L’archiviazione disposta dal gip di Firenze per Marcello Dell’Utri, indagato insieme al fu Silvio Berlusconi come possibile mandante delle stragi mafiose sul continente, non spazza via i consistenti indizi raccolti in anni di indagini, pur rimaste sempre al di qua della verifica di un tribunale. Iscritto nel registro delle notizie di reato il 22 dicembre 2023, scadute le indagini un anno dopo, prorogate fino al dicembre 2025, di lì a poco è stata poi emessa l’ordinanza di archiviazione di cui ci stiamo occupando, datata 15 gennaio 2026 e resa nota solo qualche giorno fa (vedi qui).
Tutto prende le mosse sempre dallo stesso assunto instradato dalle dichiarazioni di numerosi e qualificati collaboratori di giustizia: visto che l’attacco mafioso – si legge – “era funzionale alla creazione di un nuovo assetto di potere”, e visto che “erano in corso trattative condensate nell’arcinoto papello”, quelle gestite dal comandante operativo del Ros, Mario Mori – poi c’erano quelle affidate al neofascista Paolo Bellini, ma l’ordinanza fa riferimento solo alle prime –, sottolineando che in sede giudiziaria non è stato riconosciuto alcun dolo nel dialogo intrapreso con il vertice mafioso, e però i contatti tra Totò Riina e lo Stato tramite il Ros ci furono, ebbero un ruolo nella decisione di Cosa nostra di proseguire l’offensiva stragista? Ovvero, come scrivono i giudici, “il centro di potere rappresentato da Berlusconi, che proprio in quegli stessi anni dava vita a un partito politico avendo come principale coadiutore Marcello Dell’Utri” può avere “alimentato il convergente e autonomo interesse criminale di Cosa nostra, al punto da determinare quest’ultima organizzazione a progettare e dare esecuzione all’attacco stragista del 1993-1994”?
Sui segmenti investigativi incrociati, il gip di Firenze piazza un “omissis” a caratteri cubitali, che non è il solo, perché quella parolina viene ripetuta per ben undici volte: non male visto che il decreto di archiviazione è di sole cinque pagine. Ancora: il gip fiorentino sottolinea che, dalla procura milanese, sono giunti elementi di novità soprattutto legati al collaboratore Giuseppe Marasco, un boss, stando alle carte, apparentemente di non grande calibro, ma appartenente al potente clan Epaminonda, che aveva il suo centro di gravità proprio nel capoluogo lombardo, dove operava come anello di congiunzione tra Cosa nostra e il mondo di Arcore lo stalliere Vittorio Mangano – e questa è ormai storia, scritta da diverse sentenze; altri elementi provengono dall’ambito dell’indagine sul mondo dei servizi segreti paralleli, che ruota attorno al centro Equilize di Samuele Calamucci. In sostanza, in quegli ambienti criminali si anniderebbero informazioni “estremamente riservate su Berlusconi – omissis – mai veicolate dalla magistratura”. In cinque pagine e undici omissis, dunque, serpeggia qualche notizia che può far riaprire un’indagine sull’origine del blocco di potere che si insediò nel 1994, e che ridefinì le sorti della destra italiana.









