Il viaggio di papa Francesco a Cipro e in Grecia ha un significato evidente e diverse implicazioni che lo sono meno. Il significato evidente sta nel confronto con il patriarca cipriota che, dopo l’annuncio della decisione del papa di accogliere in Vaticano cinquanta migranti bloccati a Cipro, ha detto, con riferimento al trafugamento di beni archeologi da parte dei turchi: “In passato abbiamo avuto modo di esprimere la stessa richiesta a papa Benedetto, che, di fatto, ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare cinquecento frammenti della nostra cultura bizantina (trafugati dai turchi, ndr). Attendiamo con impazienza anche il suo aiuto, santità, per la protezione e il rispetto del nostro patrimonio culturale e per la supremazia dei valori incalcolabili della nostra cultura cristiana, che oggi vengono brutalmente violati dalla Turchia”.

Ma se le rivendicazioni perdono la capacità di comprensione delle altre rivendicazioni, nessuna di esse avrà più senso. Perciò Francesco, in questo momento di centralità delle più varie pretese, incapaci di riconoscere un valore primario a loro superiore (da quelle dei “no vax” a quelle di chi, pur affermando la decisiva funzione del vaccino, lo ha negato a coloro che non possono pagarlo, creando così le condizioni per la diffusione globale del virus mutato) è andato in Grecia – culla dell’Occidente, della polis e della democrazia – e a Cipro, punto di diffusione verso l’Oriente del cristianesimo, per dire che il metro che consente di dare un valore a ogni rivendicazione è quello dei profughi: negare il diritto all’asilo a chi fugge dall’Afghanistan dei talebani, dalle milizie di persecuzione confessionale che ancora tormentano yazidi, curdi, oltre a molti arabi e africani, può segnare il naufragio della nostra civiltà.

C’era una grande civiltà, quella levantina, che ha dato chiare testimonianze di sé fino agli anni Ottanta. Poi è entrata in crisi avvitandosi in una spirale autodistruttiva e distruttiva. Lo stesso è accaduto in Egitto, culla della civiltà da tempi lontanissimi, e più recentemente partner cosmopolita della civiltà levantina: anch’essa ha dato chiare testimonianze di sé fino agli Ottanta, per poi entrare in crisi. La speranza che né l’una né l’altra siano piombate in un coma irreversibile c’è, ma al momento il naufragio di quelle civiltà rimane.

E la nostra? Dov’è scritto che il naufragio non sia un destino che possa riguardare anche la nostra? Francesco ha invocato un impegno comune dal centro di ricevimento e identificazione di Lesbo, dove più di duemila persone, tra cui moltissimi bambini – quasi tutti afghani, quindi chiaramente titolari del diritto alla protezione umanitaria o all’asilo politico –, vengono trattenuti senza poter svolgere alcuna attività, con scarsissime strutture igieniche, con le gabbie per i minori non accompagnati, con i guardiani armati che perlustrano i container: tutti collocati a due passi dalla battigia così da esporre i migranti ai venti più freddi e alle mareggiate più forti. Un campo-esempio dei tanti campi disseminati in Europa, lontani dai centri abitati, dalle zone popolate in modo che non interferiscano con la vita, con la realtà; ci sono ma è come se non esistessero…

Qui Francesco ha detto un paio di cose decisive: “Sulle rive di questo mare Dio si è fatto uomo. La sua Parola è echeggiata, portando l’annuncio di Dio, che è ‘Padre e guida di tutti gli uomini’. Egli ci ama come figli e ci vuole fratelli. E invece si offende Dio, disprezzando l’uomo creato a sua immagine, lasciandolo in balia delle onde, nello sciabordio dell’indifferenza, talvolta giustificata persino in nome di presunti valori cristiani. La fede chiede invece compassione e misericordia – non dimentichiamo che è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. La fede esorta all’ospitalità, a quella filoxenia (amore per lo straniero) che ha permeato la cultura classica, trovando poi in Gesù la propria manifestazione definitiva, specialmente nella parabola del Buon Samaritano e nelle parole del capitolo 25 del Vangelo di Matteo. Non è ideologia religiosa, sono le radici cristiane concrete. Gesù afferma solennemente di essere lì, nel forestiero, nel rifugiato, in chi è nudo e affamato”.

Dunque il papa è andato a dire che lui vede dove siano affermate, o negate, le radici cristiane del vecchio continente: non nelle costituzioni cartacee, non nelle circolari sull’inclusività, ma dove ci sono le persone in carne e ossa, i loro diritti e i loro bisogni. È giunto a questo attraverso una difesa più ampia, che riguarda tutti i cittadini europei, affezionati – si deve presumere – alla loro civiltà: “Se vogliamo ripartire, guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: ‘Quale mondo volete darci?’. Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo ‘mare dei ricordi’ si trasformi nel ‘mare della dimenticanza’. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!”.

Il naufragio delle civiltà è il titolo dell’ultimo libro di Amin Maalouf, grande intellettuale libanese e accademico di Francia. Vi si sostengono tesi importanti, una in particolare. Lui, che è stato in un movimento marxista tra i diciotto e i diciannove anni, pone il problema di cosa sia accaduto al Levante e all’Europa, soprattutto orientale, con la fine del movimento operaio organizzato di matrice marxista. “Nel Levante, come nell’Europa orientale e in molte altre parti del mondo, i movimenti di ispirazione marxista hanno giocato questo ruolo: si trovavano lì uomini – e anche donne – di diverse confessioni e diverse origini, tutti sedotti da una dottrina che metteva l’accento sull’appartenenza di classe”. In questo modo, si potevano “trascendere le proprie strette appartenenze verso una più vasta identità, abbracciando i ‘proletari di tutti i paesi’, vale a dire tutta l’umanità”. Maalouf arriva a dire che i Paesi arabi sarebbero addirittura andati peggio se fossero diventati comunisti, ma aggiunge che è deplorevole “la scomparsa dell’unico spazio politico che ha permesso a ogni cittadino indipendentemente dalla sua origine etnica, religiosa o altro, di svolgere un ruolo di primo piano all’interno della sua nazione”.

I problemi non si copiano, ma si assomigliano. La civiltà levantina naturalmente è complessa, molto più della nostra. Ma se l’Europa perde la capacità di trascendere le appartenenze va incontro allo stesso rischio. Questo oggi lo afferma con chiarezza solo papa Francesco.