Per quanto riguarda noi, cittadini europei non coinvolti con la guerra ma soltanto testimoni dei fatti, la dura vicenda di chi tenta la fuga dall’Afghanistan tornato nelle mani dei talebani avrebbe dovuto ricordarci il nostro annoso disinteresse per i profughi afghani che sono stati rispediti dalle nostre cancellerie nel loro Paese, perché l’Afghanistan veniva definito “ormai sicuro”. Possibile? Per quanto riguarda i cittadini di tanti Paesi a maggioranza islamica non coinvolti con la guerra afghana, quanto accade in queste ore dovrebbe indicare loro il peso del silenzio su quanto, nel nome dell’islam, accade in Afghanistan. Possibile?

Sono due elementi citati in questi giorni e che dovremmo tenere insieme per evitare che ci guidino le emozioni, destinate a essere effimere. Cos’è infatti che ha spinto molti a definire Kabul la nuova Saigon? L’ultimo soldato americano morto in Afghanistan è lontano nella memoria di tutti, risale forse a un anno fa. Dov’è la similitudine?

Ma la diffusa insistenza sul paragone ha evidenziato un pericolo: affermare che Kabul è la nuova Saigon non comporta affermare che un popolo, quello afghano, ha sconfitto gli americani con la sua espressione resistenziale, i suoi Viet-cong, che sarebbero i talebani? È così? O piuttosto l’analogia starebbe nel fatto che le guerre americane sono sempre giuste e la democrazia può essere solo imposta dall’esercito Usa, a Saigon come a Kabul? Se non fosse così perché sarebbe una sconfitta il ritiro americano, anche per chi si definisce, magari, pacifista? L’idea di “guerra giusta” è molto profonda dentro ciascuno di noi, come l’idea di un guardiano del mondo capace di imporre il bene e impedire il male. Perché alla fin fine imporre il bene sarebbe facile, essendo lo stesso ovunque: se la penicillina è curativa in tutto il mondo delle stesse patologie, allora si potrà raggiungere ovunque anche la felicità nello stesso modo. Dunque la guerra giusta sarebbe garanzia del suo buon risultato. Ma non è così.

La guerra afghana è costata ai soli Stati Uniti più di due trilioni di dollari e l’Afghanistan resta uno dei Paesi più poveri del mondo. È un simile investimento, in spese militari e civili, che oggi ci parla del fallimento: dal punto di vista culturale e politico, prima ancora che militare. Questo fallimento deriva dall’incapacità di capire dove ci si trovi e come operare il cambiamento, anche perché una parte profonda di noi ci dice che lo sappiamo già: la democrazia è una, il benessere è uno, la felicità è una, dunque con due trilioni di dollari non si può sbagliare. E invece non è stato così. Perché l’Afghanistan è in Asia, non in Europa, è un Paese etnicamente complesso, diviso in tribù.

Partendo da qui si sarebbe potuto capire che la chiave di volta era il concerto asiatico delle grandi potenze regionali che, pur non volendo che l’Afghanistan si stabilizzasse come protettorato statunitense, certo non volevano trasformare l’Afghanistan in un bubbone ai propri confini. La promozione di un concerto asiatico avrebbe reso possibile un successo: il che avrebbe comportato però un ritiro, la rinuncia alla guerra giusta e all’imposizione dell’unico bene. Un risultato nella concertazione asiatica avrebbe richiesto, al tempo stesso, una concertazione afghana, cioè con quelle tribù che ne costituiscono la complessità etnica. Coinvolgere l’etnia prevalente, i pashtun, avrebbe significato coinvolgere i talebani, e quindi il Pakistan che li protegge come espressione di una lealtà clanica. Coinvolgere gli hazara avrebbe significato coinvolgere l’Iran che li sostiene nel nome di una lealtà confessionale sciita. Coinvolgere l’India avrebbe significato garantirle quel che oggi le sta più a cuore, la sconfitta dello Stato islamico del Khorasan, che non può allearsi con i talebani come fece al-Qaida. Lo Stato islamico del Khorasan – estensione afghana dello Stato islamico di Iraq e Siria – sogna un califfato universale, quindi detesta l’idea di un emirato afghano. Gli uomini di al-Qaida potevano accettare un emirato da usare come trampolino di lancio del loro terrorismo, lo Stato Islamico no. Lo Stato islamico del Khorasan vuole partire dall’Afghanistan per fare del Kashmir indiano non una questione indiana ma un incendio insurrezionale regionale.

Per questo una concertazione regionale avrebbe potuto avere successo, perché impedire un contagio insurrezionale nel Kashmir interessa anche alla Cina, che teme che le fiamme islamiste possano arrivare nel suo Xinjiang e quindi tra i suoi sventurati musulmani uiguri. Tutto questo avrebbe obbligato a includere le tribù del nord dell’Afghanistan, perché il concerto funziona se non ci sono esclusioni.

Ma la guerra dei buoni, la guerra per la democrazia, la guerra giusta non ha mai, per un lungo ventennio, parlato di tutto questo. Le armi avrebbero portato il bene e combattuto il male. Tutto sommato quando Lindon B. Johnson raddoppiò gli effettivi in Vietnam fece un discorso che oggi piacerebbe molto: “Lo facciamo per aumentare la fiducia del coraggioso popolo del Vietnam del sud, che ha coraggiosamente sopportato questa brutale battaglia per tanti anni con tante vittime…”

Dopo la presidenza di George W. Bush, che ha lanciato le guerre di Afghanistan e Iraq, le presidenze successive non hanno saputo elaborare una exit-strategy. Ma l’amministrazione Bush non aveva saputo costruire una enter-strategy. C’era qualcosa di sbagliato nell’idea di voler estirpare Saddam Hussein, Bin Laden, il mullah Omar? Le vittorie di Bush, sia in Afghanistan sia in Iraq, sono state tanto facili prima quanto catastrofiche dopo, proprio per l’assenza di un’idea di cosa fare. Era l’illusione che il bene è uno solo, la felicità una sola a guidare il presidente e suoi collaboratori neocons, padri dell’export della democrazia con le baionette? Credo di sì, come credo che Biden sia stato tradito dai generali, registi di un ritiro scriteriato, nel quale ci si affida a un esercito abbandonato dall’accordo con i talebani, ma che avrebbe dovuto resistere non si sa bene perché. Per una vocazione all’eroismo dei militari? È lo stesso che accadde al regime filosovietico quando fu a sua volta il momento del ritiro. Non ci fu accordo con i talebani, ma il regime cadde lo stesso, sebbene Mosca decantasse il ritorno dei cinema a Kabul.

La scelta politica di Biden non aveva e non ha alternative, salvo voler versare nelle tasche sbagliate altri due trilioni di dollari. La speranza è che si lavori per un governo di unità nazionale nel concerto asiatico, di cui gli afghani hanno urgentemente bisogno e di cui l’Occidente dovrebbe essere l’honest broker, se non per generosità almeno per l’importanza di una convergenza contro i disegni jihadisti. Il cuore della dottrina Biden dovrebbe essere questo.   

Articolo precedenteTassonomia verde, decarbonizzazione a rischio in Europa
Articolo successivoNel fumo della Calabria