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Israele e Gaza in fiamme

L’attacco di Hamas è il risultato di anni di vessazioni subite dai palestinesi, e della politica dei dirigenti israeliani che hanno contribuito a mettere fuori gioco i possibili interlocutori dell’Anp, puntando a una militarizzazione perenne invece che alla pace

9 Ottobre 2023 Vittorio Bonanni  1477

Hanno scherzato con il fuoco e si sono scottati. In queste poche parole c’è la sintesi di quanto sta succedendo da sabato scorso a Gaza e in Israele, dov’è in corso un’offensiva militare senza precedenti degli islamisti di Hamas contro lo Stato ebraico, governato in questa fase storica da Benjamin Netanyahu e dall’estrema destra. Da decenni, i vari governi che si sono succeduti – dopo i falliti accordi di pace di Oslo, firmati nel 1993 dall’allora premier Yitzhak Rabin e dal leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Yasser Arafat – hanno lavorato nella direzione di screditare l’Autorità nazionale palestinese (Anp), embrione appunto del nascente Stato palestinese, a tutto vantaggio della formazione integralista islamica, che dal 2005 governa l’enclave di Gaza con il non tanto nascosto aiuto, in chiave anti-Anp, degli israeliani. Via via, nel corso del tempo, l’obiettivo è stato raggiunto. L’Anp dell’ormai screditato Abu Mazen di fatto non conta più nulla, mentre Hamas ha aumentato sempre più la propria forza stringendo – malgrado sia una formazione sunnita – un’alleanza con gli sciiti libanesi di Hezbollah, che hanno già rivendicato a loro volta alcuni lanci di missili verso Israele, e con l’Iran, l’unico a gioire apertamente per quanto sta avvenendo.

Ma veniamo ai fatti: tra sabato e domenica scorsa, è partito un attacco militare mai visto prima, tanto da essere  definito l’11 settembre israeliano, da parte delle milizie – perché di questo si tratta e non di un gruppo di terroristi – di Hamas contro Israele, con il lancio di un numero incredibile di missili (si parla di migliaia), con l’ausilio di parapendii a motore e incursioni vere e proprie di guerriglieri in territorio ebraico – cosa inedita nella storia d’Israele –, i quali hanno utilizzato anche quei tunnel che le forze israeliane cercano da sempre di individuare e distruggere senza risultati.

Questa grande capacità di combattimento è stata e sarà utilizzata sia da Hamas sia dal movimento del Jihad islamico (Pij). Un evento che appunto non ha nulla a che vedere con quelli precedenti, quando, a lanci di missili di portata molto più blanda di quella attuale, Israele rispondeva con pesanti bombardamenti su Gaza che provocavano centinaia di vittime. Oggi le notizie e le immagini che arrivano configurano un quadro drammatico per uno Stato abituato a pagare un prezzo contenuto in termini di vittime rispetto a quelle palestinesi. Si parla di oltre 1100 morti tra gli israeliani e 330 tra i palestinesi. Migliaia i feriti. Almeno cento ostaggi, tra soldati e civili – ma la cifra, come le altre, è destinata a salire –, portati nella Striscia, mentre gli israeliani dispersi sarebbero centinaia. Dal canto loro, gli attacchi dell’aviazione israeliana hanno provocato almeno quattrocento morti e circa duemila feriti tra i palestinesi.

Lo Stato ebraico ha anche bloccato ogni rifornimento di cibo, elettricità e acqua verso Gaza, ed è in corso una massiccia operazione di terra. Per Israele, il nuovo e imprevisto elemento di criticità riguarda proprio gli israeliani rimasti nelle mani di Hamas, potentissima arma di ricatto nei confronti di Israele. Naturalmente, il primo interrogativo che il mondo si è fatto è come sia stato possibile che uno degli Stati più efficienti del mondo non abbia previsto un evento così tragico, che ha ricordato la guerra del Kippur del 1973, quando, sempre in ottobre, Egitto e Siria attaccarono Israele cogliendolo di sorpresa. Il famoso o famigerato Mossad, ovvero i servizi esterni, e lo Shin Bet, interni, non sarebbero stati capaci di prevedere nulla, né hanno avuto sentore della messa in atto di “disturbi di massa dei sistemi di comunicazione e sorveglianza”, come le organizzazioni palestinesi hanno definito un’azione militare assolutamente inedita. Senza dimenticare il controllo – di solito strettissimo ma questa volta inesistente – del valico di Erez/Beit, cruciale via di accesso nell’enclave palestinese.

Una delle prime risposte riguarda la delicata fase storica che sta vivendo Israele. Il governo più di destra della storia del piccolo ma potentissimo Stato mediorientale, presieduto dal corrotto quanto popolarissimo leader del Likud, che nel frattempo ha assunto pieni poteri di comando per la guerra, ha profondamente destabilizzato il Paese nella misura in cui, dal giorno del suo insediamento, il 29 dicembre scorso, ha manifestato l’intenzione di minare alle radici la democrazia israeliana (vedi qui e qui), cercando di ridimensionare il potere della Corte suprema, in favore dell’esecutivo e della Knesset, il parlamento israeliano. Oltre al ruolo importante che Netanyahu ha assegnato a uomini di estrema destra, come il ministro della Sicurezza interna Itamar Ben Gvir, teorico della cancellazione del popolo palestinese. Questi aspetti della politica governativa hanno provocato una reazione molto forte della società israeliana con milioni di persone in piazza, delle forze politiche più moderate e di quel che resta della sinistra, ma anche di pezzi importanti dello Stato, non ultimi gli stessi apparati di sicurezza. Un oggettivo elemento di debolezza dello Stato ebraico, dal quale Hamas ha tratto, o avrebbe tratto, vantaggio, aspettando il momento migliore per scatenare il “diluvio di al-Aqsa”, così come il gruppo fondamentalista ha definito l’offensiva, e anche approfittando di questa situazione per spingere gli arabi israeliani a ribellarsi contro lo Stato di cui sono comunque cittadini.

