La nuova premier, Fatima Ezzahra El Mansouri, prima volta per una donna in Marocco, ha presentato ieri al parlamento il suo programma di governo. Ha dovuto letteralmente volare per rispettare i termini della presentazione, dopo l’insediamento del nuovo governo, avendo avuto solo quattro giorni per preparare il programma su cui la Camera dei rappresentanti dovrà votare la fiducia. Com’era da attendersi, il programma cerca di affrontare le principali criticità, in un contesto sociale e politico assai fragile. Se la premier riposa su una nuova e solida maggioranza parlamentare, non può dimenticare che solo il 38,02% degli elettori ha votato alle legislative del 23 settembre (vedi qui), la percentuale più bassa degli ultimi vent’anni, che è anche lo specchio della condizione sociale del Paese fratturato dalle disuguaglianze, dall’affarismo e dalla corruzione.
La premier ha annunciato l’aumento progressivo delle pensioni minime, l’incremento dell’aiuto sociale alle famiglie povere, il contenimento dei prezzi dei generi di prima necessità, da ottenere anche mediante la riorganizzazione della distribuzione commerciale per ridurre il numero degli intermediari. Conta di trovare le risorse, portando la crescita del Pil al 5% dall’anno prossimo – è già al 4,9% – con un’inflazione al di sotto del 2%. Ha concesso nel suo discorso che il frutto della crescita finora non è stato equamente distribuito tra la popolazione e tra le diverse regioni del Paese. Quanto ai giovani, colpiti duramente dalla disoccupazione (compresi coloro che raggiungono buoni livelli di istruzione), ha promesso di rivedere il sistema dell’educazione e della formazione per orientarlo alle professioni.
Scontato il richiamo al dossier del Sahara Occidentale, all’impossibilità di rinunciare al piano di autonomia e alla sua approvazione da parte dell’Onu, che garantirebbe a Rabat la consacrazione dell’occupazione dell’ex colonia spagnola in cui il Fronte Polisario si batte per l’autodeterminazione. Tra dieci giorni, entro la fine di ottobre, il Consiglio di sicurezza dovrà nuovamente pronunciarsi sul problema irrisolto da ormai più di mezzo secolo. Ma sul piano governativo rimangono aperte le questioni più squisitamente politiche – come lo Stato di diritto, con le galere del re piene di giovani che si ribellano, e la corruzione diffusa – che allontanano la popolazione dalle istituzioni.
È un programma di governo in un certo senso scontato, non lontano dalle medesime preoccupazioni che attraversano Paesi ad altre latitudini, compreso il nostro. Quali elementi nuovi ha questo governo per riuscire dove il precedente ha fallito? Per la verità, non molti. Certo, Fatima El Mansouri è la prima donna alla testa di un governo in Marocco, non però la prima donna maghrebina, essendo stata preceduta dalla tunisina Najla Bouden (ottobre 1921-agosto 2023). La scelta del re Mohammed VI, obbligato comunque a pescare la guida del governo all’interno del Pam (Partito dell’autenticità e della modernità), la formazione con la maggioranza relativa in parlamento, rivela la volontà di dare un tocco di modernità, scegliendo comunque una donna molto ben inserita nel sistema. Già sindaca di Marrakech, nel precedente governo era ministra della Pianificazione nazionale, dell’urbanistica, dell’edilizia e delle politiche urbane; occupava un dicastero non proprio di secondo rango, considerando la gentrificazione che sta sconvolgendo le principali città del Marocco, sulla spinta del turismo di massa e della Coppa d’Africa di calcio disputata all’inizio di quest’anno, e soprattutto dei mondiali all’orizzonte del 2030. La sua nomina, se conferma la progressione della presenza femminile nelle istituzioni e nelle aziende, rischia tuttavia di occultare le disuguaglianze, gli ostacoli e le violenze che la donna marocchina, quella che non appartiene alla ristretta classe dirigente, continua a subire.
Lo stesso governo della premier, inoltre, non offre moltissime novità: il 40% dei posti ritrova lo stesso titolare. In particolare, non cambiano i cosiddetti ministeri “di sovranità” (Interno, Difesa, Affari esteri e Affari religiosi), la cui individuazione è per tradizione intoccabile riserva del re. Il vero pilastro del governo appare Fouzi Lakajaâ, il nuovo ministro dell’Economia e delle Finanze, già responsabile del Bilancio nel precedente governo – e soprattutto alla testa della federazione calcistica, che ha portato il Marocco ai vertici internazionali (spetterà a lui l’organizzazione dei mondiali 2030). In vista del voto, era entrato molto opportunamente nell’ufficio politico del Pam tra le cui file è stato eletto. A lui spetterà trovare le risorse per completare le infrastrutture per i mondiali di calcio e per la sua opera più faraonica, lo stadio Hassan II, in via di completamento, con l’ambizione di diventare, con i suoi 115.000 posti, lo stadio più capiente al mondo. Finora le spese per costruirlo sono lievitate di 2,7 volte, e non siamo ancora al saldo finale. Si ricorderà che i giovani erano scesi in piazza, alla fine dello scorso anno (vedi qui), proprio sulla questione delle enormi spese per gli stadi e delle carenze nelle infrastrutture sociali e in quelle della sanità: una rivolta poi pesantemente soffocata, senza che, da allora, si sia data una risposta, come dimostra anche l’altissima astensione dal voto.
In questo quadro, è difficile giudicare per ora l’altra novità del governo. Nel corso dei negoziati per formare una maggioranza governativa, il Pam ha preteso l’esclusione del partito Rni (Raggruppamento nazionale degli indipendenti), con alla testa Aziz Akhannouch – l’uomo più ricco del Marocco, dopo il “re dei poveri” Mohammed VI – che aveva guidato il precedente governo. Il Pam ha mantenuto l’alleanza con l’Istiqlal (“Indipendenza”), il più antico partito marocchino, di centrodestra, arrivato in terza posizione; ma per raggiungere la maggioranza si è alleato con due partiti di sinistra moderata: l’Usfp (Unione socialista delle forze popolari) e il Pps (Partito del progresso e del socialismo), ormai lontanissimo erede del Partito comunista marocchino. Nella tradizionale e consumata politica della monarchia, spetterà a loro fare da ammortizzatori, con un prezzo verosimilmente da pagare nelle successive elezioni. Del resto, secondo l’originale struttura del potere del Marocco – una monarchia costituzionale che dà i pieni poteri al re –, è tutto il governo a fare da scudo al re. In caso di insuccesso, la responsabilità sarà invece della premier. I giovani, però, hanno capito da un pezzo la finzione, e, avvicinandosi con le loro proteste sempre più alla figura “sacra” del re, subiscono la repressione più forte. La vera sfida sarà per quanto tempo ancora reggerà la favola del “re dei poveri”.








