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Home » Articoli » Adolfo Urso, una poltrona che traballa

Adolfo Urso, una poltrona che traballa

Il “ministro senza qualità” è il più caratteristico rappresentante dell’armata Brancaleone detta governo Meloni

3 Aprile 2026 Guido Ruotolo  614

Che impressione. Va ai microfoni e, come se nulla fosse, annuncia: “Siamo alla fase conclusiva della trattativa. Contiamo di chiudere entro fine mese. Abbiamo superato tanti ostacoli, alcuni frapposti anche da iniziative piuttosto discutibili come il sequestro probatorio di un altoforno da parte della magistratura”. Imperturbabile. Come se non avesse già annunciato, un anno fa e più, precisamente il 20 marzo 2025, la chiusura della trattativa con gli azeri. O come se, il 4 marzo scorso, non avesse giurato che in tre settimane l’ex Ilva sarebbe stata ceduta agli americani del fondo Flacks Group. Mancava solo il brindisi per annunciare che la cordata degli imprenditori azeri avevano comprato l’ex Ilva (chi ha ruoli istituzionali, nel mondo delle relazioni tra gli azeri e noi, confessò che gli azeri furono sollecitati a farsi avanti non avendo nessuna intenzione reale di comprare l’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa). Poi mancava solo la consegna delle chiavi della città di Taranto a mister Flacks che, nella foga dell’entusiasmo, si era impegnato a comprare addirittura la società di calcio del Taranto.

Misteri della politica industriale italiana del governo Meloni, che pure aveva scommesso su una politica industriale che avrebbe dovuto salvaguardare gli interessi nazionali. La verità e la realtà confermano che questa compagine ministeriale è un’armata Brancaleone. Giorgia Meloni aveva puntato su di lui, su Adolfo Urso, uno che c’è sempre stato, dal Fronte della gioventù al Msi, fino a Fratelli d’Italia. E oggi che l’esito del referendum sulla giustizia ha aperto una voragine a palazzo Chigi, anche la poltrona di Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, traballa.

E dunque, quando mercoledì – primo aprile, una coincidenza? – è tornato davanti ai microfoni per annunciare che l’ex Ilva con i suoi altiforni presto sarà sostituita da forni elettrici, nessuno, ma proprio nessuno, l’ha preso sul serio. Diciamo che c’è una maggioranza “silenziosa” che sta facendo il tifo per le sue dimissioni. Dal movimento sindacale ai movimenti ambientalisti, agli stessi imprenditori. Non è un mistero che Confindustria, fino a ieri, l’ha sbeffeggiato. Ieri, perché sempre il primo aprile, ha preso tempo, una boccata d’ossigeno per il ministro Urso, che ha restituito con gli interessi quello che il governo aveva tolto agli imprenditori (e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è seduto sulla riva del fiume aspettando che passi il suo cadavere). Stiamo parlando di 1,5 miliardi di “Transizione 5.0” per investimenti green alle imprese. Il decreto fiscale aveva ridotto da 1,3 miliardi a 537 milioni questo fondo. Così sono state ripristinate settemila domande, che consentono un credito d’imposta del 90% rispetto al temuto 35%. Un atto di generosità verso le imprese, in tempi di venti di guerra e crisi economica. E così il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, si è limitato a ringraziare, rilanciando sull’ex Ilva (sempre in rotta di collisione con Urso): “È fondamentale tenere aperta l’Ilva, magari con una cordata di imprenditori capaci di acquisire non la società ma parte dell’acciaio prodotto dall’Ilva”. E dunque gli “stranieri”, indiani o americani?

Torniamo al nostro “ministro senza qualità”. Che il primo aprile ha tracciato l’identikit del nuovo candidato a diventare proprietario dell’ex Ilva, il gruppo indiano Jindal Steel International: “Sceglieremo (tra Flacks Group e Jindal) chi ha fatto l’offerta più significativa sia sul piano della solidità industriale e finanziaria, sia sull’impegno a garantire la piena decarbonizzazione per fare dell’Italia il primo Paese d’Europa che produce acciaio interamente green per soddisfare sia il mercato interno sia altri Paesi europei”. Ma davvero Urso crede a quel che dice? Non sa che in Italia si produce acciaio “sporco” con i rifiuti ferrosi, e che, quand’anche l’ex Ilva green producesse sei milioni di acciaio a regime, l’offerta non coprirebbe la domanda?

Gli indiani di Jindal hanno presentato un piano industriale che coinvolge l’Italia come Paese satellite dell’Oman (con buona pace della valorizzazione dei settori strategici), dove Jindal intende costruire tre forni elettrici e impianti di “preridotto”, lasciando a Taranto e alle aziende del gruppo, in Liguria e in Piemonte, la trasformazione dei semilavorati (e un forno elettrico tanto per prenderci in giro). Con l’aggiunta che – oltre a garantire “sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno” – Jindal offre anche una integrazione di produzione di acciai speciali per “l’automotive, la difesa, lo spazio, la cantieristica e la produzione di turbine e pale eoliche” (dixit Urso). Il ministro delle Imprese e del Made in Italy ha fallito: lo possiamo dire con la massima certezza, perché, dopo tre anni e passa, il suo ministero non ha chiuso nessuna delle vertenze aperte.

Un dossier della Fiom Cgil dà i numeri di questa Caporetto. Nel 2011 producevamo 27 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno e ne importavamo 16,5 milioni. Nel 2024, ne abbiamo prodotto nove milioni in meno e importato 238.000 tonnellate in più. Da quando Urso si è insediato al ministero (nell’ottobre 2022), sono stati aperti sedici tavoli di trattative, di vertenze. La vertenza siderurgia coinvolge sedicimila dipendenti (11.373 ex Ilva e Acciaierie d’Italia). Quella del settore elettrodomestici, 7.740 lavoratori. E poi telecomunicazioni, energia, aerospazio. In tutto sono coinvolti 43.117 lavoratori. Di tutte queste vertenze, nessuna è arrivata al traguardo. Intanto lui, Adolfo Urso, si difende ostentando la sua fedina penale “immacolata”. Ma proprio di affari di giustizia sembra non voler capire nulla. Se la prende con la procura di Taranto che, il 7 maggio scorso, ha sequestrato un altoforno dopo che gli impianti andarono a fuoco. Preme Urso perché vuole arrivare, quanto prima, a due altiforni a regime. Non riesce a capire, il ministro, la decisione del tribunale di Milano di chiudere Taranto – se entro il 24 agosto nell’Aia non saranno adottate le modifiche indicate dai giudici.

A palazzo Chigi dovrebbero leggere il documento del Coordinamento nazionale dei docenti dei diritti umani, piuttosto che scommettere su una sentenza d’Appello favorevole. Scrivono i professori: “La sentenza di Milano è un passaggio cruciale nel lungo e complesso rapporto tra produzione industriale, tutela ambientale e diritti fondamentali della persona”. La class action italiana, da parte di trecentomila cittadini, è nel solco della Corte di giustizia dell’Unione europea. “La sentenza di Milano non nega l’attività produttiva, ma critica la gestione dei tempi di adeguamento ambientale, giudicata incompatibile con la tutela effettiva dei diritti umani”. L’Aia (cioè l’Autorizzazione integrata ambientale) prevede di spalmare i tempi della riconversione green fino al 2037. Per i docenti dei diritti umani, questa possibilità “non è in grado di proteggere tempestivamente le comunità coinvolte”. Insomma, “il diritto alla salute, all’ambiente e al clima non può essere considerato variabile subordinata a logiche esclusivamente economiche o produttive”. Il “ministro senza qualità” ne è consapevole?

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