Quanto sta accadendo entra a gamba tesa nello scenario geopolitico mediorientale e negli accordi di Abramo del 2020, che consistettero – mediante una sponsorizzazione dell’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump – in una normalizzazione dei rapporti di Israele con gli Emirati arabi uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan. Lo stesso processo di avvicinamento tra Israele e Arabia saudita, in corso in queste settimane, si fa oggettivamente molto più complicato. Riad si troverebbe “fra due fuochi”: da un lato, lo Stato ebraico e, dall’altro, i palestinesi – non esattamente quanto desiderato dal principe bin Salmān Āl Sa’ūd.

Non va inoltre dimenticato il nodo mai risolto della “spianata delle moschee”, più volte violata da provocatorie “passeggiate” da parte di ebrei ortodossi, sia in questa fase sia nel passato. Si ricorderà quella messa in atto da Ariel Sharon, che il 28 settembre del 2000, quando era all’opposizione, accese la miccia della seconda Intifada, passeggiando appunto nella spianata, di solito controllata dai palestinesi, protetto da una scorta armata. L’attuale riferimento ad al-Aqsa contiene, senza mezzi termini, un messaggio ai sauditi, che ospitano gli altri due luoghi sacri dell’islam (la Mecca e la Medina), mentre Gerusalemme è la terza città santa per i musulmani di tutto il mondo.

Per quanto riguarda il controverso Qatar, ormai da tempo sdoganato dall’Occidente (vedi i mondiali di calcio dell’anno scorso), il rapporto con Hamas è strettissimo, con conseguenti generosi aiuti: si parlò di 250 milioni di dollari. Un sostegno finalizzato alla ricostruzione della Striscia di Gaza, che, una volta finito chissà quando e come questo conflitto, sarà di nuovo all’ordine del giorno. Aggiungiamo che, proprio in queste ore, Doha ha proposto uno scambio di prigioniere, ovvero la liberazione delle israeliane sequestrate in cambio di quelle palestinesi nelle carceri israeliane.

L’inevitabile conseguenza che questo conflitto può avere, nelle relazioni tra Tel Aviv e i Paesi del Golfo, ha fatto sì che questi ultimi siano stati i primi a chiedere la cessazione delle ostilità, senza tuttavia nominare le formazioni palestinesi che hanno scatenato il conflitto. Altri due attori importanti nello scenario geopolitico internazionale sono la Turchia e la Russia. Il presidente turco Erdogan ha chiesto semplicemente alle due parti di cessare le ostilità; ma non è certo un mistero che il “sultano”, i cui buoni rapporti con Hamas sono noti, potrebbe giocare un ruolo importante in una mediazione, anche in qualità di membro della Nato. Per quanto riguarda Mosca, Putin ha affermato di essere in contatto con entrambe le parti, e ha affermato la necessità di creare uno Stato palestinese. Un eventuale, quanto al momento improbabile, ruolo positivo che il Cremlino potrebbe ricavarsi diventerebbe una carta che il leader russo potrebbe giocare nell’attuale contesto di isolamento da parte dei Paesi occidentali. Ma al momento si tratta di uno scenario quasi fantascientifico.

È chiaro che il ritorno violentissimo della questione palestinese – che in Cisgiordania sembra passare inosservata da parte dei più, malgrado lo stillicidio di palestinesi uccisi e vessati un giorno sì e l’altro pure – ripropone drammaticamente un tema dimenticato. Come ricorda Francesco Petronella, scrittore, giornalista e ricercatore presso l’Ispi (Istituto studi politica internazionale), “iniziative come gli Accordi di Abramo si basano proprio sull’idea che per risolvere il conflitto sia sufficiente ‘scavalcare’ di fatto i palestinesi, interagendo e facendo accordi direttamente e solo con i vicini arabi. Questa postura – ammonisce –, unita alla pretesa di quasi tutti i governi israeliani di poter vivere in uno stato di militarizzazione perenne, per quanto a bassa intensità, contribuisce al rafforzamento dei movimenti politici più intransigenti come Hamas e Pij”.

Nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l’ammonimento del rappresentante dell’Autorità nazionale palestinese, Riyad Mansour, sembra rispecchiare questo ragionamento. “Purtroppo – ha detto il rappresentante dell’Anp – per alcuni media e politici, la storia inizia quando gli israeliani vengono uccisi. Questo è il momento – ha aggiunto Mansour – di dire a Israele che deve cambiare rotta, che esiste un percorso verso la pace in cui né i palestinesi né gli israeliani vengono uccisi”. 

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