraico ovunque. In realtà, nulla di nuovo sotto il sole, compresa la già annunciata ritirata di Bonaccini, accusato di “tradimento” dagli anti-Schlein, ma che, più civilmente, intenderebbe fare un’ortodossa battaglia di partito, evitando quella che ha definito “politica da salotto”.

Come abbiamo detto, in questa “guerra a bassa intensità”, non poteva non mancare una new entry di peso come Silvia Salis. La sindaca, com’è noto già campionessa del lancio del martello e in seguito vicepresidente del Coni, si è imposta non tanto per le sue capacità politiche ancora non sperimentate, quanto per le sue capacità dialettiche e discorsive, e soprattutto per avere curato la propria immagine, dote necessaria a una personalità sconosciuta ai più fino a poco tempo fa. Hanno stupito, malgrado sia stata eletta in quota Italia viva, la sua netta presa di posizione contro Israele e a favore della Palestina, gradita a un sempre più ampio mondo sensibile al problema, e, di contro, un’affermazione che ha richiamato le parole di Giorgia Meloni, ovvero “sono sposata, cristiana e madre”, che a sinistra invece non sarà piaciuta molto. Parole buone per ogni elettorato, che ben delineano le caratteristiche di un personaggio costruito per portare avanti un’operazione di marketing politico finalizzato, probabilmente, a bruciare le tappe e ad acquisire più consensi da utilizzare forse “fra cinque anni”, come lei stessa ha dichiarato in una recente intervista rilasciata a “Vanity Fair”, senza dunque nascondere troppo le proprie intenzioni per il futuro, del resto legittime ma quanto meno premature, a volere usare un eufemismo. Dunque una candidatura come futura leader del centrosinistra, sia come federatrice della coalizione sia come possibile premier. La politica personalizzata altro non è che questo: il primo o la prima arrivata, dopo solo pochi mesi di esperienza in questo caso comunale, già si vede al vertice del Paese. Pare che Salis sia gradita a Dario Franceschini, ovviamente a Matteo Renzi, da cui lei però vorrebbe smarcarsi; e se, dio non voglia, dovesse passare la legge sul premierato e si dovessero fare le primarie, c’è chi sostiene che lei non avrebbe avversari.

Questa nuova gatta da pelare ha costretto Schlein a chiamare la sindaca e a mettere i puntini sulle “i”, dicendole sostanzialmente di stare al suo posto. A parte la naturale solidarietà verso la segretaria, che invece di gavetta politica ne ha fatta eccome – e se vogliamo verso lo stesso Conte, uscito anche lui dal nulla, ma se non altro con un insegnamento universitario e un’esperienza da avvocato alle spalle –, il probabile successo di Salis sarebbe frutto di trent’anni e passa di sciagurata personalizzazione della politica, fatta di elezioni dirette di sindaci, di “governatori” e degli stessi premier, sia pure senza una legge ad hoc. Aggiungiamo che tutto questo è il risultato della distruzione della forma partito, trasformato in una specie di “casa delle libertà”. Anche la mancanza di un congresso che definisca una volta per tutte la linea, sostituito da ridicole primarie in cui ogni volta non si sa chi far votare, è un’altra malattia del secolo. Per questo, il primo che si alza la mattina, sia pure con storie diverse alle spalle, può sedersi su una poltrona istituzionale, dimostrando in questo modo che un effetto d’immagine (o il potere) può mettere in un angolo competenza ed esperienza.

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