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Intesa-Mps: chiamatelo pure mercato

11 Giugno 2026 Alessandro Messina  770

L’operazione con cui Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta su Monte dei Paschi di Siena viene raccontata, dai suoi protagonisti, come una grande operazione di mercato. Tecnicamente lo è. Ma se scendiamo dalla giostra degli allegri cantori del capitale, possiamo riconoscere le più brutali fattezze di una pericolosa concentrazione di potere. 

La formula è rassicurante: vince chi paga di più. Sembra il mercante in fiera. Solo che in ballo c’è un pezzo dell’infrastruttura finanziaria del Paese. E i giocatori sono gli stessi che già presidiano risparmio, credito, assicurazioni, fondazioni, reti commerciali, relazioni politiche, patrimoni familiari e partecipazioni strategiche. L’operazione ha dimensioni tali da ridisegnare l’intero sistema finanziario italiano. Secondo le ricostruzioni disponibili, si muoveranno oltre 35 miliardi di euro. Intesa punta a rilevare Mps, che ha già incorporato Mediobanca, e quindi anche la partecipazione di Mediobanca in Generali. Una parte rilevante della rete Mps, circa 635 filiali, verrebbe poi ceduta a Unipol, che la integrerebbe con Bper. Nascerebbe così un nuovo grande polo bancario, destinato a diventare la seconda banca del Paese. Intesa, invece, manterrebbe Mediobanca, il suo marchio, una parte della rete Mps e soprattutto il posizionamento strategico nel wealth management, nella consulenza ai grandi patrimoni, nel credito al consumo, nell’investment banking e nell’azionariato di Generali.

Il cuore dell’operazione per Intesa è l’intera catena Mps-Mediobanca-Generali. Monte dei Paschi porta con sé una rete bancaria, una storia, un marchio, una base di clienti, un radicamento territoriale. Mediobanca porta competenze di investment banking, relazioni con le grandi imprese, consulenza ai patrimoni, reputazione finanziaria. Generali rappresenta uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, una grande cassaforte del risparmio e un attore centrale anche per gli investimenti in titoli pubblici italiani. Da qui la narrazione della “mossa di sistema”. Stabilità, italianità, difesa del risparmio nazionale, costruzione di campioni europei. Sono parole importanti, perché toccano un tema reale. In un’Europa finanziaria ancora incompleta, nella quale i governi nazionali difendono con forza i propri gruppi bancari e assicurativi, avere grandi soggetti con centro decisionale in Italia conta.

Le banche, del resto, non sono imprese come le altre. Svolgono una funzione pubblica essenziale: decidono come il risparmio raccolto viene trasformato in credito, investimenti, servizi finanziari, protezione assicurativa, gestione patrimoniale. L’impatto di una grande concentrazione bancaria, dunque, va ben oltre gli azionisti delle banche coinvolte. Tocca l’economia reale, i territori, le imprese, il risparmio delle famiglie, la qualità della democrazia economica.

Questa dimensione di sistema va riconosciuta, senza però accettare l’intera narrazione così com’è. L’italianità dell’azionariato può essere una condizione utile, ma non garantisce di per sé il perseguimento di alcun interesse generale. Una banca italiana può comportarsi esattamente come una banca francese, tedesca o americana: cercare margini, commissioni, dividendi, scala, controllo del cliente, massimizzazione del profitto a breve termine. Il passaporto dell’azionista non basta a trasformare una rendita in politica industriale.

In un’Italia che negli ultimi dodici anni ha perso circa trecento miliardi di euro di credito all’economia, soprattutto alle piccole imprese, questa ulteriore concentrazione aumenterà davvero la capacità del sistema bancario di finanziare lavoro, transizione energetica, innovazione, terzo settore e aree periferiche? Oppure rafforzerà soprattutto la capacità di questi pochi grandi gruppi di estrarre valore dal risparmio e dalle polizze?

Abbiamo imparato ormai che il mercato bancario, lasciato a se stesso, non produce automaticamente sviluppo equilibrato. L’Italia ha vissuto trent’anni di privatizzazioni, fusioni, acquisizioni, trasformazioni societarie, riduzione del numero di banche, chiusura di sportelli, centralizzazione delle decisioni. Il vecchio sistema bancario italiano era stato spesso definito una “foresta pietrificata”: troppe relazioni opache, troppe protezioni, troppi intrecci tra politica, finanza e territori, poca contendibilità, poca trasparenza, poca concorrenza. In parte il cambiamento era necessario. Ma oggi rischiamo di essere passati dalla foresta pietrificata a un giardino pietrificato (vedi qui): meno attori, più grandi, più forti, formalmente contendibili ma sostanzialmente sempre più concentrati, capaci di orientare masse enormi di risparmio e sempre meno obbligati a rispondere ai bisogni diffusi dell’economia reale.

