Il governo di Alberto Fernández e Cristina Kirchner ha pagato meno del previsto la crisi economica ereditata dal precedente esecutivo di Mauricio Macri, e accelerata dalla pandemia che ha risprofondato il Paese nell’inflazione. Tuttavia, la netta sconfitta elettorale subita nelle “supplettive” di domenica 14 novembre comporta ulteriori problemi, tanto immediati quanto estesi al biennio in cui verrà a conclusione il periodo presidenziale. Il già parziale controllo dell’attività legislativa resta oggi limitato alla sola Camera dei deputati, perduto quello già precario al Senato. Soprattutto per la decisa vittoria del fronte degli oppositori, formato da macristi e radicali di tendenze varie (Juntos x el Cambio); ma anche per la crescita, sia pur limitata, dell’estrema sinistra (Frente de Izquierda y Trabajadores) e dell’estrema destra ultraliberista Avanza Libertad, che entra per la prima volta in parlamento (“Viva Trump, viva Bolsonaro”, gridavano i suoi sostenitori; “Anime libere, cuor di leoni, hurrà ai vostri ruggiti”, ringraziava il leader Javier Milei, l’economista già in campagna per le presidenziali del 2023).

Il limite oggettivo dell’azione di governo peronista, nei due anni fin qui trascorsi, è facile da riscontrare nell’assenza di un piano economico capace di frenare l’inflazione e riattivare le attività produttive e l’occupazione. Il debito ereditato dalla gestione liberista del presidente Macri nel 2019 (oltre 320mila milioni di dollari, in termini di oneri reali, circa il doppio di quello a sua volta lasciato da Cristina a conclusione degli otto anni di mandato) ha impedito una spinta espansiva dell’economia, gravata poi ulteriormente dai costi enormi del Covid-19, che ha peraltro ridotto le attività produttive nel mondo intero, facendo crescere il debito in una misura senza precedenti. Con un’opposizione che, prima, ha negato la pericolosità del virus, poi boicottato le quarantene del governo in nome di malintese libertà individuali, infine respinto pregiudizialmente il vaccino russo Sputnik, perché considerato a torto nocivo. Contrasti che hanno favorito milioni di contagi, con il risultato a tutt’oggi di 118mila morti su una popolazione di circa quarantacinque milioni di abitanti.

L’esasperazione del confronto politico, sui media e nelle piazze, prima che in parlamento, ha indotto in questi due anni il governo sulla difensiva, riducendolo a un lavoro di contenimento quotidiano del disagio sociale. Il che gli ha impedito di dare contenuti coerenti, forma compiuta e tempi adeguati alle riforme necessarie alla riattivazione produttiva. Venendo così meno anche il quadro di riferimento di cui aveva bisogno il ministro dell’Economia, Martín Guzmán, per arrivare a un accordo utile sulla ristrutturazione a lungo termine del pesante debito con il Fondo monetario internazionale. Quindi alla riapertura dell’accesso al credito internazionale meno oneroso. Mentre si acuiva la polemica interna sull’atteggiamento da tenere verso l’opposizione, tra i favorevoli al dialogo con la parte meno intransigente, guidati da Alberto, e i radicali ispirati da Cristina, convinti della sua inutilità. Non cambia la sostanza del quadro politico: l’ancora più evidente frattura nell’opposizione macrista, che vede il moderato Horacio Larreta mettere da parte l’ex leader e presidente Mauricio Macri, screditato ma non del tutto rassegnato a restare fuori gioco.

Il peronismo radicale – nella sua roccaforte storica della conurbazione della capitale, Buenos Aires – è riuscito a mobilitare parte della sua base di riferimento, che due anni fa aveva disertato il voto. È con l’aumento dell’affluenza alle urne (24 milioni di votanti, pari al 71,7% degli aventi diritto) che ha potuto contenere la sconfitta, risultata comunque pesante sul piano nazionale: il 34% contro il 42,5% di macristi e radicali, il cui punto di forza rimane invece la capitale federale, che hanno però più o meno prevalso in quasi tutte le province economicamente più rilevanti. Se – come ci si augura – la pandemia continuerà a retrocedere anche oltre la fine della bella stagione, in marzo-aprile del prossimo anno, è opinione prevalente nei commenti degli osservatori, come nello stesso movimento peronista, che solo il massimo sforzo per recuperare il tempo perduto potrà ridare fiato al governo.

Tratto dal blog di Livio Zanotti