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Home » Editoriale » Ritorna il nucleare, con il trucco

Ritorna il nucleare, con il trucco

10 Giugno 2026 Paolo Andruccioli  919

Ci risiamo. Dopo essere stato accantonato con il referendum del 1987, ora il nucleare risorge a nuova vita, e potrebbe assumere una forma giuridica che scavalca la volontà popolare. L’Italia ha detto “no” all’uso delle tecnologie nucleari per scopi civili, anche sulla scia dei gravissimi incidenti degli anni Ottanta (il più famoso fu quello di Chernobyl del 1986), ma il governo in carica pare volersene infischiare, cercando di aggirare l’ostacolo “democratico”, con l’imposizione di un percorso decisionale a suon di leggi delega e di comunicazione pubblica rassicurante. Il primo passo è stato compiuto con il voto alla Camera del 4 giugno scorso. Con 155 favorevoli, 86 contrari e otto astenuti, è stato varato un testo che affida al governo il compito di costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix energetico nazionale. Le norme passeranno ora al Senato, con l’obiettivo di avere il via libero definitivo entro l’estate.

Il quadro che si prospetta non è però una pura riedizione del passato, ed è per questo che il revival nucleare è ancora più pericoloso. C’è infatti il rischio che la nuova formula – basata sui piccoli reattori di nuova generazione – venga fatta digerire a un’opinione pubblica distratta e impaurita dagli effetti devastanti delle guerre sull’economia. Il messaggio del governo è chiaro, al tempo stesso insidioso: dobbiamo essere autosufficienti, visto quello che è successo con il gas russo e con il petrolio che passa per Hormuz. Le fonti fossili sono in via di esaurimento e le rinnovabili non basteranno a coprire la domanda di energia dell’industria e del consumo delle città. Per questo, è necessario rilanciare il nucleare inserendolo in un mix inedito con la produzione di energia rinnovabile. Insomma, pannelli solari e vento, insieme alla fissione dell’atomo. Magari in piccoli (si fa par dire) siti industriali. Una prospettiva che gli studiosi e gli ambientalisti hanno però già bocciato, sia per i rischi che comporta sia per i costi altissimi, che superano di molto i risparmi presunti rispetto alle rinnovabili.

L’attenzione si concentra sui mini-reattori modulari, ossia quella tipologia di impianti a fissione nucleare che possono arrivare fino a 300 MWe, a differenza delle centrali di “terza generazione plus”, in grado di raggiungere i 1.500 MWe. Da ciò che dicono gli esperti, si tratterebbe di una produzione in serie di modelli da installare per lo più vicino a stabilimenti, data center e strutture energivore. Tradotto: piccole centrali nucleari a ridosso delle città. Secondo il governo, i primi reattori potrebbero essere operativi già nel 2035. Come sappiamo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pratica la “politica dei fatti”, e sulle cose importanti lavora in silenzio senza tanti proclami. Il gioco comunicativo è sempre doppio: propaganda elettorale e verità occultate, per non spaventare un’opinione pubblica comunque sensibile ai temi della sicurezza ambientale e della salute.

In questo caso la politica dei fatti si sta sviluppando attraverso passaggi consecutivi. Prima l’adesione all’alleanza europea sul nucleare, poi la nascita di Nuclitalia, società lanciata nel 2025, con il protagonismo attivo di Enel, Ansaldo e Leonardo. Dopodiché, ecco l’approdo dell’atomo in parlamento. “Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”. Per il ministro, poi, non è solo una questione di politiche energetiche. Per me, ha spiegato ai giornalisti, la rinascita dell’energia nucleare in Italia è “una sfida personale”.

