Tutto come da previsione, o quasi, al primo turno delle presidenziali cilene di ieri, quando gli elettori sono stati chiamati a esprimere il loro voto in quelle che sono state le elezioni più incerte dal ritorno della democrazia a oggi. Ampia l’offerta di partenza, rappresentata da ben sette candidati in ordine sparso, nessuno dei quali era dato alla vigilia al di sopra della soglia del 50%. E così è stato, alla fine di una giornata che ha visto circa sette milioni di cileni recarsi alle urne scegliendo di mandare al ballottaggio del 19 dicembre il candidato dell’estrema destra, José Antonio Kast, e Gabriel Boric, espressione della nuova sinistra metropolitana e studentesca, alleato con l’ortodosso Partito comunista.

Una débâcle per i partiti tradizionali che si sono alternati al potere dalla fine della dittatura in poi, esclusi per la prima volta dalla corsa presidenziale. L’indipendente Sebastián Sichel, candidato della destra di governo, è stato votato da poco più del 12% degli elettori. Un pessimo risultato che, a caldo, lo ha spinto a ritirarsi dalla vita politica.

Sul fronte del centrosinistra governativo – socialisti, democristiani e radicali –, sotto tono anche la performance di Yasna Provoste, unica donna, relegata al quinto posto in classifica. Superata non solo da Kast, Boric e Sichel, ma anche dall’unica sorpresa di ieri, quel Franco Parisi del Partido de la gente, che ha fatto campagna dagli Stati Uniti e non ha mai messo piede in Cile, e che ha portato a casa circa il 13% dei voti. Chiudono la baraja del ventaglio presidenziale, sul versante sinistro, il progressista Marco Enríquez-Ominami ed Eduardo Artés della sinistra radicale. Il loro risultato, messo insieme, è al di sotto dell’8%.

Ciò detto, il 28% circa ottenuto da Kast, e il poco meno del 26% di Boric, sono la foto di un Paese in cui una grossa fetta di elettori ha disertato le urne, mentre quella che ha votato dovrà decidere se tornare a votare per il male minore o astenersi. Facile prevedere, quindi, che nelle prossime settimane entrambi gli aspiranti alla Moneda, il palazzo presidenziale cileno, faranno a gara nello strizzare l’occhio a quell’elettorato, in parte moderato, che rischia di non sentirsi rappresentato dalla radicalizzazione politica in atto.

Un primo segnale è giunto da Boric, per il quale “per poter vincere al ballottaggio dobbiamo essere umili e ricettivi, mai arroganti e altezzosi”. Giocherà a suo favore il carattere inquietante del suo avversario, percepito come vicino alla dittatura di Pinochet, che in campagna si è speso contro l’immigrazione, contro l’aborto e contro il matrimonio egualitario. “Stabilità” è stata la parola che ha più usato, promettendo di far uscire il Cile dalla crisi determinata dalla rivolta sociale e dalla pandemia.

Favorevole alla deregolamentazione dei mercati e alla privatizzazione delle imprese, Kast è figlio di un militare che ha servito nell’esercito di Hitler, emigrato in Cile negli anni Cinquanta. Appartiene al mondo cattolico conservatore e per vent’anni ha militato nella Unión demócrata independiente. Candidato del Frente social cristiano, non gradisce di essere etichettato come uomo di estrema destra. Preferisce apparire come candidato del senso comune, anche se non nasconde la sua simpatia per Bolsonaro, per la spagnola Vox e per lo stesso Donald Trump, al cui slogan make America great again si è ispirato per il suo “osa fare del Cile un grande Paese”.

La sua vicinanza alla dittatura gli ha nuociuto, a tal punto che la democristiana Yasna Provoste, dopo il risultato, ha affermato che non si può permettere l’avanzata del fascismo che Kast rappresenta; mentre la presidente dello stesso partito di Provoste, Carmen Frei, ha confermato che “non appoggeremo la destra, ma nemmeno staccheremo un assegno in bianco”, alludendo a Boric e al suo Apruebo dignidad. Ogni decisione in merito sarà presa da una giunta nazionale straordinaria del partito.

Esplicito e senza condizioni l’appoggio che proviene dai socialisti per bocca del loro presidente Álvaro Elizalde, secondo il quale un governo di Kast sarebbe peggiore di quello in carica e “genererebbe un quadro di instabilità a causa di iniziative che vanno contro gli interessi della grande maggioranza” dei cileni, la cui qualità di vita sarebbe pregiudicata.

Appoggio anche dal Partido por la democracia, mentre Enríquez-Ominami ha invitato tutto lo schieramento democratico a trovare l’unità, e chiari messaggi di dialogo vengono lanciati nei confronti dell’incognita Parisi che, con la sua percentuale di voti, potrebbe essere determinante al ballottaggio, anche se il suo elettorato potrebbe preferire Kast.

Si sta riproponendo il confronto del 1988 tra dittatura e democrazia, tra nuova Costituzione e Costituzione del 1980, laddove Kast rappresenta la reazione del Cile che vuole tornare alla realtà precedente alla rivolta del 2019, rivendicando il proprio ruolo di difensore di una destra senza complessi. Ostile ai movimenti sociali, critico della conduzione della pandemia, si è dimostrato contrario alla nuova Costituzione che farebbe del Cile una nazione pluriculturale. Mano dura e ordine sono gli slogan, mentre propugna l’uso della violenza legittima e la continuazione della militarizzazione nel sud del Paese, dove si verificano scontri con gruppi armati e talvolta con le comunità indigene mapuche. Contro i migranti, circa un milione e mezzo nel Paese (in gran parte venezuelani), ha proposto di costruire una trincea al nord. Se vince, certo non favorirà il processo che porta alla nuova Costituzione.

Gli si oppone Gabriel Boric, appartenente a una generazione che ha fatto il proprio apprendistato nel contesto di quelle mobilitazioni studentesche, tra il 2011 e il 2015, che hanno consentito la nascita di nuove leadership dopo vent’anni in cui la politica era monopolio delle due grandi coalizioni della transizione. Una generazione che ha proposto i nuovi temi dell’ambiente, della transizione energetica, del femminismo, dell’identità di genere e della dissidenza sessuale. A volte pragmatico, Boric rappresenta il desiderio di cambiamento, soprattutto del mondo giovanile, della classe media esclusa e dell’ambiente universitario. Ha davanti il difficile compito di unire forze spesso disomogenee, e di interrompere la tradizione che vuole vincitore al ballottaggio chi aveva dominato al primo turno. Se ciò accadrà, Boric avrà contribuito a confermare il Cile come il Paese dove, a livello mondiale, una rivolta sociale è stata capace di produrre un movimento a tal punto ampio da avviare un cambiamento reale e una rifondazione della politica.

Nella foto José Antonio Kast e Gabriel Boric