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Le radici della violenza del conflitto israeliano-palestinese

Difficile dire per quale motivo Letta abbia voluto schierarsi in modo unilaterale a favore del governo di Netanyahu: a voler essere ottimisti si potrebbe...

Il Pd e il conflitto israelo-palestinese: l’errore di Letta

Gli atti simbolici sono rilevanti pure in politica. È destinata a lasciare il segno la foto di Enrico Letta raffigurato con tutti i rappresentanti del governo Draghi (meno ciò che resta di Liberi e uguali) su un palco nel quartiere ebraico di Roma. Non è in discussione il diritto di Israele né a esistere né a difendersi. Quanto piuttosto la collocazione e l’autonomia politica del Pd. Troppa fretta di schierarsi.

Se c’era infatti una positiva tradizione della sinistra italiana (fin dai tempi di Pci e Psi), era quella di far sentire la propria voce a Nord e a Sud del mondo, a Est e a Ovest. Ogni conflitto aveva (e ha) una sua specificità da approfondire. È inoltre finita da tempo la fase del mondo diviso in blocchi, o in “buoni” e “cattivi” per partito preso. I morti sono uguali da una parte e dall’altra, solo la quantità può fare la differenza. Il conflitto israelo-palestinese ha in più radici e attualità complesse nel puzzle già di per sé labirintico del Medio Oriente. Perché, allora, annullare da parte del Pd valutazioni e orientamenti in un calderone governativo? Quella immagine del palco di governo ha poi un senso, o brucia ancora di più, ora di fronte all’evolversi degli avvenimenti a Gaza dopo la decisione di Israele di intervento armato e di terra in quel territorio? Non serve certo a riflettere la foto di tutti abbracciati appassionatamente – da Matteo Salvini a Enrico Letta, da Antonio Tajani a Maria Elena Boschi, da Giovanni Toti a Virginia Raggi – con sottofondo di Hatikva, l’inno nazionale israeliano, di fronte a una grande bandiera israeliana.

Israele e Gaza, una narrazione coloniale

Si susseguono drammatiche le notizie, in queste ore, dalla Palestina occupata, dopo lo sgombero di alcune famiglie ad opera dei coloni a Sheikh Jarrah e l’irruzione manu militari nella moschea di al-Aqsa. Si possono seguire attraverso le corrispondenze che Michele Giorgio, storico inviato del manifesto, continua a mandare. Oppure sfogliando l’Avvenire. Ma in generale l’informazione ha dato il peggio di sé in questo frangente. Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina, lo ha denunciato con forza; così Vincenzo Vita, ancora sul manifesto, che nota come non solo i media classici ma anche l’universo deisocial si stia adeguando. Numerosi utenti di Facebook o di Instagram, infatti, hanno denunciato la cancellazione di contenuti e account riferiti alle violenze dei coloni e dell’esercito a Sheikh Jarrah, o alla pubblicazione di foto sull’uccisione del giovane Said.

In Italia il panorama è quello di una grigia subordinazione culturale e politica all’influenza dell’ambasciata israeliana, mentre finanche il Washington Post, avamposto del sionismo Usa, si interroga sull’eccessiva mano libera lasciata agli israeliani, in questi anni, da parte delle amministrazioni statunitensi, chiedendo se non sia giunto il tempo di un cambio di passo – lo ha segnalato, a Radio Rai3, lo storico inviato del Messaggero Eric Salerno. Siamo abbastanza abituati a questo andazzo, in effetti. Al racconto dei fatti si sostituisce in modo prepotente – con una evidente manipolazione della realtà – la narrazione coloniale.