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Home » Articoli » Quei migranti che è impossibile fermare

Quei migranti che è impossibile fermare

Mentre si attende un sistema comune europeo per i rimpatri, un recente studio mostra come la causa primaria dell’immigrazione sia data dal fabbisogno di manodopera da parte dei Paesi europei

24 Marzo 2025 Guido Ruotolo  1271

Se tutto filerà liscio, la trovata pubblicitaria cinica e crudele del governo Meloni, i due centri detentivi per immigrati irregolari in Albania, comincerà a funzionare non prima del 1° luglio del 2027, un anno dopo l’entrata in vigore del Patto sulla migrazione e asilo che il parlamento e il Consiglio europeo dovranno approvare, con una maggioranza qualificata, di almeno quindici dei ventisette Paesi dell’Unione. E se funzioneranno i due centri diventeranno tutt’altra cosa rispetto al progetto iniziale. Sembrava che i destini della sicurezza in Italia, il bastone da roteare per impedire l’invasione “barbarica” dei “clandestini”, dopo l’impraticabile blocco navale proposto in campagna elettorale, sarebbe stata l’apertura dei centri di rimpatrio in Albania, dove trasportare i salvati in mare da navi italiane.

Da quando si è insediato, nell’autunno del 2022, il governo Meloni-Salvini-Piantedosi, ha sperimentato la “resistenza attiva” contro le Ong che salvano vite umane. Il governo intima alle navi cariche di migranti salvati di attraccare in porti sempre più distanti dal Canale di Sicilia: Salerno o Ancona o Ravenna, e così via. Una “resistenza” inqualificabile. Ma già che ci siamo – hanno pensato a palazzo Chigi – i futuri approdi indirizziamoli verso un Paese amico, l’Albania.

Detto e fatto, ed ecco pronte (sia pure in ritardo) le due strutture carcerarie in terra d’Albania ma a tutti gli effetti una enclave italiana. Nel porto di Schengjin si fa nascere un hotspot in cui identificare i migranti sbarcati, sottoponendoli anche a visite mediche. A venti chilometri dal porto, a Gjader, in una vecchia base dell’aeronautica albanese, un centro di trattenimento richiedenti asilo con 880 posti letto, un centro per il rimpatrio con una capienza di 144 posti letto e, infine, un penitenziario per venti ospiti. Secondo Giorgia Meloni, in cinque anni, i due centri costeranno 670 milioni di euro (134 per anno), di cui 250 solo per gli stipendi del personale italiano. La cooperativa Medihospes ha vinto l’appalto della gestione dei centri garantendosi 133,8 milioni di euro per ventiquattro mesi.

Ricordate i primi tentativi di trasferimento in Albania di qualche decina di migranti? Tutti riportati in Italia per decisione della magistratura. Congelando così nei fatti l’operazione, fiore all’occhiello della destra europea, un modello da imitare. Solo che le tradotte dei disperati dirette nel porto albanese di Schengjin si sono dovute fermare perché i giudici ritenevano che l’Albania non rientrasse tra i cosiddetti Paesi sicuri, anche per l’Unione. Ora, ecco la novità, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha lanciato una proposta di “Sistema comune per i rimpatri”, con procedure più rapide ed efficaci. Con un unico regolamento e non ventisette quanti sono gli Stati membri. Il sistema prevede il rimpatrio forzato quando l’immigrato illegale, irregolare, non collabora o quando fugge in un altro Stato europeo, o quando rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale.

Ma – propone la Commissione – c’è anche la possibilità di trasferire in un Paese terzo le persone che soggiornano illegalmente e che hanno ricevuto la decisione definitiva di rimpatrio. Gli Stati terzi devono rispettare gli standard e i principi internazionali in materia di diritti umani, compreso il principio di non respingimento. Ma ancora oggi l’Albania non c’è, nella lista dell’Unione, tra i Paesi sicuri. Non solo. A Bruxelles non ci sarebbe un accordo sulla nozione di Paese terzo sicuro da distinguere dalla nozione di Paese d’origine sicuro. Nel documento inviato da von der Leyen al Consiglio europeo, non c’è alcuno spiraglio al trattenimento dei richiedenti asilo in attesa di un pronunciamento sulla loro richiesta, così come stabilito dal protocollo Italia-Albania. La Corte di giustizia europea si pronuncerà agli inizi di giugno sul protocollo Italia-Albania. In aula, dove è in corso un processo intentato da due migranti del Bangladesh, Paese anch’esso ritenuto non sicuro, il 10 aprile, l’avvocato generale della Corte esprimerà la sua valutazione sul protocollo italo-albanese.

L’Associazione Neodemos – che si occupa della divulgazione degli studi e delle analisi delle relazioni tra tendenze demografiche e società, economia e politica – ha pubblicato un saggio di Michele Bruni sui flussi migratori internazionali. La sua tesi: i migranti non sono persone che fuggono da guerre, carestie e mancanza di opportunità di lavoro, ma soprattutto persone che vanno nei Paesi in cui c’è una mancanza strutturale di manodopera. “L’Europa – scrive Bruni – avrà bisogno di 117 milioni di lavoratori stranieri nei prossimi trent’anni, per il calo della popolazione in età lavorativa (-63,5 milioni) e per il fabbisogno economico (-53,8 milioni)”. Sostiene ancora Bruni: “Sembrerebbe ragionevole che il governo italiano, prima di cercare di aiutare in maniera del tutto velleitaria i Paesi africani a casa loro (Piano Mattei? ndr), aiutasse l’Italia a casa sua con misure volte ad aumentare la produttività e sperabilmente i salari, oggi tra i più bassi d’Europa, così da ridurre il nostro fabbisogno di immigrati”.

Le statistiche confermano il preoccupante invecchiamento della popolazione europea (450 milioni di persone). In Europa, nell’ultimo decennio, l’asticella dell’età media si è alzata di 2,2 anni. Ci sono tre persone in età lavorativa per ognuna pari o superiore ai 65 anni. In Italia l’età media è di 48,7 anni. E invece di occuparsi di questi problemi, si dichiara guerra ai migranti. Ieri con la parola d’ordine “ci rubano il lavoro”, oggi con “sono criminali”.

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Tagsaccordo Italia Albania Guido Ruotolo immigrazione Patto migrazione e asilo

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