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Home » Editoriale » Acqua: sprechi, ritardi e troppe politiche sbagliate

Acqua: sprechi, ritardi e troppe politiche sbagliate

23 Marzo 2023 Paolo Andruccioli  1014

La parola acqua è ormai sinonimo di crisi climatica e ambientale. Ed è anche la sintesi degli opposti: si va dalle inondazioni alla desertificazione in un batter di ciglia. Così, mentre in Italia si discute di pietre da fiume e di Mosè, a livello internazionale la questione è presa molto sul serio: proprio mentre scriviamo, a New York, sono in corso i lavori della Conferenza delle Nazioni Unite, che si concluderanno domani. Si affronta il tema delle risorse idriche e ci si prepara ad affrontare le sfide del cambiamento climatico. Come output principale ci si aspetta la pubblicazione della “Water Action Agenda”, un documento di impegni. La Conferenza in corso, infatti, segna un punto intermedio nell’attuazione del Decennio dell’acqua dell’Onu, lanciato nel 2018, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile e la gestione integrata delle risorse idriche.

Il problema dell’acqua è davvero una questione centrale, ed è causa ed effetto della crisi climatica e ambientale, come pure dell’aumento delle diseguaglianze mondiali (e forse di guerre future). Per il mondo occidentale si tratta principalmente di una questione economica, con le sue ricadute su tutti i settori della produzione, a partire da quello che una volta era definito “il primario”, ovvero l’agricoltura. Ma in tante parti del mondo la scarsità o la mancanza di acqua è diventata sinonimo di crisi, carestie e conflitti armati, come succede in alcuni Paesi africani. Dipende sempre dal punto di osservazione. Per noi occidentali il problema sono i raccolti, la produzione del vino e i danni e il terrore legati alle inondazioni. Per migliaia di africani, e per altri popoli, si tratta sempre più spesso di una questione di vita o di morte. Secondo stime autorevoli, nel 2050 più di cinque miliardi di persone non avranno un adeguato accesso all’acqua per almeno un mese all’anno.

Ma se vista in un’ottica globale la questione è drammatica, vista in un’ottica nazionale non è per niente rassicurante. Secondo l’ultimo Report Istat sull’acqua, nel 2021 sono adottate misure di razionamento in quindici comuni capoluogo di provincia o città metropolitane (erano undici nel 2020). Nel 2020, 6,7 milioni di residenti risultavano non allacciati alla rete fognaria pubblica, mentre quasi il 30% delle famiglie italiane, nel 2022, non si fidava di bere acqua dai rubinetti di casa. Infine, un’altra cifra: l’anno scorso sono stati 296 i comuni senza servizio pubblico di depurazione delle acque reflue urbane. Oltre alle statistiche dell’Istat, sono disponibili poi decine di dati e analisi. Ne citiamo, tra i tanti, uno che ci sembra emblematico: l’Italia trattiene solo l’11% dell’acqua piovana, mentre la Spagna e il Portogallo ne trattengono circa il 40%.

Nonostante la diagnosi sia chiara, il governo italiano risulta latitante e ripropone solo vecchie politiche. Secondo Simona Fabiani (Cgil), il governo in carica “non fa politiche di mitigazione, osteggia i provvedimenti europei volti ad accelerare la decarbonizzazione dell’economia, è in ritardo nella revisione del Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) e per il decreto attuativo sulle comunità energetiche. L’adattamento è solo un piano nazionale vuoto di misure concrete, senza risorse dedicate, con tempi lunghissimi di realizzazione e nessuna visione strategica”.  L’errore più grave del governo Meloni (ma anche di altri che lo hanno preceduto) riguarda dunque l’approccio di fondo. Si interviene solo nelle emergenze, non c’è nessuna visione strategica. E anche in presenza di risorse molto consistenti, come quelle in arrivo con il Pnrr, la logica della programmazione è sempre tradita.

Chi si intende di questi temi lo dice da anni. Il primo vero salto da fare per cominciare a impostare soluzioni possibili sarebbe proprio quello di superare la logica dell’ultimo minuto, dell’intervento a cose fatte. Per Corrado Oddi, rappresentante del Forum Movimenti per l’acqua, occorre ridurre l’enorme dispersione con investimenti del Pnrr e di privati. Ormai è un fatto assodato: la siccità in Italia è un fenomeno strutturale, con il quale dovremo convivere. Non è più possibile liquidarla come evento che capita una volta ogni tanto. Nonostante questo, il governo Meloni mette in campo la solita ricetta, basata su una logica emergenziale e sulle grandi opere. “Le ipotesi fatte dal governo – spiega Oddi in una intervista a “Collettiva.it” – sono campate in aria e prive di efficacia. Abbiamo sentito parlare di commissariamento e d’interventi tipo grandi invasi che hanno un impatto ambientale negativo e poi non risolvono il problema. Il vero grande nodo è quello della ristrutturazione delle reti idriche, perché disperdiamo più del 40% della risorsa”. 

L’occasione per invertire la rotta potrebbe essere il Pnrr, ma usiamo il condizionale non a caso. Sulla carta i progetti e le speranze sono tanti. Migliorare la qualità dell’acqua, realizzazione di 25mila chilometri di nuove reti per la distribuzione, completare le reti di fognatura. Sono solo alcune delle misure previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza che, con un investimento di oltre 4,3 miliardi di euro, contiene quattro misure di grande portata: nuove infrastrutture idriche primarie (per esempio nuovi invasi) su tutto il territorio nazionale; la riparazione, la digitalizzazione e il monitoraggio integrato delle reti idriche in modo da diminuire sostanzialmente le perdite di acqua; ci sono poi oltre ottocento milioni di euro per il potenziamento e l’ammodernamento del sistema irriguo nel settore agricolo e seicento milioni in investimenti per la depurazione delle acque reflue da riutilizzarsi in agricoltura e manifattura. Peccato che i giornali economici ci raccontino un’altra verità. Ci sono quasi otto miliardi destinati alla crisi idrica, ma sono bloccati dalla burocrazia. Dei quattro miliardi dedicati, ne sono stati impegnati solo trecento milioni, e degli 1,2 miliardi della programmazione europea 2014-2020 ne sono stati utilizzati solo 200 milioni. Una volta si sarebbe detto “piove sul bagnato”, oppure “piove, governo ladro”. Ma oggi sarebbero battute senza senso, perché manca il bene primario: la pioggia.

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