“Senza patria” è il racconto della vita di due fratelli, figli di Adelchi, ex marinero “declassato” a operaio del cantiere navale. Francesco, il più grande, e Luigi. Una storia ambientata all’inizio del secolo scorso, vicende umane che ruotano intorno ai cantieri navali di Monfalcone, e che ci portano, attraverso varie vicissitudini, fino alla Russia sovietica e poi alla Jugoslavia di Tito, passando per l’incubo delle due guerre e della dittatura fascista. Sia il padre Adelchi sia i figli Francesco e Luigi, nel romanzo di Gabriele Polo, condividono lo stesso destino: vivono la condizione operaia cercando nell’impegno sindacale e politico la via dell’emancipazione. Tre storie simili e diverse al tempo stesso, tre racconti esistenziali di scelte obbligate dalle circostanze della vita. Scelte politiche differenti, ma accomunate dallo stesso filo: il sogno del cambiamento.
“Senza patria” è qualcosa di più di un semplice racconto. Vi si parla del destino che incombe sugli uomini, della imprevedibilità della vita e degli spazi di libertà che a ognuno di noi sono concessi. A partire dalle scelte di Adelchi, costretto a entrare in fabbrica dopo avere perso la sua imbarcazione da marinero (i marineri erano una dozzina di famiglie, con venti barche che caricavano sabbia e ghiaia alla foce dell’Isonzo per portare il materiale a Trieste; nel loro paese di boscaioli, mezzadri e braccianti poveri, erano un mondo a parte). Il crollo sociale di Adelchi avviene tutto in un giorno, quando al ritorno da uno dei suoi viaggi per trasportare materiali per l’edilizia, la sua barca, la Stella Maris, viene investita da una bufera e scaraventata sugli scogli. Adelchi non è riuscito a governarla, e in quell’episodio Polo insinua nel lettore un dubbio che rimane irrisolto, raccontando della scelta di Adelchi di virare verso la costa sfidando i venti. L’epilogo è lo schianto sulle rocce, e non possiamo sapere se la Stella Maris si sarebbe potuta salvare nel caso Adelchi avesse scelto di favorire il vento, seguendolo e allontanandosi dal porto per poi poter rientrare in sicurezza, a bufera finita. Sappiamo solo che, da quel giorno, Adelchi non sarà più un marinero ma un operaio.
Stessa sorte quella del figlio maggiore, Francesco, che abbandona l’idea di avere una barca come il padre per entrare a lavorare nel luogo dove le barche, anzi le grandi navi, si costruiscono. Le prime pagine del romanzo sono dedicate al varo del gigante di ferro, la Kaiser Franz Josef I°, orgoglio della marina austro-ungarica, il più grande piroscafo dell’impero asburgico all’inizio del Novecento. Per la fabbrica italiana (nata solo tre anni prima) che lo aveva costruito, il secondo record. Il primo era stato quello dei caduti sul lavoro. Si chiamava Cantiere navale triestino, stabilimento di Monfalcone, ma, per gli operai, “il cantiere della morte”.
Il destino di Francesco è quello di diventare uno dei “muli” alle dipendenze dei fratelli Cosulich, i padroni del Cantiere. Ma il figlio di Adelchi, dopo avere subìto la sorte di diventare operaio, cerca di reagire imparando il mestiere per costruirsi una professione. E qui la prima scoperta. In fabbrica non ci si salva da soli. Si cresce e si lotta con i compagni. “Prima della fabbrica – leggiamo –, nella lingua quotidiana di Francesco la parola compagno esprimeva un’indifferenza più che un’uguaglianza. ‘Per domani ti preparo patate e baccalà?’. Compagno (era la risposta) cioè ‘è uguale’. Poi in cantiere Francesco scopre che il termine ha anche un altro senso, più largo e profondo, che compagno è il modo in cui ci si chiama tra socialisti e anarchici. Anche se tanto uguali tra loro non sono”.