Lo schema è quindi già fissato. La legge delega ridisegna la governance e il sistema delle coperture finanziarie. Se il testo supererà anche l’esame del Senato, il governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti attuativi, che dovranno essere predisposti proprio dal ministero dell’Ambiente, mentre all’esecutivo verrebbe affidato il compito di redigere un “Programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione”. I rappresentanti del destra-centro hanno già avviato la grande campagna di comunicazione, che mira a convincere gli italiani dell’importanza della scelta e del ripensamento. Si comincia a parlare di “nucleare gentile, sicuro, leggero”. Il tema della dimensione dei nuovi impianti viene completamente rovesciato. Invece di analizzare i pericoli legati all’installazione di piccole centrali nucleari all’interno delle zone più densamente popolate, la destra rovescia la comunicazione. Non dovete preoccuparvi, dicono, i nuovi impianti saranno sicuri e occuperanno soprattutto poco spazio, non come le vecchie centrali nucleari che sono state spente dopo il referendum. In fondo, che vuoi che siano. Stiamo parlando di impianti che occuperanno lo spazio di tre campi da calcio. Ovviamente nessuno dice che non sono previsti interventi che approfondiscano la fattibilità di questa tecnologia. Tutto è aleatorio, e in Italia non si ha nessuna esperienza. Al momento, sono attivi solo alcuni prototipi di questo genere in Cina e due centrali in Russia. Tutto il resto è una grande incognita. Come risultano camuffati e manipolati i dati sulla reale convenienza economica di una scelta neonucleare.

Il Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi, ha definito l’ipotesi del ritorno al nucleare “una distrazione rispetto ai veri problemi energetici che abbiamo in Italia e che vanno risolti in un’altra direzione”. Parisi ha spiegato che “il problema che abbiamo in generale col nucleare è che costa moltissimo l’installazione, e che per essere commercialmente utile deve essere utilizzato al 100%. L’energia solare costerà molto meno del nucleare, e sarà disponibile moltissimo d’estate e di giorno. Quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo, rendendolo commercialmente inutile”. Anche un altro esperto, Mario Dal Co, economista dell’innovazione, ha già espresso le sue perplessità: “Non è vero che ci vogliono quattro anni per far partire i nuovi impianti, come dice il governo; ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, uno dei protagonisti delle battaglie ecologiche in Italia, Mario Agostinelli, ex dirigente della Cgil, oggi presidente dell’Associazione Laudato si’ – un’Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia sociale – di cui è stato promotore dal 2015. Secondo Agostinelli, già protagonista della battaglia referendaria del 1987, il pericolo maggiore si nasconde proprio nel trucco messo in campo dal governo. Con il mix necessario tra nucleare e rinnovabili, si vorrebbe convincere l’opinione pubblica della bontà della formula e della sua assoluta sicurezza.

Si dimentica di dire che il nucleare, proprio per la sua natura di potenziale rischio ambientale, è un sistema per forza di cose “militarizzato”, accentrato portatore inevitabile di forme di restringimento della democrazia. Sono poi molto discutibili gli aspetti di convenienza economica, visti i costi più alti di quelli degli impianti basati sulle energie rinnovabili. L’altro importante elemento da non trascurare, sempre secondo Agostinelli, riguarda i tempi di attuazione inevitabilmente lunghi per una tecnologia ancora tutta da sperimentare, mentre la crisi energetica e i rivolgimenti geopolitici richiederebbero soluzioni immediate e ambientalmente sostenibili. Lo schema da smontare, insomma, prima ancora di parlare di un nuovo referendum, riguarda la formula del mix nucleare-rinnovabili, che non regge.

Il governo Meloni marcia però spedito e cerca di cavalcare anche le recenti decisioni europee. Dall’Unione arrivano infatti ventitré miliardi di euro all’Italia, per incentivare la produzione di energia rinnovabile. Grazie ai benefici messi in campo per le imprese, si prevede che, entro il 2030, la capacità produttiva di energia pulita potrà aumentare del 48%, arrivando a coprire quasi il 40% della domanda italiana. Il “Fer X” sosterrà la costruzione di impianti selezionando i progetti tramite gare competitive. Nell’ambito di questi contratti, l’incentivo assumerà la forma di un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso nella rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di esercizio. L’affare è diventato doppio: rinnovabili più nucleare. E il governo ci si tuffa.

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Tagsenergie rinnovabili governo meloni legge delega sul nucleare mini-reattori modulari nucleare Paolo Andruccioli

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