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Gaza, il massacro continua

Israele ignora completamente i pronunciamenti della Corte internazionale di giustizia per il cessate il fuoco immediato, calpestando così il diritto internazionale e quello umanitario

28 Maggio 2024 Luciano Ardesi  905

A Gaza l’offensiva dell’esercito israeliano contro Rafah continua come se nulla fosse, malgrado la nuova ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 24 maggio, che impone a Israele di fermare immediatamente l’azione militare e di riaprire il valico. La Corte si è già pronunciata due volte (vedi qui) da quando il Sudafrica si è rivolto alla più alta istanza giudiziaria internazionale perché prevenga, attraverso misure urgenti, il rischio di un genocidio (vedi qui) contro la popolazione palestinese a Gaza, vittima della rappresaglia dell’esercito israeliano dopo l’attacco terroristico di Hamas contro civili israeliani il 7 ottobre. Tel Aviv respinge tale ordine perché “significherebbe che 132 ostaggi resterebbero a languire nei tunnel (…) e Hamas sarebbe lasciato libero di continuare i suoi attacchi contro il territorio israeliano e i civili israeliani”.

La Corte ha tenuto conto dei rapporti dell’Onu e delle Agenzie specializzate secondo cui, dal 7 maggio, inizio dell’offensiva su Rafah, ottocentomila palestinesi sono stati evacuati (dati Onu al 18 maggio), la metà di 1.2 milioni di persone sfollate a Rafah sono bambini, e non c’è alcun posto sicuro per loro (Unicef). Le persone che fuggono sono senza acqua potabile e servizi igienici. Secondo l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, “mancano le condizioni minime per fornire assistenza umanitaria di emergenza in modo sicuro e dignitoso”. Si sta avverando quello che, fin dal 3 maggio, denunciava l’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu “centinaia di migliaia di persone (…) a rischio imminente di morte”. Di fronte a questi dati, “la Corte constata che l’attuale situazione derivante dall’offensiva militare di Israele a Rafah comporta un ulteriore rischio di pregiudizio irreparabile”, e per questo ordina di “interrompere immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nel governatorato di Rafah, che potrebbe infliggere al gruppo palestinese a Gaza condizioni di vita che potrebbero causarne la distruzione fisica totale o parziale”. Ordina altresì a Tel Aviv di mantenere aperto il valico di Rafah per la fornitura, senza ostacoli, dell’assistenza umanitaria necessaria urgentemente. La Corte inoltre obbliga Israele a permettere l’accesso a Gaza a qualsiasi missione d’inchiesta incaricata dagli organi competenti delle Nazioni Unite di indagare sulle accuse di genocidio. Tel Aviv dovrà inoltre presentare un rapporto entro un mese sulle misure adottate per dare esecuzione all’ordinanza della Corte.

La cronaca degli ultimi giorni conferma che Israele non ha alcuna intenzione di rispettare gli ordini della Corte internazionale che, com’è noto, non dispone di alcuno strumento coercitivo per imporre le sue decisioni. Per Israele è la prassi, se pensiamo a tutte le sistematiche violazioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e degli altri organi dell’Onu che ha costantemente praticate dalla sua nascita, nel 1948. Il diritto internazionale, il diritto umanitario e i diritti umani sono sotto attacco in questo momento da parte di chi è solito sottrarsi alla giurisdizione universale. È bastato che il procuratore della Corte penale internazionale (che è cosa diversa dalla Corte internazionale di giustizia) proponesse l’arresto del capo del governo Netanyahu perché ci fosse una levata di scudi contro questa Corte.

Nella sua richiesta, il procuratore della Corte penale, l’inglese Karim Khan, in primo luogo, accusa di crimini di guerra e contro l’umanità tre leader di Hamas: il suo capo a Gaza, Yahya Sinwar, il suo capo militare, Mohammed Al-Masri, e il suo capo politico, Ismail Haniyeh, per i fatti compiuti in Israele e a Gaza a partire dal 7 ottobre, e fa appello alla liberazione degli ostaggi israeliani. In secondo luogo, accusa di crimini di guerra e contro l’umanità il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant a partire dall’8 ottobre a Gaza. Israele e i suoi alleati si sono ribellati all’idea che la Corte penale abbia messo sullo stesso piano le due situazioni. Una difesa ben fragile e infondata. I due fatti ovviamente sono stati esaminati separatamente dalla Corte; inoltre, il procuratore ha fatto appello a un gruppo di esperti in diritto internazionale (tutti rigorosamente di cultura giuridica occidentale) prima di emettere la sua richiesta; infine, non è la prima volta che la Corte penale esamina i crimini sia dalla parte israeliana sia da quella palestinese, e ciò su richiesta dell’Autorità nazionale palestinese.

Non a caso la Corte penale è da una quindicina d’anni sotto osservazione di Israele e dei suoi alleati, degli Stati Uniti in particolare, Paesi che peraltro non ne riconoscono la giurisdizione. Dall’inizio del 2009, l’Autorità palestinese ha chiesto di essere parte della Corte per poterla invitare a indagare sui crimini dell’esercito israeliano e dei gruppi armati palestinesi, tra cui Hamas. Dopo una lunga schermaglia procedurale, nel 2019, la Corte penale ha formalmente aperto un’inchiesta su questi crimini, dalla data del 13 giugno 2014, nella quale lo Stato di Palestina ha formalmente accettato la competenza della Corte. Intanto, sono passati cinque anni dall’apertura dell’inchiesta senza alcun pronunciamento, con ogni evidenza la Corte se la sta prendendo comoda. Per Gaza c’è stata un’accelerazione, anche perché molti avrebbero messo in dubbio la sua indipendenza e autorevolezza, nel caso in cui una situazione come quella di Gaza fosse stata trascurata. Vedremo ora i tempi perché la Corte si riunisca per esaminare la richiesta.

Mentre la situazione umanitaria a Gaza diventa, se possibile, ancora più drammatica, c’è da segnalare che la Commissione indipendente ha reso noto, il 22 maggio, le sue conclusioni sull’indagine relativa alla neutralità dell’Unrwa. La commissione non aveva il compito di pronunciarsi sulle accuse di connivenza tra l’Unrwa e Hamas, sostenute da Israele nel gennaio di quest’anno. Secondo Tel Aviv, dodici impiegati dell’Unrwa avrebbero partecipato all’attacco del 7 ottobre, e ciò ha portato diversi Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, a interrompere i finanziamenti all’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi. La Commissione raccomanda cinquanta misure per il miglior funzionamento dell’Agenzia, che considera in ogni caso indispensabile e insostituibile. Prima ancora di queste conclusioni, e in attesa dell’indagine in corso da parte dei servizi interni dell’Onu, alcuni Stati hanno ripreso i finanziamenti. Il ministro degli Esteri Tajani ha annunciato, il 25 maggio, la riattivazione dei finanziamenti italiani all’Unrwa, dopo l’incontro a Roma con Mohammed Mustafa, primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese.

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