Badolato marina, il luogo in cui risiediamo per le cosiddette vacanze, è un paese-pulviscolo, eccentrico, cresciuto come altri sulla strada statale, in cui il volto più umano degli abitati è quello delle case popolari, e quello più asfissiante e anacronistico è fatto invece di palazzi di cemento altissimi, del tutto simili a qualsiasi periferia cittadina da “mani sulla città”.

Anche stanotte, a Badolato, è arrivato il fumo dei roghi appiccati sulle colline della Calabria ionica. Il fumo, ormai lo sappiamo, non viene da solo, ma porta con sé la cenere che pian piano ricopre tutte le superfici e si incunea dappertutto. La cenere la ritroviamo in auto, sulla tavola, nel mare, e persino sul gelato artigianale prodotto nei bar della statale.

Dopo quindici giorni di incendi, la reazione dei nostri corpi alla presenza del fumo non è più la stessa: nessun allarme o insonnia, certo l’olfatto porta le sue informazioni al cervello, ma non accade più nulla, siamo assuefatti all’odore come al rischio costante sottotraccia. E il fumo e l’assuefazione appaiono come le metafore di una condizione collettiva meridionale.

Stamane alle 5 hanno evacuato il borgo di Isca, lambito dalle fiamme. E la stessa sorte ha avuto nei giorni precedenti Badolato superiore, scomparsa in fittissime nuvole di fumo e poi evacuata. Dal mare, assistiamo inermi a questo doloroso gioco delle parti fatto sulla pelle dei calabresi: Canadair ed elicotteri, e i volontari, spengono gli incendi che qualcun altro, la sera stessa, puntualmente appicca. Nella piazza Tropeano, di fronte alla chiesa, un murale ricorda Franco Nisticò – attivista ed ex sindaco deceduto nel 2009 in seguito a un arresto cardiaco durante una manifestazione, in prima linea nella lotta per l’adeguamento della statale 106 –, ma, inoltrandosi sulle colline sbancate del retro del paese, il paesaggio brullo e disordinato sembra dire che da soli non sarà facile venire a capo della situazione.

Va detto che la voce dei badolatesi si è fatta subito sentire con un sit-in e un corteo alla cui testa campeggiava lo striscione con la frase “Bruciateci tutti”; ovviamente la sera stessa i fuochi illuminavano i boschi della montagna, ma almeno la manifestazione ha ribadito che le prime vittime di questa emergenza restano i cittadini, letteralmente ostaggio della strategia incendiaria.

Parlo di strategia anche se, sulle ragioni dei roghi, non mancano gli interventi di protagonisti e osservatori capaci come Tonino Perna, Francesco Bevilacqua, Battista Sangineto, Vito Teti: e tuttavia anche questi commenti, trattando di problemi ormai annosi, fanno parte di un dibattito stanco, ripetitivo, pieno di frustrazione, perché privo di reali interlocutori. Se per esempio prendessimo articoli di dieci o vent’anni fa sull’argomento, li ritroveremmo attualissimi. Il fatto è che i problemi della Calabria si conoscono, le possibili soluzioni pure, ma non accade quasi mai nulla. Se dietro il fenomeno roghi c’è il mercato privato degli spegnimenti affidati ai Canadair, oppure la pressione per assumere i forestali, se si tratta di dolo volontario o involontario, di vendette o tattiche, la sostanza del discorso non cambia.

In genere il controllo del territorio si indebolisce nelle aree ad alta densità criminale, afflitte da disoccupazione endemica; alla base vi è una fortissima disomogeneità territoriale col resto del paese, in grado di pregiudicare il funzionamento delle istituzioni locali e nazionali, dunque di inibire i servizi essenziali. È questo il fumo vero che avvolge la Calabria e Badolato, come tutti i luoghi anche solo parzialmente esclusi dallo sviluppo peninsulare. È questa ripetitività ciclica inesorabile, insieme con l’assenza istituzionale, ad alimentare una sorta di nichilismo meridionale.

Dunque, il tema vero – penso mentre osservo le puntuali colonne di fumo nero innalzarsi verso il cielo – è fatto di parole altrettanto desuete come lavoro, continuità generazionale, arresto dell’emigrazione giovanile, piani contro lo spopolamento e il dissesto idrogeologico, lotta alla criminalità, garanzia di servizi di livello nazionale.

È chiaro che l’elenco appena prodotto non può che riguardare una politica e una cultura a carattere nazionale, che abbia una visione del paese nella sua interezza, anche perché se lasciamo il campo al razzismo antropologico non facciamo che il gioco leghista di fazioni impegnate a dividersi il bottino italiano.

Intendiamoci, con questo non voglio negare la parte di responsabilità locale, di cui il cittadino calabrese è investito, bensì sottolineare che l’autorealizzazione personale, o il capitale sociale, per potersi dispiegare liberamente, necessita di luoghi inclusivi, di istituzioni sane e imparziali, e ciò spesso avviene laddove i territori subiscono dei processi di “distruzione creatrice”, cosa che in Calabria, per una serie di ragioni, non è accaduto.

Insomma, in una realtà fatta di reti e conoscenza, di mobilità e competizione, l’omogeneità, la coesione territoriale, la produzione di ricchezza autonoma, devono essere tra gli obiettivi nazionali principali per attenuare distanze e differenze: solo così ci si affranca da alibi identitari ed esotismi meridionalistici, da pregiudizi settentrionali e leghismi. Solo in questa battaglia istituzionale, portando i venti milioni di italiani del sud a livello delle altre Italie, è possibile una politica nazionale di grande respiro nel consesso europeo e mondiale. L’abbandono di questo obiettivo storico sancisce non tanto la crisi della Calabria, ma della politica italiana dopo la caduta del Muro.

È dunque la politica nazionale a dovere, in ogni modo, far sì che le istituzioni diventino realmente garanti costituzionali, altrimenti delle istituzioni viene meno la grande forza configurante e denotante, base primaria per un autentico progresso fatto di diritti.

In questi termini, la Calabria è un punto nevralgico in cui si addensano tutti i problemi italiani, perché è nella parte più debole di un paese che i fenomeni negativi si fanno più evidenti. L’errore più grave sarebbe quello di far finta di credere che si tratti di una questione locale, quando non c’è nulla che sia solo locale in un mondo interdipendente come il nostro.