Il conflitto tra quello che si riesce a costruire come persone e gli eventi della grande Storia è permanente. La vita è sempre imprevedibile, e le cose possono cambiare da un giorno all’altro. Come quando la Prima guerra mondiale porta Francesco nelle trincee e a cercare di salvarsi dalle bordate del nemico con il suo nuovo amico slavo, Boris, figura solo apparentemente secondaria nel romanzo. Dalle trincee ai soviet, perché Francesco, trascinato come prigioniero nella Russia che intanto ha fatto la rivoluzione, ha modo di vivere da vicino quel grande momento. “A Mosca – racconterà Francesco alla famiglia al suo ritorno in patria – son stado ben. Come in una nuova casa. Lavoravo. Discutevo. I compagni mi aiutavano a capire il socialismo. La fabbrica la gestivamo noi operai attraverso il soviet, che poi riferiva ai commissari del popolo e loro programmavano la produzione”.
Però anche quel sogno svanisce. E da lontano, dal cantiere navale di Monfalcone, Francesco può vedere l’involuzione della rivoluzione e la fine dei soviet. E poi, con i sogni che svaniscono a Est, in Occidente e in Italia si comincia a manifestare minaccioso l’incubo del fascismo. I fascisti uccidono gli operai e assaltano le Camere del lavoro. E mentre Francesco cerca di resistere in fabbrica, il fratello più giovane, Luigi, fa i conti con il destino a suo modo. Assunto anche lui dai Cantieri, deve accettare i lavori più umili e pesanti, essendo sprovvisto di una “professionalità” forte. Ma ha un grande talento come calciatore, e questo gli permette una certa emancipazione, pagata però a caro prezzo. Per un periodo si converte al fascismo, si fa ben volere dai gerarchi per poter stare sui campi di calcio. Una scelta (libera?) che lo mette contro il fratello. La famiglia, per la prima volta, si spacca.
Luigi però alla fine capisce. Da calciatore fascistoide diviene antifascista convinto, cercando nel comunismo jugoslavo di Tito un’alternativa politica non solo alla dittatura di Mussolini, ma, successivamente, anche al comunismo staliniano, che finisce con lo scomunicare il titoismo e isolare la Jugoslavia, dove Luigi nel frattempo si rifugia, ancora una volta contro il parere di Francesco: “Dovemo star qua, Luigi. Batterci qui, come abbiamo fatto sotto il fascismo. Andar di là è una fuga, una pericolosa illusione”. Luigi non è d’accordo, ma si deve ricredere. Anche in Jugoslavia è cambiata l’aria.
Per Luigi la vita diviene impossibile, così è costretto a tornare in Italia. Ha vissuto sulla pelle la frattura politica nel mondo del comunismo internazionale, e ha potuto percepire da vicino l’altro grande fenomeno storico della “guerra” tra italiani e slavi, altro filo che ritorna costantemente nel romanzo di Polo, in cui le vicende personali sono narrate anche dal punto di vista di un’identità collettiva incerta, carica di quella tensione che portò alle foibe. Bella la pagina del dialogo tra Francesco e la madre, Maria Luigia. “Mamma, qual è il nostro Paese? Questo, dove siamo nati e viviamo… Ma no, intendo … Siamo italiani? Austriaci? Mezzi slavi? O cosa? … Ah, in quel senso… Mah! Robe de siori. Per chi ga tanti schei e pochi pensieri”.
Epilogo. Dopo vent’anni di separazione, i due fratelli, Francesco e Luigi (personaggi di fantasia ma portatori di storie vere), si ritrovano uno di fronte all’altro al tavolo della vecchia casa di Adelchi e Maria Luigia. Francesco ha creduto nel comunismo sovietico e nella possibilità dell’emancipazione operaia attraverso il sindacato. Luigi ha creduto nel comunismo di Tito e poi nella “primavera” cecoslovacca di Dubček. Ma, come Tito era stato scomunicato da Stalin, così la Cecoslovacchia di Dubček è invasa dai carri armati sovietici. Vite di illusioni naufragate come la Stella Maris? “Non ci è andata bene Francesco – dice Luigi al fratello maggiore –, comunque la si guardi, gavemo perso”.
E tocca all’autore del romanzo che ha saputo mescolare memorie personali e ricerca storica, passare la risposta a Francesco, una risposta in cui si intravede la comprensione profonda di quelle storie, di quelle identità ribelli, alla ricerca di una salvezza terrena per ora cancellata. Abbiamo perso? “Per adesso. Dopo… vedremo”.
(Il libro sarà presentato a Roma il 22 settembre, alle ore 19, presso la libreria Giufà, via degli Aurunci 38).







