Cominciamo con una citazione da Adorno: “I movimenti fascisti sono le piaghe di una democrazia non ancora pienamente all’altezza del proprio concetto”. Le contraddizioni della nostra società – sgominate o autoaffondate le sinistre – offrono mille interstizi adatti alle semplificazioni della destra radicale, quella che invoca ordine e pugno di ferro, ma anche si mescola al malessere sociale, come nel caso delle agitazioni “no vax” e “no pass”. Ci stiamo quasi abituando ai saluti romani e alle croci celtiche, ai cortei in onore dei fucilati di Dongo sul lago di Como, alle braccia tese nel saluto romano e alle facce cattive dei maschi di regime. Sono diventati ormai troppo frequenti i richiami pubblici ed espliciti all’immaginario fascista da parte dei gruppi di estrema destra, che tuttavia di per sé non rappresentano una minaccia in termini numerici o egemonici. Il problema è piuttosto il racconto pubblico intorno alla “nuova e buona” destra salvinian-meloniana, che sarà “nuova” per i suoi propagandisti e per chi deve commercializzarla, ma alla fine resta ferma al pensiero torvo di chi non ha alcuna intenzione di ripudiare le pratiche e l’ideologia del fascismo. 

Si dirà: il sottosegretario Durigon che inneggia a un Mussolini si è dovuto dimettere, questo non vi rassicura? Nient’affatto. È vero che un pezzo della società civile e politica si è rivoltata, ma ci è voluto troppo tempo perché il fascioleghista romano mollasse la presa. Troppe strizzate d’occhio. E mentre lui lascia, arriva il De Pasquale estimatore del fondatore di Ordine nuovo, Pino Rauti, a dirigere l’Archivio centrale dello Stato. Uno va e uno viene, perché non c’è un argine democratico consolidato. Come ci spiega Aldo Garzia qui, il dibattito pubblico è stato compresso e deviato da pessime logiche spartitorie che lasciano in eredità un pensiero debole e inutile: buono a legittimare la penna acida di Aldo Grasso che, in prima pagina sul “Corriere”, irride al “professore di lotta e di governo”, Tomaso Montanari, reo di avere chiesto una riflessione su una questione storica – le foibe – svilita dalle pratiche del maggioritario della cosiddetta seconda Repubblica. 

Il tema costituzionale del fascismo, dunque del divieto che esso abbia cittadinanza e diritti di pratica politica, è eluso costantemente in ossequio alle “superiori” necessità delle convergenze politiche, con una destra fascista o fascistoide che vuole riprendere un suo protagonismo. E questo non può essere tollerato. La Costituzione ha posto degli argini chiari e netti, perché le pulsioni populiste si sviluppano lungo traiettorie che possono portare le masse a farsi portatrici d’acqua per i gruppi di potere più reazionari: ce lo insegna la storia del Novecento. 

Il rinnovo del mandato presidenziale è imminente, ed è lì che si porrà il problema di non disperdere il significato della Costituzione antifascista: il prossimo capo dello Stato potrebbe non avere interesse a rappresentarla. E sarebbe davvero una sciagura per la nostra Repubblica.

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