All’indomani della sesta archiviazione dell’inchiesta fiorentina che vedeva Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri indagati per “strage”, il commento dell’antimafia militante è stato unanime: “Hanno archiviato perché così potranno riaprirla”. Lasciando intendere che ciò avverrà molto presto. Addirittura, ci sarebbero clamorose novità in vista perché il provvedimento di archiviazione del gip contiene diversi omissis. Insomma, il gip, ovvero la procura di Firenze, avrebbe deciso di giocare a carte coperte. Dunque, la suggestione della imminente riapertura del fascicolo ha preso il sopravvento sulla notizia stessa dell’archiviazione (per alcuni momentanea) di Silvio Berlusconi – anzi no, perché nel frattempo il Cavaliere è deceduto – e di Marcello Dell’Utri.
La parte del dispositivo del gip del tribunale di Firenze non omissata ha, per l’ennesima volta, ribadito l’assenza di ogni coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi del 1993. Il che, ovviamente, non esclude i rapporti conclamati, anche di natura economica, di Berlusconi e Dell’Utri con Cosa nostra. Rapporti che sono stati documentati – vale la pena sottolinearlo – dagli anni Settanta al 1992, secondo quanto riportato nella sentenza che ha condannato Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Pena scontata in carcere. Quello che manca per mandare a processo Dell’Utri (e moralmente il defunto) Berlusconi per strage, perché non emergente da alcun significativo dato probatorio, riguarda la sollecitazione diretta o indiretta che essi avrebbero rivolto a esponenti di Cosa nostra per avviare la stagione stragista, o la commissione di una singola strage commessa nel 1992 o nel 1993.
Ecco, a questo punto sorge un problema. E occorre pazientare per parlarne, perché bisogna tornare indietro nel tempo e ricordare a chi lo avesse dimenticato quanto, rispetto a quegli anni convulsi che seguirono lo stragismo golpista dei corleonesi, si è navigato a vista, si sono applicate norme e sono state create leggi che hanno “sospeso” i diritti democratici di quei cittadini ritenuti pericolosi e da rendere inoffensivi, cioè i criminali di stampo mafioso. C’era un’emergenza democratica vera, alla fine di quel tragico biennio 1992-1994, con le stragi dei due magistrati palermitani, e le bombe di Roma (Maurizio Costanzo, Velabro e San Giovanni), Firenze e Milano.
In quei mesi terribili, le procure di Palermo, Caltanissetta, Roma, Firenze e Milano accettarono il compromesso suggerito dalla procura nazionale antimafia, e decisero che Palermo avrebbe indagato sui “sistemi criminali” – poi divenuto il processo sulla “trattativa” –, Caltanissetta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, Firenze sulle stragi di Roma, Firenze e Milano, con l’appendice del fallito attentato allo stadio Olimpico (un’autobomba non esplose per un difetto del telecomando) e al pentito Totuccio Contorno.
Le ipotesi iniziali erano sostanzialmente condivise da tutti. Trent’anni di indagini, pentiti, processi hanno però nei fatti modificato il contesto investigativo e le stesse ipotesi degli inquirenti. Intendiamoci, se fosse solo un dibattito storico, politico e culturale, sarebbe molto feconda la rappresentazione di diverse letture sul significato di quella stagione, oltre che sull’individuazione delle ragioni, il movente, e degli esecutori materiali delle stragi e omicidi. Ma quando parlano le “carte” processuali, siano esse misure cautelari, provvedimenti dei giudici, finanche sentenze dei diversi gradi di giudizio, fino alla Cassazione, le opinioni sono solo opinioni.
Per capirci, sostenere il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi come si concilia con il fatto che la strategia stragista fu decisa nel 1991, quando non era minimamente all’ordine del giorno la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi? E se – come sostiene convintamente l’antimafia militante – nelle stragi del biennio del golpismo dei corleonesi, c’è lo zampino dell’eversione fascista (Delle Chiaie e Bellini), quale ruolo hanno avuto Berlusconi e Dell’Utri? Bisognerebbe interrogarsi a fondo sulle ragioni alla base delle critiche che vengono rivolte a provvedimenti giudiziari che sono stati emessi dopo molti anni di indagini, i cui elementi raccolti sono stati ritenuti insufficienti dagli stessi magistrati, che hanno poi archiviato le posizioni dei due indagati eccellenti.
Trent’anni dopo, Firenze ha archiviato le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, il processo palermitano sulla “trattativa” è finito con un nulla di fatto. Ora anche la procura di Caltanissetta ha concluso con una serie di archiviazioni. E poco importa se – nel motivare la strage di via D’Amelio – la procura nissena ipotizza come “concausa” della strage l’inchiesta su mafia e appalti del Ros. Chi esercita l’azione penale nel nostro Paese ha il dovere di continuare a indagare su tutte le stragi. È una ferita aperta della nostra Repubblica, non un derby di calcio con le tifoserie contrapposte che se le suonano di santa ragione. Tutto oggi pare essere stato normalizzato, compresa Cosa nostra, ed è pure rimasta senza una risposta, da parte dello Stato, l’individuazione di tutti i responsabili della fase esecutiva della strage di via D’Amelio e, soprattutto, è rimasta ignota la ragione che ha determinato Cosa nostra a chiudere la stagione stragista. Davvero qualcuno crede che non esista più?