L’operazione Intesa-Mps-Unipol nasce dentro questa traiettoria e la accelera. Presenta una caratteristica particolarmente rilevante: non concentra soltanto banche, ma salda banche, assicurazioni, risparmio gestito, credito al consumo, investment banking e grandi partecipazioni strategiche. Il perimetro supera il credito bancario in senso stretto. Investe il controllo dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso.

C’è poi un’ironia pesante nel ruolo che una parte del mondo cooperativo sta giocando in questa vicenda. Unipol nasce dalla cooperazione, da un’idea di finanza orientata a lavoratori e comunità. Partecipare oggi alla costruzione del secondo polo bancario italiano – dentro un’operazione che accentra potere finanziario e quasi certamente ridurrà il credito alle piccole imprese – è la negazione di quella missione. Carlo Cimbri, che nel 2005 era al fianco di Consorte nel tentativo opaco di scalata alla Bnl (vedi qui), guida oggi Unipol verso un’ambizione più grande e più legittima negli strumenti, ma non più vicina agli interessi che il mondo cooperativo dichiara di rappresentare. Con lui, apparentemente ai margini, Aldo Soldi, già protagonista di quella stagione, oggi presidente di Banca Etica, che sarà destinata ad avere forti intrecci con la nuova banca di Cimbri. Una parte della cooperazione italiana si rende così mosca cocchiera di un’operazione di potere difficilmente riconducibile al vantaggio delle imprese e delle famiglie.

Non è da meno Mps, in termini di valore simbolico e politico (vedi qui). Monte dei Paschi è stata a lungo la terza banca italiana, poi travolta da crisi, errori gestionali, acquisizioni sbagliate, aumenti di capitale, interventi pubblici, perdite scaricate in vario modo sulla collettività. È stata salvata anche con risorse pubbliche. È stata risanata con fatica. Ora, tornata appetibile, diventa oggetto di una nuova grande partita tra gruppi finanziari. La contraddizione è evidente. E imporrebbe di non cancellare il tema dell’utilità pubblica nel momento in cui la banca torna a far gola al mercato. Se Mps è stata un problema collettivo, le valutazioni sul suo destino meriterebbero l’applicazione di criteri di interesse generale. Ma difficilmente accadrà. E non sarà la prima volta che a Intesa i governi di turno stendono tappeti rossi: basti ricordare l’acquisizione delle due banche popolari “venete” al prezzo simbolico di un euro, accompagnata da un massiccio intervento pubblico a protezione dell’operazione.

L’operazione Intesa-Mps può apparire industrialmente razionale. Può creare valore per gli azionisti. Può rafforzare l’italianità di Generali. È in realtà soprattutto una grande operazione di potere sulla scacchiera asfittica del potere italiano, di cui poco si vede il valore sociale. Eppure rischia di essere raccontata solo come il nuovo capitolo del risiko bancario italiano: chi prende Mps, chi controlla Mediobanca, chi pesa su Generali, chi sfida UniCredit, chi condiziona Banco Bpm, chi rappresenta l’interesse nazionale, chi vince la partita tra Milano, Bologna, Siena, Trieste, Parigi e Francoforte.

Si può continuare a chiamarlo mercato, naturalmente. Ma quando un’operazione concentra banche, assicurazioni, risparmio gestito, partecipazioni strategiche, fondazioni, reti territoriali e rapporti di sistema, il mercato da un pezzo non c’è più. Intesa-Mps è una prova di realtà. Ci dice che il sistema finanziario italiano sta andando verso pochi – pochissimi – grandi conglomerati bancario-assicurativi. Questo può dare forza, stabilità, capacità competitiva? Forse. Ma con più probabilità restringerà la concorrenza, ridurrà il pluralismo di forme e modelli, aumenterà la distanza tra finanza ed economia reale.

Cosa fanno governo, partiti politici, autorità di vigilanza, supervisori della concorrenza? Metteranno una tassetta sugli utili ( vedi qui) nella prossima finanziaria? Se questa operazione costringerà il Paese a discutere seriamente di credito, sviluppo, territori, concorrenza, risparmio, cooperazione e democrazia economica, potrà almeno generare un’utilità pubblica. Per ora, abbiamo la certezza che il sistema bancario italiano diventerà ancora più stretto. E un Paese con banche fortissime e credito debole non ha risolto il proprio problema di come accompagnare lo sviluppo. Ha soltanto reso più elegante la concentrazione del potere finanziario.

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